I GIOVANI LASCIANO L’ITALIA. E NON SOLO PER GUADAGNARE DI PIÙ

Tra 2011 e 2024 55mila giovani sono arrivati in Italia da Austria, Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna, Svizzera e Usa. E 486mila giovani italiani sono emigrati in quegli stessi Paesi. Sono ragazze e ragazzi mossi da uno stipendio dignitoso, ma soprattutto da crescita personale, qualità della vita, rispetto dei tempi vita lavoro

di Giorgio Marota

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I giovani non lasciano l’Italia solo per guadagnare di più, ma per vivere meglio. Partono, carichi di sogni e di speranze come ogni migrante ma senza la valigia di cartone come facevano i loro bisnonni, non perché hanno in mente soltanto uno stipendio che li gratifichi maggiormente, bensì per calarsi in uno stile di vita più appagante, che rispetti il tempo libero, che dia loro la possibilità di costruire una famiglia senza l’assillo di arrivare a fine mese, inserendosi in un tessuto sociale dove ci sono meno marginalità socio-economiche, a costo di rinunciare a quella fetta di welfare che rende il nostro Paese ancora un modello in termini di assistenza e mutualismo. E con l’occasione, mollando gli ormeggi, magari si può anche imparare una nuova lingua. Lo smart working, la settimana corta, la giornata lavorativa che termina nel primo pomeriggio anziché di sera, i diritti per le donne appena uscite dalla maternità o per i padri dalla paternità, la possibilità di avere luoghi adatti ai bambini in prossimità dei posti di lavoro dei genitori, ma anche un trasporto pubblico più efficace, meno traffico per arrivare in ufficio e, in generale, una cultura che metta il lavoro non al centro dell’esistenza umana (ma che, viceversa, lo renda semplicemente uno strumento di sostentamento), sono le principali leve che oggi fanno scattare l’emigrazione. La politica sembra ancora non averlo capito. «Credo che la questione principale sia salariale, cioè la percezione che all’estero gli stipendi possano andare meglio ed è la ragione per la quale abbiamo cercato di lavorare per aumentare i salari, ma forse andrebbe fatto un ragionamento sui salari di primo ingresso», ha detto la premier Giorgia Meloni nella conferenza stampa di inizio anno, riducendo il tutto a un fattore economico e relegando il tema a una questione “di percezione”, quindi di sensazioni o impressioni che possono anche non aderire in modo efficace alla realtà.

Giovani e lavoro: un approccio diverso

Quello che forse non è stato ancora del tutto colto è che i giovani stanno sposando un approccio differente al mondo del lavoro, dove differente non vuol dire per forza sbagliato. Anzi, il cambiamento che hanno messo in atto probabilmente fa paura proprio perché smonta, pezzo dopo pezzo, l’approccio liberale e capitalistico che dal boom economico in avanti ha guidato e incanalato la nostra società. È una prospettiva che potremmo chiamare quasi olistica. Nel singolo impiego, infatti, i giovani vanno sempre di più alla ricerca di un’opportunità di crescita – la prospettiva è che non conta solo l’oggi, ma pure il domani -, di una soddisfazione che non sia soltanto relativa al compito da svolgere e che porti il dipendente ad associarsi con convinzione ai valori dell’azienda. I giovani vogliono poi un lavoro “smart”, inteso non come “da casa” per banale pigrizia ma “intelligente” al punto da comprendere come l’equilibrio tra impegno lavorativo e sfera privata vada salvaguardato nel rispetto della qualità della vita. L’eredità di nonni e genitori, quelli che hanno insegnato loro a mettere spesso il lavoro al centro di tutto nonostante l’acclarato tradimento del patto di fiducia del “più ti impegni più ottieni risultati”, non sempre ha rispecchiato tutto questo. Figure adulte assenti perché sempre impegnate, padri e madri che hanno dedicato domeniche e giorni festivi al lavoro pur di ottenere uno stipendio più alto, magari utile al sostentamento della famiglia ma non alla creazione di un ambiente di crescita sano e sereno non sono visti sempre come modelli. Soprattutto se quei sacrifici fatti per la carriera poi non hanno generato felicità.

Nell’ultimo anno l’Italia ha perso 103 mila persone, il 42% sono giovani laureati 

Secondo un’indagine dell’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (Inapp), solo il 26% di un campione di 45mila individui tra i 18 e i 29 anni vede il lavoro come un “ascensore” sociale che offra un’occasione per realizzarsi. I giovani, insomma, generalmente edificano sé stessi e i propri sogni altrove, non in ufficio. Inoltre, quasi un intervistato su due vede il lavoro solo come un modo per guadagnare, inquadrandolo dunque come uno strumento di sostentamento e poco altro. In quest’ottica, pure i numeri sull’emigrazione arrivano ad assumere tutt’altro significato. Intanto, Secondo il Rapporto Cnel L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati, su nove under 34 che lasciano l’Italia c’è un solo coetaneo straniero proveniente dalle principali economie avanzate che sceglie di arrivare. Significa che il nostro Paese non è attrattivo per chi parte e neppure per chi cerca opportunità. Tra il 2011 e il 2024 ci sono stati 55 mila arrivi da Austria, Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna, Svizzera e Usa e nello stesso periodo 486 mila giovani italiani sono emigrati in quegli stessi Paesi, con Regno Unito (26,5%) e Germania (21,2%) come prime destinazioni. Nell’ultimo anno l’Italia ha perso 103 mila persone, la maggior parte giovani laureati (42%): è la differenza tra le partenze (156 mila) e i ritorni (53 mila). Si emigra dunque non solo per soldi. Ma anche volendo utilizzare solo quella lente, la fotografia sulla differenza del potere d’acquisto tra l’Italia e gli altri stati europei è sempre più nitida. Prendendo in considerazione una coppia senza figli in cui entrambi lavorano e guadagnano un salario nella media, in Italia nel 2024 il totale a loro disposizione si è fermato a 49.600 euro, cifra che sale a 50.700 se si esprime il valore a parità di potere d’acquisto con gli altri Paesi. In base a quest’ultimo indicatore – che dunque tiene conto di quello che davvero puoi comprare in un determinato paese con lo stipendio che hai – in Spagna una famiglia con le stesse caratteristiche può contare su quasi 54 mila euro, in Francia su 58 mila, in Germania su 73 mila e nei Paesi Bassi addirittura a 81.900. Se in Italia un sigle porta a casa uno stipendio netto di 19.870 euro l’anno, in termini assoluti un tedesco guadagna 6.400 euro in più, un austriaco 7.300, un olandese oltre 11 mila. E il costo della vita, che all’estero resta sicuramente più alto, non basta ad ammortizzare la statistica. Rispetto al nord Europa, in Italia la spesa continua a costare meno e gli affitti sono mediamente più bassi, eppure arrivare a fine mese continua a essere un’impresa economica e socio-culturale.

 

I GIOVANI LASCIANO L’ITALIA. E NON SOLO PER GUADAGNARE DI PIÙ

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