
GIUSTIZIA MINORILE, MONTALBANO: «QUALI RISPOSTE STIAMO DANDO OGGI AI RAGAZZI?»
Un volume sulla giustizia minorile, il suo funzionamento, i suoi cambiamenti. Ma anche e soprattutto su cosa significhi avvicinarsi al percorso di un minore o di un giovane adulto che inciampa tra le maglie di questo sistema. Un libro per educatrici ed educatori. E non solo. Una chiacchierata con l’autore, Francesco Montalbano
02 Marzo 2026
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«Con penna paziente Montalbano traduce l’universo della giustizia minorile in un linguaggio semplice ma mai approssimativo». Con queste parole, nella prefazione di Misure penali esterne nella giustizia minorile. Manuale per operatori del Terzo settore (Edizioni Junior) di Francesco Montalbano, Luigi Manconi e Marica Fantauzzi descrivono il lavoro dell’autore. Project manager di Arpjtetto, Montalbano si occupa di progetti educativi per minori e giovani adulti autori di reato in misura alternativa alla detenzione, accompagnandoli nei loro percorsi di responsabilizzazione e reinserimento.
Come nasce l’idea del libro?
«Il libro nasce dall’idea di fornire alle educatrici e agli educatori un manuale dove poter capire e interpretare con facilità la legge che riguarda il processo penale minorile. È un libro in parte divulgativo perché vuole spiegare dei concetti che appartengono alla giustizia, in particolare alle persone che vogliono capire di più come funziona quella minorile».
Però «in un linguaggio semplice ma mai approssimativo», come scrivono Manconi e Fantauzzi nella prefazione del libro.
«Parto dal presupposto che il linguaggio giuridico è sicuramente di difficile interpretazione. Ma per lavorare bene con i minori e giovani adulti che ci vengono affidati è necessario avere una conoscenza di quello che è il procedimento penale minorile, per dare risposte adeguate ai ragazzi che seguiamo. Ma il libro è anche un manuale che può essere usato col ragazzo stesso, nel momento in cui si trova in messa alla prova. In questo ultimo caso, fornisce sia all’operatore che al giovane gli strumenti per interpretare la misura penale che in quel momento si sta trovando a vivere. Senza cadere troppo nei tecnicismi, ho cercato di usare un linguaggio accessibile, che faccia capire che cosa significhi trovarsi in un dato momento in una specifica misura penale».
In un contesto segnato da crescenti fragilità, diventa sempre più essenziale rafforzare il ruolo educativo e formativo di chi opera sul campo?
«Il libro nasce dall’esperienza che noi quotidianamente facciamo ad Arpjtetto con le ragazze e i ragazzi che accogliamo. Nasce proprio perché crediamo sia importante dare delle risposte che non siano mai banali e che abbiano senso per la vita del ragazzo o della ragazza che in quel momento si sta trovando ad affrontare quel tipo di percorso. E nasce anche, secondo me, dal fatto che io devo essere, come educatore o educatrice, capace di rispondere a bisogni complessi con competenza. In un mondo in cui le ragazze e i ragazzi hanno sempre meno riferimenti dal punto di vista degli adulti, io devo essere per loro non solo un adulto credibile, ma anche una persona su cui loro possono fare affidamento. Devo essere capace di leggere i loro bisogni e anche avere le risposte alle loro necessità. Ovviamente non si possono avere risposte su tutto, per questo ci sono le équipe multidisciplinari, si lavora in alleanza con più persone, ognuna risponde a un tipo di complessità. Ma bisogna aver chiaro che è necessario dare delle risposte adeguate a bisogni complessi».
«Se essere visti è un bisogno che questi ragazzi e ragazze cercano in tutti i modi di esprimere, essere capaci di dedicare “sguardo” – e attenzione e ascolto e cura – nei loro confronti è compito di noi adulti», scrive la Garante delle persone private della liberà personale del Comune di Roma Valentina Calderone.
«Sì, è una responsabilità collettiva. Io sono convinto che la povertà educativa, al di là del fatto che nasce ovviamente dentro la povertà economica, per questi ragazzi consiste anche nel non avere dei veri e propri adulti di riferimento che sappiano dare loro delle risposte adeguate. Molto spesso i ragazzi che accedono a percorsi di giustizia minorile non hanno mai incontrato degli adulti credibili, persone che hanno insegnato loro a leggere le emozioni in un certo modo, a gestire la frustrazione, a immaginarsi un futuro. Per questo è una responsabilità collettiva perché è un qualcosa che dovrebbe interrogare tutti noi adulti. Quanto la società risponde ai loro bisogni?»
Come risponderebbe a questa domanda?
«Mi chiedo che risposte, in questo momento, stiamo dando ai ragazzi coi decreti sicurezza, col decreto Caivano. Sono risposte di tipo securitario: ci siamo dimenticati del fatto che è necessario investire sulla prevenzione e sull’educazione. Parto sempre dal concetto fondamentale che tu non sei mai il reato che hai commesso, ma quel reato è l’emersione di un bisogno, di qualcosa che ti sta toccando. Nella giustizia penale minorile non si trovano solo i figli di coloro che vengono da situazioni di povertà, ma ci sono anche tanti figli che vengono da famiglie agiate. Ci sono dei bisogni che non riguardano solo quella che viene chiamata delinquenza o devianza minorile, non riguarda solo le fasce povere della popolazione, ma riguarda un po’ tutte le fasce sociali, anche perché la famiglia, gli adulti, non hanno più il ruolo che avevano un tempo».
Il suo libro si rivolge soprattutto a chi opera nel Terzo settore. A chi altro è rivolto?
«Il libro si rivolge soprattutto a chi opera nel Terzo settore, però cerco di non utilizzare mai troppi tecnicismi; è indirizzato anche a persone che vogliono interessarsi a come funziona il sistema minorile. In un momento in cui, dal punto di vista mediatico, si sta parlando tanto di carcere, è importante sapere che esistono misure alternative alla detenzione. Ci sono dei dati che dimostrano che la recidiva delle persone che vengono recluse è diversa (molto più alta) da quella dalle persone che beneficiano delle misure alternative. Anche un volume come quello che ho scritto può essere importante per fare cultura su questi temi».
«Al 30 settembre, secondo il Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità del Ministero della Giustizia, risultavano 16.534 minorenni o giovani adulti in carico agli uffici territoriali, con un aumento di 1.566 unità (+10,5%) rispetto all’inizio dell’anno». Così il Garante delle persone private della libertà personale Stefano Anastasia. Cosa vuole dirci in proposito?
«Sì, c’è un aumento costante di ragazze e ragazzi negli istituti penali minorili. Bisogna far conoscere come funziona questo sistema e quello che ha fatto il decreto Caivano, che ha ristretto sempre di più le maglie della giustizia e ha reso più facile l’impiego delle misure cautelari per determinati reati. Ha escluso, ad esempio, dalla messa alla prova alcuni reati in cui prima poteva essere applicata. Prima del decreto i minori potevano accedere alla messa alla prova per tutti i reati, adesso ce ne sono alcuni per cui non è più possibile accedervi, come omicidio, violenza sessuale, rapina aggravata. Questo, secondo noi operatori che lavoriamo nella giustizia minorile, è un errore: manca quello che è il presupposto per cui è nata la giustizia minorile, cioè una giustizia a misura di un ragazzo che in via di crescita e di evoluzione. Se si fa entrare in carcere, rimane più facilmente impigliato in quelle maglie e non ne esce più».
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Francesco Montalbano
Misure penali esterne nella giustizia minorile.
Manuale per operatori del Terzo settore
Edizioni Junior, 2026
88 pagine, 15 euro






