LIVE FOR ALL. GLI EVENTI DAL VIVO SIANO ACCESSIBILI

Il Comitato per i concerti inclusivi ha presentato il primo Manifesto per eventi dal vivo accessibili, una dichiarazione collettiva per il diritto delle persone con disabilità a vivere appieno, come tutti, gli eventi live in modo positivo e alla pari. La campagna Live For All è su Change.org

di Maurizio Ermisino

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Posti limitati, aree recintate distanti decine di metri dal palco, obbligo a vivere gli spettacoli solo con un accompagnatore, scarsa accessibilità degli spazi: l’esperienza degli eventi dal vivo, che di per sé dovrebbe essere sinonimo di gioia, energia e grande condivisione, per le persone con disabilità rappresenta perlopiù un momento di solitudine e segregazione, una vera e propria corsa a ostacoli. Spesso non ci pensiamo. Oppure, sapendo che ci sono degli spazi a loro dedicati, ci sentiamo piuttosto rassicurati. In realtà le cose sono molto complicate. Per questo è nato il Comitato per i concerti inclusivi, che ha presentato il primo Manifesto per eventi dal vivo accessibili, una dichiarazione collettiva per il diritto delle persone con disabilità a vivere appieno, come tutti, gli eventi live in modo positivo e alla pari. La campagna ha preso il nome di Live For All. Il link per aderire alla petizione su Change è: http://change.org/LiveForAll

Il Manifesto per gli eventi dal vivo accessibili: 5 obiettivi

Live For AllScritto a seguito di un confronto durato circa 2 mesi, il Manifesto si compone di 5 obiettivi concreti finalizzati a ridurre i fattori che ad oggi rendono l’esperienza dei live non egualitaria per le persone con disabilità: 1. “Prenotazioni uguali a tutti gli altri, con un click”, per pre-ordinare e acquistare attraverso gli stessi canali riservati al resto del pubblico, non necessariamente prevedendo una gratuità, ma un costo commisurato alle condizioni di accesso e differenziato in base alla collocazione del posto, come per tutti gli altri; 2. “Numeri democratici”, per far sì che i posti accessibili alle persone con disabilità siano il massimo possibile, in congruità con la disponibilità complessiva; 3. “Posti adeguati” per garantire visibilità e fruibilità piene affinché ogni spettatore possa godere dell’esperienza del live nella misura più estesa possibile, nel rispetto delle esigenze di sicurezza; 4. “Basta segregazioni” per permettere alle persone con disabilità di godere degli eventi dal vivo con il proprio gruppo di amici e non in “aree dedicate”, separate e discriminatorie; 5. “Nuovi parametri di progettazione delle infrastrutture”, per agevolare i processi di ripensamento dei principi di progettazione delle strutture destinate ai live secondo i principi della progettazione universale, con le associazioni rappresentative delle persone con disabilità.

Chi ha una disabilità non può prenotare i biglietti come gli altri

Live For AllMa che cosa deve passare davvero una persona con disabilità quando vuole andare a un concerto dal vivo? «È una realtà difficile fin dal momento in cui si sceglie di andare al concerto» ci spiega Lisa Noja, avvocata e consigliera regionale in Lombardia. «Una persona con disabilità non può prenotare i biglietti come gli altri andando su Ticketone. Deve cominciare una trafila, diversa da concerto a concerto e da organizzatore a organizzatore: solitamente deve mandare una mail con una certificazione di disabilità, a cui spesso non si riceve risposta, o ci si sente rispondere “ti faremo sapere”. Non sai quanti sono i posti disponibili e qual è la lista d’attesa». Insomma, fino all’ultimo non si sa se si potrà assistere al concerto. «Non è che uno va a un concerto da solo, di solto si organizza con degli amici» continua. «Tutti sanno che andranno e tu non lo sai. Ma, soprattutto, non c’è trasparenza sul perché, tra le richieste di posti per i disabili, vengano accolte una sì e una no. Negli altri paesi le piattaforme di prenotazione hanno la sezione dedicata ai disabili. Qui invece c’è un meccanismo molto macchinoso, basato sul presupposto che, se ti fanno entrare gratis, ti devi accontentare. Nel manifesto lo scriviamo: faremmo anche a meno della gratuità. Vanno bene le agevolazioni, ma se la gratuità è risarcimento perché mi tratti in modo discriminatorio ne faccio volentieri a meno. Tanti ragazzi ci dicono “io lo voglio pagare il biglietto. Ma non se vengo trattato come uno spettatore di serie C”».

Non poter vivere un concerto con gli amici

Anche il momento del concerto, poi, non viene vissuto nelle condizioni ideali. «Ci sono pedane separate, su cui la persona con disabilità può salire solo con l’accompagnatore. E, a seconda delle situazioni, questo può solo stare dietro» ci spiega Lisa Noja. «L’effetto finale è che, se vai con un tuo gruppo di amici, non puoi godere del concerto con loro. Chiunque ha vissuto l’esperienza del concerto sa che una parte importante è stare insieme. Io sono una persona con disabilità, non ho più vent’anni, ma per un ragazzo andare con gli amici per poi stare da un’altra parte è come certificare ai loro occhi di essere una persona diversa e segregata». «Ci sono cose da risolvere in modo facile, come le prenotazioni», continua l’assessore. « e altre più complesse, come il tema della ricettività e della sicurezza, perché per una persona in carrozzina una situazione di massa è complicata, ma  bisogna affrontarla, non si può andare avanti e dire è così e sarà per sempre».

Sicurezza e accessibilità sullo stesso piano

È importante, prima di tutto, parlarne. È chiaro che il tema dell’accessibilità vada messo accanto a quello della sicurezza. «Bisogna mettere la sicurezza e l’accessibilità sullo stesso piano» spiega Lisa Noja. «Oggi ci si riunisce per capire quali sono i criteri della sicurezza per ogni evento, con un comitato che ha dentro organizzatori, amministratori locali, prefettura e forze dell’ordine. Dentro il piano sicurezza si inserisce il tema accessibilità. Sarebbe opportuno che già quando si discute di sicurezza si ragioni di accessibilità».

All’estero hanno adeguato le strutture

Live For All
Un momento della presentazione della campagna Live For All

Niente è impossibile, insomma. Anche perché all’estero hanno piano piano adeguato le strutture. «In occasione delle Olimpiadi di Londra hanno ripensato gli impianti in chiave di accessibilità» racconta Lisa Noja. «E oggi stadi come Wembley hanno posti accessibili, spazi in tutti gli anelli dello stadio, diffusi in mezzo agli altri. Io prendo il biglietto e posso stare accanto ai miei amici. E i posti li vedo sulla piantina». «Allo stadio di San Siro oggi alcuni posti sarebbero potenzialmente accessibili se si facesse un lavoro di adeguamento minimo di alcuni spazi» continua. «Siamo ben consci che è tutto complicato. Ma chiediamo almeno di sedersi al tavolo, tra organizzatori, enti locali e altri, per dire: questa è una priorità, lavoriamoci insieme ascoltando le persone che questo problema lo vivono tutti i giorni».

I Coldplay e l’attenzione per i non udenti

La riflessione è molto ampia. Anche perché quando parliamo di accessibilità non parliamo solo di persone con disabilità motoria. «I Coldplay distribuiscono a chi lo richiede zainetti per consentire anche a chi ha problemi di udito di sentire il concerto» spiega Lisa Noja. «Ci sono alcuni eventi in cui hanno iniziato ad accompagnare lo spettacolo alla traduzione LIS. Il tema è: decidere che è una cosa da affrontare insieme, cercare di mettere a disposizione il numero maggiore possibile di posti accessibili, e decidere che si esce dall’ottica per cui è sufficiente dare la gratuità e tutto è risolto».

Live For All, una campagna dal basso

Live For All è una campagna di opinione che deve partire dal basso, coinvolgere gli artisti, puntare al dialogo con gli organizzatori di concerti e le amministrazioni locali, che di solito sono le proprietarie delle strutture. Non deve essere una battaglia delle persone con disabilità, ma di tutti. «Sapere che mentre stati godendo un concerto qualcun alto è segregato non è bello» commenta Lisa Noja. È un lavoro lungo: si tratta di cambiare prima di tutto la testa delle persone. «Nessuno si deve sentire giudicato, mettersi sulla difensiva» spiega l’assessore. «Quello che vogliamo dire è che il problema c’è. Nella vita quando uno prende atto di un problema che esiste, comincia a dire “c’è e voglio risolverlo”. Quello che chiediamo è che diventi una questione all’ordine del giorno». Negli altri Paesi le cose si sono mosse. Anche lì è stato un processo, ma lo hanno messo nella loro testa come un problema da risolvere. Si tratta di dire, tutti insieme: si può fare.

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