DECRETO FLUSSI, ERO STRANIERO: MENO DI DUE SU DIECI ARRIVANO AL PERMESSO DI SOGGIORNO

Nel 2024 solo 17 richieste su 100 si sono tradotte in un permesso di soggiorno. Tra click day, nulla osta, visti e contratti mai firmati, la regolarità resta un miraggio. E c’è chi resta senza tutele dopo aver pagato fino a 20 mila euro. Presentato il quarto rapporto della campagna. I promotori: «Favorisce l’irregolarità»

di Antonella Patete

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Doveva essere il canale per far entrare in Italia chi ha già un lavoro in maniera ordinata, legale e trasparente. Eppure nel 2024 il sistema degli ingressi per lavoro previsto dal decreto flussi sembra produrre risultati preoccupanti: nel 2024 meno del 17% delle persone previste dalle quote è arrivato al permesso di soggiorno. E il 2025 non pare andare meglio, visto che su 181.450 quote previste i permessi di soggiorno richiesti sono meno dell’8%. La distanza tra programmazione e risultati è il dato più evidente del quarto rapporto della campagna Ero straniero, promossa da una rosa di organizzazioni della società civile impegnate sul tema dei diritti: A Buon Diritto, ActionAid, Asgu, Federazione Chiese Evangeliche Italiane, Oxfam, Arci, Cnca e Cild. Il rapporto, presentato giovedì 18 febbraio in Senato, analizza il triennio 2023-2025 attraverso i dati ottenuti dai cosiddetti accessi civici ai ministeri competenti (Interno, Lavoro e Maeci) e alla Presidenza del Consiglio. «Anche per questo triennio il decreto flussi si dimostra inefficace e inefficiente, è un sistema obsoleto che andrebbe modificato profondamente», commenta a margine della presentazione Chiara Trevisan, rappresentante di Oxfam. «Soltanto il 16,9% delle persone previste dalle quote ottiene un permesso di soggiorno nel 2024 e nel 2025 le percentuali non sembrano più promettenti».

decreto flussi

 

Il percorso a ostacoli dal click day al permesso di soggiorno

Per capire la ragione di numeri siano così bassi bisogna seguire l’intero iter. Cerchiamo di capire come funziona. Tutto inizia con il click day: il datore di lavoro presenta la domanda indicando nominativamente il lavoratore che intende assumere. Non è il lavoratore a candidarsi, è l’impresa che deve averlo già individuato all’estero. La pratica passa poi allo Sportello unico per l’immigrazione presso la prefettura, che verifica requisiti, disponibilità delle quote e correttezza della documentazione. Se l’istruttoria è positiva viene rilasciato il nulla osta, cioè l’autorizzazione all’assunzione. Il nulla osta, però, non costituisce ancora un titolo per entrare regolarmente in Italia. Il documento deve essere trasmesso al consolato nel Paese di origine, che ha il compito di rilasciare il visto. E solo dopo l’ingresso e la firma del contratto di soggiorno il lavoratore può chiedere il permesso di soggiorno. Un percorso ad ostacoli, insomma, che si può inceppare a ogni singolo passaggio. Il rapporto racconta che nel 2024 le domande presentate sono state 720.848, ma i nulla osta rilasciati solo 72.704. E non va meglio sul fronte delle pratiche rigettate, revocate, archiviate o rinunciate a dicembre 2025 pari a 127.783. Poi, anche quando l’autorizzazione arriva, il visto non è scontato: nel 2024 i visti rilasciati sono stati 35.287, meno della metà dei nulla osta concessi. Una situazione analoga si registra nel 2025, dove i dati ancora provvisori parlano di 968 visti rilasciati, pari al 66,25% dei nulla osta, con oltre 10mila dinieghi e più di 4mila pratiche ancora pendenti. Una stretta che – per i promotori della campagna – dipende soprattutto dalla decisione del governo italiano di intensificare i controlli verso i quattro paesi ritenuti più “a rischio” rispetto a truffe e illeciti: Bangladesh, Pakistan, Sri Lanka e Marocco. Secondo i promotori della campagna, però, il sistema appare più “pulito” solo in apparenza, perché il risultato più evidente di questa stretta è stato l’allungamento dei tempi per il rilascio del visto e la restrizione dei canali regolari. In altre parole, sarebbe la stessa rigidità del sistema basato sull’incontro a distanza tra domanda e offerta a spingere lavoratori e lavoratrici verso l’irregolarità.

Adavan, Karim e le truffe per il permesso di soggiorno

«Si tratta di un meccanismo basato su un incontro ipotetico tra domanda e offerta di lavoro di persone che non si conoscono, con tempistiche estremamente lunghe», conferma Trevisan. «Spesso si inseriscono intermediari opachi e spesso chi arriva è costretto a pagare quote molto alte per accedere al mercato del lavoro italiano». È il caso di Adavan, 35 anni, che in India ha consegnato 15mila euro a un intermediario per il miraggio di un visto, un lavoro regolare e un alloggio. «Dopo la nascita di mio figlio, ho sentito l’esigenza di trovare un impiego che mi permettesse di sostenere la mia famiglia», ha raccontato ai curatori del rapporto. Una volta arrivato in Italia, però, non ha trovato nulla di quanto gli era stato promesso. Per dieci mesi ha vissuto in condizioni precarie, mentre l’intermediario continuava a dirgli di “aspettare”. Alla fine il visto è stato revocato e, solo grazie all’aiuto di un sindacato, ha scoperto che lo stesso datore aveva invitato in Italia decine di persone in cambio di denaro senza poi assumerle. Dopo la denuncia Adavan ha ottenuto un permesso come vittima di tratta a scopo di sfruttamento lavorativo. Le cose, però sono andate peggio a molti suoi connazionali che, non sapendo a chi affidarsi, rimangono preda dei raggiri. «A molti è stato ritirato il visto e ora si trovano in Italia in condizione di clandestinità, senza tutele, pur avendo investito risorse e rispettato le regole di ingresso», ha spiegato Adavan.

Quella di Adavan è solo una delle storie di truffe e raggiri riportate dal rapporto. Karim, 29 anni, algerino, si è affidato a un’agenzia di intermediazione per entrare in Italia con un lavoro stagionale. Una volta arrivato, si è recato in Prefettura per firmare il contratto di soggiorno, ma il datore di lavoro non si è presentato all’appuntamento, rendendosi irreperibile. Karim ha trovato un altro impiego come operatore sociale nell’ambito di un progetto per minorenni, ma senza poter formalizzare la posizione perché il nulla osta era legato al primo datore. Alla fine l’autorizzazione è stata revocata. Oggi è irregolare e ha perso il lavoro. Dua, invece, è un bengalese di 42 anni che non riesce a regolarizzare la sua posizione e vive ogni giorno «come un giorno di paura e ansia». Mentre Isha, trentenne indiano, ha investito circa 20mila euro per arrivare in Italia e si è ritrovato con il nulla osta revocato perché la società indicata non aveva la capacità economica per assumerlo.

De Stradis (A Buon Diritto): «Occorre una riforma generale»

Il rapporto prova anche a stimare quante delle persone entrate in Italia non siano riuscite a regolarizzarsi. Nel 2024 sarebbero circa 26.700 gli ingressi effettivi, poco più del 18% rispetto alle quote programmate e di queste persone il 7% vive il concreto rischio di scivolare nell’irregolarità. Nel 2025 la stima è ancora più critica: su circa 26mila ingressi, quasi 11.700 risulterebbero senza un titolo di soggiorno valido. Infatti, denuncia la campagna, pur essendo previsto il rilascio di un permesso per attesa occupazione se la mancata assunzione non dipende dal lavoratore, questo strumento è poco utilizzato e andrebbe rafforzato. «Il meccanismo continua a confermarsi particolarmente ostico», commenta Marina De Stradis di A Buon Diritto. «Chiediamo una riforma generale del sistema degli ingressi per lavoro attraverso canali diversificati e flessibili e il potenziamento del permesso di soggiorno per attesa occupazione. È il solo modo per evitare che i lavoratori e le lavoratrici rimangano bloccate in un limbo anche giuridico. Lasciare le persone senza permesso di soggiorno a seguito di un ingresso per motivi di lavoro non produce legalità, ma solo insicurezza».

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