I DUE POLI DELLA RAPPRESENTANZA NEL TERZO SETTORE

Non si possono difendere i diritti dei più deboli senza un adeguato lavoro di lobby con i decisori pubblici. Ma sono troppi i problemi ancora irrisolti. Una ricerca di Maria Cristina Antonucci

di Paola Springhetti

Può un settore che produce il 4,3% del Pil non avere una forma di rappresentanza presso i decisori pubblici? Parte da questa domanda la ricerca che Maria Cristina Antonucci ha svolto sul Terzo Settore e sulla sua capacità di rappresentare se stesso e gli interessi di cui è portatore, per tutelarli e difenderli.
Secondo Liborio Mattina, «la rappresentanza è il processo politico attraverso il quale i cittadini utilizzano appositi canali di comunicazione per informare i decision makers dei loro bisogni e per controllare – attraverso i loro rappresentanti – che le loro richieste vengano prese in considerazione». Questo processo dovrebbe essere connaturato al Terzo settore, che per sua natura promuove cause, rappresenta bisogni, cerca riposte. Che insomma dovrebbe esercitare una funzione di advocacy, costruendo con i decisori politici relazioni che gli permettano di difendere e promuovere i soggetti deboli.
In questo senso il non profit può e deve svolgere un lavoro di lobby, anche se è evidente che non gli interessa essere una lobby tra le altre, il cui peso si misura in base al potere negoziale: cerca piuttosto un proprio stile di rappresentanza, che salvaguardi identità, valori, pluralità delle esperienze e soprattutto il fatto di rappresentare non interessi particolari, ma interessi sociali e diffusi.

L’altalena nei rapporti con le istituzioni


Antonucci constata che negli anni i rapporti tra terzo settore e politica sono stati altalenanti, segnati da riconoscimenti positivi (nel 1999 il riconoscimento del Forum del Terzo settore come parte sociale da parte del Governo D’Alema; poi l’inserimento di rappresentanti nel Cnel; la 328/2000 che disegnava spazi di partecipazione nelle politiche sociali…) e da fasi o segnali negativi (la chiusura dell’Agenzia per il Terzo Settore nel 2012; il fatto che il 5 per mille non sia mai stato stabilizzato; i tagli alle politiche sociali; il sotto-finanziamento al servizio civile…). Tuttavia, sostiene Antonucci, il Terzo Settore «ha maturato negli anni la sempre maggiore consapevolezza, oltre all’esigenza, di far udire la propria voce nei confronti dei soggetti decisionali, non solo e non tanto nel momento delle emergenze da affrontare, ma anche nella quotidiana gestione dell’agenda collettiva delle politiche pubbliche nazionali e sub-nazionali».
Forse anche per questo con le elezioni del 2013 molti esponenti del settore sono entrati in Parlamento, ma anche a livello regionale e locale sono numerose le presenze di eletti provenienti da questo mondo.
Però la capacità di rappresentanza sembra ancora non soddisfacente: un settore complesso e disorganico – per di più regolato da una legislazione a canne d’organo che lo ha ulteriormente parcellizzato tra volontariato, promozione sociale, Ong, cooperative sociali, imprese sociali, fondazioni bancarie – si porta dietro un’intrinseca debolezza e la tendenza a ripiegarsi su se stesso, preoccupato più dei processi interni che dell’impatto sull’esterno.

La situazione nei vari settori…


Quello della promozione sociale è un settore caratterizzato dalla presenza di grandi associazioni, che in alcuni casi hanno forti legami, a volte simbiotici, con le realtà originarie, sindacato o aree politiche che siano. Tanto che spesso i presidenti o comunque i dirigenti ottengono incarichi importanti in politica. Si pensi ad Acli, Arci, Anteas, ma anche a reti legate a temi specifici, come Libera. Le grandi associazioni stabiliscono rapporti diretti e non hanno bisogno della mediazione di reti od organismi deputati a rappresentarle. Dall’altra parte ci sono numerose associazioni medie e piccoli, molte delle quali, però non particolarmente interessate al tema. Il problema resta quindi irrisolto.
Rispetto al volontariato, la promozione sociale ha comunque uno strumento in più: il registro nazionale, che «ha creato una canale e un luogo di rappresentanza».
Una situazione completamente diversa è quella della cooperazione sociale che ha dato vita, nel 2011, all’Alleanza per le cooperative sociali, luogo di rappresentanza che ne raccoglie il 90%. Si tratta di un’esperienza interessante, perché nasce da un percorso non semplice di aggregazione di realtà preesistenti che avevano tre anime diverse: Lega cooperative sociali, Agci Solidarietà, Federsolidarietà-Confcooperative. La nascita dell’Alleanza ha sancito l’abbandono dei vecchi modelli ideologici e la condivisione di problemi e progetti concreti.
Una forte spinta in questa direzione è stata data dalla necessità di presentarsi come un soggetto autorevole e attivo in ambito europeo, visto che ormai è lì che si prendono le decisioni più importanti sui temi che interessano il settore.
Le Ong sono aggregate in tre grandi realtà: Aoi (Associazione Ong italiane), Cini (Coordinamento italiano network internazionali), Link 2007. A compattarle è stato il lavoro attorno al testo di riforma della legge 49/1987 sulla cooperazione internazionale, sfociato nel disegnato di legge emanato dal Consiglio dei Ministri nel 2013. Le tre realtà associative hanno trovato una sintonia attorno ad una proposta condivisa, che insieme hanno presentato al mondo istituzionale. Al di là di alcuni risultati concreti ottenuti, il risultato più importante, secondo Antonucci, è stato di rimettere nell’agenda politica il tema della cooperazione internazionale, trascurato da anni. Bisognerà vedere se questa collaborazione continuerà e come.
Le Fondazioni di origine Bancaria fanno capo, insieme alle Casse di risparmio, all’Acri, che ha la particolarità di collegare l’anima non profit (le fondazioni) e quella for profit (le Casse di risparmio). Anche per questo l’Acri ha una capacità di relazione istituzionale molto forte, non tanto per l’ampia disponibilità di risorse finanziarie, quanto per la sua unitarietà, per il fatto cioè di essere l’unico rappresentante del sistema.

… e quella nel volontariato


Il volontariato è il settore che ha maggiori difficoltà a dare forma alla propria rappresentanza. E se una prima causa è rintracciabile nella sua frammentarietà, la seconda è legata ad un’ancora diffusa concezione, secondo la quale la relazione con i soggetti istituzionali non rientra nelle competenze delle associazioni. La terza è nella «divisione ideale tra realtà che si riconoscono in un orientamento religioso o laico del volontariato». Tutto questo fa sì che le reti esistenti rispondano, secondo Antonucci, più a una logica identitaria che non di rappresentanza: Convol, di ispirazione prevalentemente cattolica; Cnv, di matrice più laica; Consulta del Volontariato Forum del Terzo settore; Movi.
Inoltre persiste una profonda divisione tra soggetti piccoli e grandi: l’esistenza di queste reti non ha ridimensionato il ruolo di alcune grandi organizzazioni, come Misericordie, Anpas, Caritas, Avis, abituate a muoversi senza intermediazioni.
Perciò rimane «al di fuori del circuito di rappresentanza istituzionale tutto il mondo delle organizzazioni minori di volontariato non afferenti, per motivi funzionali, identitari o valoriali, alle reti». E a questo proposito Antonucci pone il tema dei Centri di Servizio per il volontariato: anche se non perdono occasione per ripetere che non hanno alcun ruolo di rappresentanza, sono di fatto dei facilitatori, dei “costruttori di comunicazione” nei rapporti con le istituzioni. E questo ruolo di facilitatori viene loro riconosciuto sia dalle organizzazioni più piccole, sia dal sistema della politica regionale e locale. Perciò, secondo la ricercatrice, «è possibile pensare alla rete dei Csv come ad un collettore di istanze “dal basso”, sui territori, delle organizzazioni di volontariato alla ricerca di un canale di comunicazione, prima ancora che di rappresentanza, con il sistema istituzionale; e come ad una soggettività di facile accesso “dall’alto”, da parte del sistema politico-istituzionale, quando esso voglia trovare un’interfaccia stabile per relazionarsi con un mondo così frammentato, spezzettato e irriducibile ad una realtà soggettiva unitaria».

Le contraddizioni del Forum


Tutto questo può far capire le difficoltà in cui si dibatte il Forum del Terzo Settore: «l’unico soggetto associativo di sistema dotato di una funzione di rappresentanza», si trova oggi in una situazione contraddittoria per cui «senza Forum del Terzo settore non c’è rappresentanza, ma nello stesso tempo nel Forum non c’è rappresentanza». Il Forum associa 70 organizzazioni nazionali di primo e secondo livello, dunque non riesce a includere i piccoli, ma anche i grandi sembrano starci in modo più formale che sostanziale, per la già citata tendenza a stabilire rapporti diretti con i decisori istituzionali.
Dunque, secondo Antonucci, non conta quanto potrebbe o dovrebbe, anche se si è rivelato «come uno degli attori rilevanti per l’assunzione (o meno) delle decisioni della politica, in materia di Terzo settore». Si potrebbe descriverlo «come un “Parlamentino del Terzo settore”… con una soglia di sbarramento molto alta, stante la presenza in esso delle organizzazioni con le membership numericamente maggiori». Il suggerimento è che dovrebbe adottare un modello reticolare, improntato sulla sussidiarietà circolare, lanciando così un «processo di sviluppo in grado di coniugare unitarietà e democraticità».

I due modelli


In sintesi, conclude Antonucci, si può riconoscere una dicotomia nel modo di concepire la rappresentanza all’interno del Terzo Settore tra un polo della “rappresentanza unitaria-convergente”, che nella relazione con i decisori collettivi riesce a fare unità e sintesi, e un polo che invece è più preoccupato di salvaguardare la pluralità delle identità. Appartengono al primo polo i soggetti più vicini alla dimensione “for profit”: cooperative sociali e fondazioni bancarie, oltre alle organizzazioni non governative. Appartengono al secondo le organizzazioni di volontariato e le Aps.

Maria Cristina Antonucci

Lobbying e Terzo Settore. Un binomio impossibile?
Edizioni Nuova Cultura 2014
156pp
disponibile anche in formato ebook

Maria Cristina Antonucci insegna Associazioni e Rappresentanza del Terzo settore a Roma Tre ed è ricercatrice del Cnr. Questo libro è il risultato di una ricerca condotta attraverso una serie di interviste qualitative ai protagonisti del Terzo settore.

I DUE POLI DELLA RAPPRESENTANZA NEL TERZO SETTORE

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