LA FIGLIA DEL CLAN, GIUSEPPINA PESCE: «ERO UNA RAGAZZA COME TUTTE LE ALTRE»

Ne La figlia del clan Danilo Chirico racconta una delle prime donne di ‘ndrangheta a collaborare con la giustizia. Una storia di famiglia, patriarcato, scelte. Una storia di normalità. E di solitudine

di Maurizio Ermisino

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Una macchina corre sulla Salerno-Reggio Calabria. È l’estate di Italia Novanta, quella delle notti magiche. Una famiglia canta con i finestrini abbassati diretta a Gardaland. Sul sedile posteriore giocano tre bambini. Una di loro è Giusy, undici anni. Non sa ancora che quella felicità è fragile, che quel cognome pesa come una sentenza. Giuseppina Pesce, cresciuta a Rosarno, in uno dei clan più potenti della ‘ndrangheta, figlia, sorella, nipote di boss, deciderà a un certo punto di parlare. Per salvare i suoi figli diventerà una delle prime donne di ‘ndrangheta a collaborare con la giustizia. La sua storia è al centro del libro La figlia del clan – Un cognome da nascondere, un destino da riscrivere di Danilo Chirico, giornalista, scrittore, autore televisivo, che ha dedicato la sua vita a combattere la ‘ndrangheta con le sue parole e il suo impegno del sociale (è il fondatore dell’associazione daSud). Lo abbiamo incontrato alla libreria Arethusa, a Roma, dove è stato presentato il libro. «Giuseppina nasce nella famiglia Pesce, una delle più importanti della ‘ndrangheta: la magistratura ne parla come dei Riina in Sicilia» ci ha raccontato. «È un casato storico, di vertice, che ha condizionato il territorio e la crescita della ‘ndrangheta. I Pesce non sono un clan violento, hanno  una capacità di stare dentro il territorio così forte che non hanno bisogno della violenza». «Quando Giuseppina Pesce viene arrestata è uno shock per il clan», continua, «le donne non si possono neanche affiliare. Viene accusata di essere prestanome del clan e soprattutto di essere la postina, quella che porta le informazioni dentro e fuori il carcere. Nel clan Pesce non c’era mai stato un pentito, soprattutto una figlia. Quando Giusy inizia a collaborare è una cosa dirompente, non solo per quello che può dire, ma per quello che significa. È stata molto sui giornali in televisione, anche io ne avevo scritto, eppure aveva la sensazione di non essere mai ascoltata davvero, sentiva di aver tirato fuori solo una parte: la figlia del boss, la figlia del clan. “Io, invece, ero una ragazza come tutte le altre” dice lei».

la figlia del clan
Danilo Chirico durante la presentazione di La figlia del clan alla libreria Arethusa a Roma: «Alla fine di questo lungo processo i figli le sono grati»

A Gardaland, il padre di Giuseppina Pesce, boss della ‘ndrangheta capace di gesta efferate, aveva paura di salire sulle montagne russe. Ed è proprio da particolari come questi che si capisce il mondo in cui è cresciuta Giuseppina: una potente famiglia mafiosa che, vista da un’altra angolazione, era una famiglia come tutte le altre. «Giuseppina Pesce è cresciuta in una famiglia come quelle di tutti noi» ci racconta Danilo Chirico. «Lei dice: “ero felice, suonavo il pianoforte, mio padre organizzava i concerti e conoscevo i cantanti, Zucchero, Enrico Ruggeri, i Pooh. Mi portava in parrocchia”. «Giusy aveva sempre saputo chi era la sua famiglia. Eppure erano anche i suoi genitori».

Un’educazione sentimental-criminale

D’altra parte, lo diceva anche Giovanni Falcone che i mafiosi non vanno visti né come esseri soprannaturali né come mostri invincibili. «Se vogliamo capire la mafia, diceva Falcone, dobbiamo considerare che fanno parte della stessa nostra società» commenta Chirico. «Guardano la televisione come noi, hanno gli stessi valori, l’attaccamento alla religione. È quella la forza. Giuseppina dice: “Sono cresciuta in una famiglia felice. Tutti parlavano di mio zio come un carnefice, per me era quello che organizzava le feste, i grandi pranzi la domenica. Poi ci insegnavano anche altre cose o le imparavamo stando con loro”. Quando le ho chiesto come facesse a sapere che la sua famiglia era nella ‘ndrangheta, non sapeva rispondere. Ci eri nato. Ci stavi e lo sapevi. Questa è la grandissima forza della ‘ndrangheta: fa parte della tua cultura, del tuo essere, è un’educazione sentimental-criminale per questo è difficile da combattere».

La storia di Giusy, in fondo, è quella di una bambina innamorata del padre, come tutte le bambine. Ed è da questo amore, a un certo punto interrotto, che è nato tutto. «Ha accusato il padre, ma lo ha anche giustificato» ci spiega l’autore. «Le ho chiesto se avesse delle preferenze per lui per un amore nei suoi confronti. E lei mi ha detto “penso che sia una figura diversa: io amavo anche mio fratello, ma lui era cattivo, mio padre era buono”. Ho approcciato la storia cercando di spogliarmi da ogni pregiudizio. E abbiamo dibattuto, per tutto il tempo. Quando sostenevo che il padre ha fondato la squadra di calcio a Rosarno per avere consensi, lei diceva “è perché mio padre amava il calcio”. Quando le ho detto che per i concerti era lo stesso lei rispondeva “no, è perché era un volontario in parrocchia”. Era innamorata del padre come lo sono tante figlie. A 14 anni, quando è stato arrestato, si è sentita tradita. “Ci hai lasciato di nuovo”. E stavolta a lungo. Il primo no che le ha detto il padre è stato per non farle proseguire gli studi. Fino a quel momento, era stato quello moderno, che le comprava le minigonne, la portava al cinema. Anche la collaborazione, secondo lei, è frutto dell’educazione che le ha dato il padre. Le ha insegnato che bisogna farsi carico della famiglia. In tutti questi anni avrebbe voluto avere un segno proprio da suo padre per la sua collaborazione».

Le donne nella ‘ndrangheta: importanti e subalterne

Leggere La figlia del clan è interessante anche per capire le donne dentro la ‘ndrangheta. «Vivono come vivono le altre donne», dice Chirico, «in un sistema patriarcale, una sublimazione del patriarcato condita di contraddizioni. Il papà di Giuseppina non può avere il cane perché sua moglie non lo vuole. Allo stesso tempo vivono in una sorta di prigionia. La festa dell’8 marzo, a Rosarno, la passano all’Hotel Vittoria. “Andavamo lì, soltanto donne. E fuori dall’Hotel c’erano gli uomini che ci aspettavano” racconta Giuseppina. Le donne hanno un ruolo importantissimo, accanto a una situazione di subalternità».

Collaborare vuol dire anche restare soli

Collaboratrice di giustizia, Giuseppina Pesce vive da quindici anni sotto protezione. Vive in una località segreta, senza radici e senza nome. Ha sacrificato tutto per proteggere i suoi figli. Chi diventa collaboratore di giustizia paga un prezzo enorme. Collaborare vuol dire cambiare vita, perdere tutto, restare soli. «Non è pentita di averlo fatto» spiega l’autore. «I collaboratori di giustizia lo fanno per molti motivi: di solito per salvarsi la vita, per salvarsi dall’ergastolo. Ma Giuseppina Pesce se la sarebbe cavata con 4 anni. Lei lo fa per i suoi figli, segue tanti piccoli segni nella sua vita, capisce che i suoi figli farebbero la sua stessa vita. Il suo prezzo è la solitudine, l’uscita di una sua intervista sul Corriere della Sera e non poterlo dire a nessuno, le feste dei bambini, sentirsi chiedere “Come mai non ci sono i cugini?” o  “Dai nonni non ci andate mai?”. E un piccolo particolare: che la vogliono ammazzare. Ha una relazione con un uomo, ma si fa prendere e lasciare perché un giorno potrebbe non esserci più e dargli un dispiacere. Dal punto di vista burocratico è un casino, mille traslochi, cambiare casa ogni volta. E poi in questi anni sono aumentati i collaboratori di giustizia e sono diminuite le persone che di loro si occupano».  Ma c’è una cosa che conta più di tutte le altre. «Alla fine di questo lungo processo, però, i figli le sono grati».

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Danilo Chirico con Giuseppina Pesce
La figlia del clan
Piemme Edizioni, 2026
256 pagine, 14,00 euro

LA FIGLIA DEL CLAN, GIUSEPPINA PESCE: «ERO UNA RAGAZZA COME TUTTE LE ALTRE»

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