DIO È IN CARCERE: IL GIUBILEO SI CELEBRA ANCHE NELLE CELLE

Francesco più volte ha chiesto il rispetto dei diritti dei detenuti e politiche concrete per il loro recupero. Per combattere l'ingiustizia

di Redazione

«Anche Dio è un carcerato, non rimane fuori dalla cella», aveva detto papa Francesco ricevendo i cappellani delle carceri nel 2013.  Oggi torna sul tema:  in una lettera a Mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione e incaricato di preparare le iniziative giubilari,  scrive che anche i detenuti potranno ottenere l’indulgenza del Giubileo nella cappella dell’istituto e che «ogni volta che passeranno per la porta della loro cella, rivolgendo il pensiero e la preghiera al Padre, possa questo gesto significare per loro il passaggio della Porta Santa, perché la misericordia di Dio, capace di trasformare i cuori, è anche in grado di trasformare le sbarre in esperienza di libertà».
Il tema del carcere sta a cuore a questo Papa, che più volte ha espresso la sua solidarietà a coloro che sono privati della libertà, ha rivendicato il rispetto dei loro diritti, ha espresso fiducia nella loro capacità di riscatto.
Tanto più il tema è attuale in vista del Giubileo, che tradizionalmente è un periodo dedicato al perdono, alla riconciliazione, tanto che «ha sempre costituito l’opportunità di una grande amnistia, destinata a coinvolgere tante persone che, pur meritevoli di pena, hanno tuttavia preso coscienza dell’ingiustizia compiuta e desiderano sinceramente inserirsi di nuovo nella società portando il loro contributo onesto».

L’ingiustizia verso i deboli

Questo Papa che non teme di sfidare né l’opinione pubblica né le istituzioni, nel già citato messaggio del 2013 aveva detto che «Dio è dentro con loro: nessuna cella è così isolata da escludere il Signore, il suo amore paterno e materno arriva dappertutto», ma anche che  a fare del Signore “un carcerato” sono «i nostri egoismi e sistemi, le tante ingiustizie che sono facili per punire i più deboli mentre i pesci grossi nuotano liberamente nelle acque».
Nel luglio scorso,  in Bolivia ha visitato il carcere di Santa Cruz-Palmasola, noto per la durezza del trattamento riservatpo ai carcerati. E ha chiarito che «la reclusione è parte di un processo di reinserimento nella società e – dunque – non deve essere sinonimo di esclusione». No quindi ad una giustizia lenta e ingiusta, al sovraffollamento, alla mancanza di terapie occupazionali e di politiche riabilitative, alla violenza. Perché «uno non resta imprigionato nel suo passato, ma inizia a guardare il presente in un altro modo, con un`altra speranza. È in grado di piangere e lì trova la forza di ricominciare”.
Già nel 2014,  alla casa circondariale “Rosetta Sisca” di Castrovillari, aveva chiesto  «un impegno concreto delle istituzioni in vista di un effettivo reinserimento nella società», perché «quando questa finalità viene trascurata  l’esecuzione della pena degrada a uno strumento di sola punizione e ritorsione sociale, a sua volta dannoso per l’individuo e della società».

 

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