CARCERI. ANTIGONE: È IL MOMENTO DELLE RIFORME

Presentato il 18mo Rapporto sulle condizioni di detenzione. In Italia sovraffollamento al 107%, ma nel Lazio i numeri salgono. Nella regione il numero più alto di donne detenute

di Laura Badaracchi

Più ombre che luci nel XVIII Rapporto sulle condizioni di detenzione dell’associazione Antigone, presentato nei giorni scorsi a Roma, curato da Michele Miravalle, ricercatore in sociologia del diritto al Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino, e Alessio Scandurra, coordinatore dell’European Observatory on Prison Conditions, entrambi coordinatori nazionali dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione. Fra le ombre, quella del sovraffollamento, vecchia piaga dei penitenziari che sembrava essersi attutita in questi anni segnati dal Covid19. «La pandemia ci ha mostrato tutti i limiti di un mondo penitenziario bloccato e in ritardo su tante questioni», ha osservato Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. Ad oggi per circa 54 mila detenuti in tutta Italia il tasso di affollamento è in media del 107%, ma «se si considerano i posti realmente disponibili, a fronte di reparti e sezioni chiuse o celle inagibili, supera il 115%», evidenzia il Rapporto. E in alcune carceri del Lazio la percentuale sale vertiginosamente.

Antigone
La situazione sovraffollamento a Regina Coeli

Lazio: con il Covid situazione ancora più allarmante

Qualche esempio? A Roma, a fronte di una capienza regolamentare di 615 posti, la Casa circondariale di Regina Coeli accoglie 934 detenuti che vivono in una struttura in parte fatiscente, con l’assenza «di spazi in comune, destinati al culto non cattolico e all’uso sportivo, così come l’assenza di acqua calda nelle stanze di pernottamento. La sezione VIII, che attualmente ospita i detenuti cosiddetti protetti (sex offenders ed ex appartenenti alle forze dell’ordine), versa in condizioni pessime e attende una ristrutturazione complessiva che però tarda ad arrivare». Fra queste mura, da gennaio a marzo di quest’anno si sono tolti la vita cinque reclusi.

Ancora: nella Casa circondariale di Civitavecchia, su una capienza di 357 posti, al 31 marzo scorso erano presenti 472 detenuti, di cui 214 stranieri: quasi la metà della popolazione detenuta, «aumentati notevolmente da quando l’istituto è stato individuato come luogo in cui vengono condotti tutti gli arrestati all’aeroporto di Fiumicino», spiega il Rapporto. E su una capienza di 77 posti, nella Casa Circondariale di Latina al 31 marzo scorso c’erano 123 persone e «la struttura, risalente agli anni ’30, soffre di una grave carenza di spazi, sia nei reparti detentivi sia nelle aree comuni. Le celle sono piccole, affollate ed alcune versano in pessime condizioni mentre gli spazi comuni sono assai carenti. L’anno scorso denunciavamo soprattutto la carenza di spazi ed attrezzature in infermeria, situazione che costringeva ad effettuare numerosi trasferimenti verso le strutture sanitarie esterne. Oggi, che col Coronavirus questi trasferimenti sono radicalmente ridotti, la situazione appare ancora più allarmante», denuncia il Rapporto. Infine, su quattro carceri esclusivamente femminili, Rebibbia femminile (il più grande d’Europa) risulta un tasso di sovraffollamento del 123,5%; comunque «il numero più alto di donne detenute si trova nella regione Lazio: 395», seguita da Lombardia e Campania.

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Nel grafico Antigone il tasso di suicidi in carcere 2021

Gli avvocati di Rebibbia

Ma, oltre alla miniera di dati, la scelta della ricerca annuale è anche quella di approfondire alcuni temi e accendere alcune luci di speranza. Lo fa in un capitolo Alessandro Monacelli, avvocato, tra i referenti del Difensore civico dell’associazione Antigone, raccontando l’esperienza che fa con altri volontari nella Casa circondariale romana di Rebibbia. Se nell’anno accademico 2021/2022 sono complessivamente 1.246 gli studenti detenuti iscritti a corsi universitari, «numero non alto ma in costante e progressivo aumento», a Rebibbia 12 detenuti sono iscritti alla facoltà di Giurisprudenza presso l’università di Roma La Sapienza, ma possono usare solo pc nuovi e non hanno accesso a internet. «Il cuore pulsante delle attività è rappresentato da un’apposita aula studio, accessibile dalla mattina al tardo pomeriggio. Quando non vi si svolgono le lezioni, è adibita allo studio, personale o in gruppi. La prima impressione che si avverte, varcando la soglia di questa sala studio, è la sacralità con cui viene manutenuta dai suoi fruitori. Più dell’ordine e della cura, un fattore specifico appare emblematico: non si fuma», riferisce Monacelli. Purtroppo, «per motivi legati all’emergenza pandemica, recentemente l’aula studio è stata destinata anche all’effettuazione delle videochiamate tra familiari e detenuti, che vi si recano due volte alla settimana».

Sono circa 25 i dottorandi, «che si recano in carcere per offrire le lezioni e rispondere alle domande degli studenti», oltre ad alcuni avvocati del Foro di Roma, tutti volontari. «Da un lato, per gli studenti “di fuori” (dottorandi e non) l’ingresso in carcere rappresenta un ineguagliabile opportunità di toccare con mano una parte della nostra società, che arricchisce la loro formazione personale e professionale. Dall’altra, l’ingresso dei volontari permette agli studenti “di dentro” di mantenere il contatto con la realtà esterna, spesso messo a rischio dal processo di alienazione dovuto alla detenzione».

 

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