
IMPARARE LA SOLIDARIETÀ, RACCONTARLA CON PAROLE E ARTE. TORNA IL PREMIO CLAUDIO PUOTI
«Sogno di ridare alle persone la gioia di fare politica, il fascino della partecipazione, la purezza delle idee, l’ampio respiro degli ideali, l’entusiasmo di confrontarsi, riunirsi, parlare e ascoltare». Lo diceva sempre Claudio Puoti, “medico di campagna” e volontario militante. La sua memoria e il suo impegno sono diventati azione quotidiana dell’associazione che porta il suo nome. E che torna anche quest’anno con il premio letterario omonimo. Antonella Di Biase: «Claudio ha lasciato un seme che va coltivato»
08 Aprile 2026
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C’è un filo rosso che ha attraversato tutta la vita di Claudio Puoti, medico primario prima e volontario militante poi: l’ascolto e la vicinanza ai pazienti, ai migranti, ai giovani. Prematuramente scomparso nel 2021 a causa di un infarto, con una carriera brillante da epatologo e infettivologo alle spalle, stimata anche a livello internazionale, Claudio amava definirsi con semplicità un “medico di campagna”. «La sua umiltà non ha mai fatto pesare il suo sapere», ci ricorda in una toccante chiacchierata Antonella Di Biase, sua compagna di vita e fondatrice dell’Associazione Claudio Puoti. «Si definiva “medico di campagna” non solo perché ha lavorato prevalentemente negli ospedali dei Castelli Romani, ma soprattutto perché era vicino al malato. Era un amico, quello a cui portare la torta a Natale». Non un medico formale e distante, quindi, ma una presenza quotidiana, capace di entrare nella vita delle persone con discrezione. I numerosi biglietti di ringraziamento che riceveva, infatti, «non erano di gratitudine per aver salvato, ma per aver ascoltato, per essere stato vicino», anche da parte di coloro che avevano perso un proprio caro, «per aver saputo accompagnare» fino alla fine.
Dal reparto alle missioni umanitarie nel Mediterraneo
Questo stesso impulso spinge Claudio, negli anni più drammatici delle migrazioni nel Mediterraneo, a cercare un modo per rendersi utile. «Nel 2012-2013 c’erano naufragi a più non posso e lui si chiedeva sempre: possibile che non possa fare nulla?». La risposta arrivò attraverso la Fondazione Francesca Rava, la quale collaborava con la Marina Militare durante l’operazione Mare Nostrum. Partì durante le sue ferie, per venti giorni nel mese di agosto, ed «è lì che si è scoperto ancora di più vicino agli ultimi». A bordo delle navi, tra migliaia di persone stipate nelle stive, Claudio visse un’esperienza totalizzante: «scendeva e restava lì, senza mangiare, senza fermarsi, perché non riusciva a lasciare quella situazione drammatica». Una prova fisica e psicologica durissima, ma anche una rivelazione: un modo ancora più radicale di vivere quel senso di umanità e vicinanza nei confronti di un prossimo troppo spesso dimenticato dalla società. Da quell’esperienza nacquero i suoi diari di bordo, poi diventati i suoi due libri una volta tornato a casa: Dialoghi con Pì e Lettere a Pì», ricorda Antonella. «Nel primo non ha avuto la forza di scrivere tutto: ha avuto bisogno di tempo per elaborare». Claudio, nei suoi scritti, trova anche il modo di ridare voce a chi non ne ha più una. In appendice ai due romanzi inserisce una sezione intitolata Spoon River del Mare, in cui raccoglie una serie di poesie scritte in prima persona. Sono infatti le voci dei protagonisti di quelle stesse storie a prendere parola, in particolare le voci di coloro che non ce l’hanno fatta, le cui vite, senza penna di Claudio, sarebbero rimaste dimenticate nel fondo del Mediterraneo. «Leggere quelle pagine mi ha sorpresa e commossa: ancora oggi mi emoziono, perché si percepisce quanto quelle storie le avesse davvero “assorbite”».
In dialogo con i più giovani
Come ci ricorda Antonella, i due libri sono dedicati alla loro amata “Pì”, la figlia, interlocutrice ideale degli scritti paterni, ma anche metafora di tutti i giovani e le giovani del mondo, soprattutto di quelli, come scrive Claudio nella prefazione al secondo volume, «la cui unica colpa è stata quella di estrarre il biglietto sbagliato della lotteria della vita». Antonella sottolinea anche la profonda fiducia che Claudio riponeva nelle nuove generazioni: «credeva davvero che potessero cambiare la società».
La volontà di mantenere vivo il dialogo divenne presto un impegno anche online, con la creazione di un gruppo Facebook nel 2018. Durante la pandemia, in un clima di incertezza e disinformazione, il gruppo crebbe fino a raggiungere migliaia di persone. Claudio divenne così un punto di riferimento in quel caos dilagante. Studiava, spiegava, rassicurava: «la gente aveva bisogno di qualcuno di cui fidarsi», e lui c’era sempre, «a qualsiasi ora del giorno e della notte rispondeva». In un periodo segnato dall’isolamento, riuscì a costruire uno spazio in cui essere vicini nella distanza. Negli anni sono state molte le persone che si sono avvicinate a Claudio. Dopo la sua scomparsa improvvisa, quest’ultime hanno restituito alla sua famiglia un affetto inatteso e un conforto profondo: «Ho capito quanto fosse stato speciale non soltanto per me e per mia figlia, ma per tanti. E alla fine questo essere speciale non era altro che l’attenzione verso gli altri, l’ascolto».
Ascoltare, appunto. È forse questo il lascito più forte: «non tanto donarsi all’altro, quanto ascoltare. Alle volte facciamo un po’ finta di ascoltare, invece no: bisogna ascoltare davvero». Un gesto semplice, ma sempre più raro; eppure, è da lì che passa ogni possibilità di relazione autentica. In un tempo segnato da conflitti e divisioni, la sua voce manca, ma resta il suo esempio: quello di chi ha scelto, ogni giorno, di ascoltare gli altri, soprattutto quelli che non vengono mai ascoltati.
La seconda edizione del premio Claudio Puoti e un’eredità che continua
Non è un caso che Claudio si definisse “militante di umanità, partigiano della solidarietà”. Una formula che racchiude il senso del suo impegno, ma anche una visione precisa: quella di una partecipazione attiva, consapevole, capace di andare oltre le appartenenze. In quello che i suoi cari hanno chiamato “il Manifesto di Claudio”, scritto pochi giorni prima della sua dipartita, afferma: «Sogno di ridare alle persone la gioia di fare politica, il fascino della partecipazione, la purezza delle idee, l’ampio respiro degli ideali, l’entusiasmo di confrontarsi, riunirsi, parlare e ascoltare».
Da qui nasce il desiderio di continuare il suo percorso attraverso il coinvolgimento attivo della comunità. Come ribadisce Antonella: «lui ha lasciato un seme che va coltivato». Prende così forma l’idea di un Premio letterario dedicato ai temi a lui più cari, aperto a tutti ma rivolto in particolare alle scuole, per alimentare nei più giovani quello stesso slancio che ha guidato la sua vita. «Abbiamo incontrato insegnanti che hanno condiviso il progetto con le loro classi, coinvolgendo i ragazzi: abbiamo ricevuto cose davvero belle».
Dopo il successo della prima edizione dedicata all’accoglienza, il Premio Claudio Puoti torna anche quest’anno con il tema della solidarietà: “Imparare la solidarietà, raccontarla con le parole e l’arte”. Le sezioni previste sono: racconto, poesia e arti figurative. Tutte le informazioni e il bando completo sono a questo link, La scadenza del bando è fissata al 15 giugno e le opere finaliste saranno raccolte in un’antologia. Un modo semplice e concreto per continuare a perpetuare quei valori che sono stati il riferimento essenziale della vita di Claudio Puoti: militante di umanità, partigiano della solidarietà e medico di campagna.






