L’ODIO NON È MAI NEUTRO. MA CON LA CULTURA SI PUÒ VINCERE

Un progetto di Unar per sensibilizzare sull’hate speech, fenomeno in crescita e frontiera ancora inesplorata

di Ilaria Dioguardi

In occasione della Giornata Mondiale dei Diritti Umani, l’UNAR, Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, ha promosso il webinar “L’odio non è mai neutro: diritti umani e contrasto all’hate speech” (si può vedere a questo link).
L’hate speech online è un fenomeno in forte crescita, che sfrutta la rete per diffondere i propri messaggi in maniera veloce e pervasiva.
Sono stati presentati i risultati di C.O.N.T.R.O., progetto promosso e finanziato dalla Commissione europea, ideato e coordinato da UNAR in partenariato con IRS (Istituto per la Ricerca Sociale). Il progetto ha una durata di due anni (2018-2020) e mira a contenere i discorsi di odio online attraverso la diffusione di una diretta e capillare campagna di sensibilizzazione e comunicazione sul fenomeno.

Il progetto C.O.N.T.R.O

C.O.N.T.R.O. è l’acronimo di Counter Narratives Against Racism Online. Attraverso una prima fase di studio e ricerca sui discorsi di odio online e sulle migliori strategie in uso per contrastarli, seguita da una campagna mediatica, il progetto ha l’aspirazione di raggiungere una metodologia comune ed efficace contro i discorsi di odio online.

l'odio non è mai neutro
La presentazione del progetto “L’odio non è mai neutro”

Grazie a C.O.N.T.R.O., UNAR potrà anche rafforzare la sua collaborazione con i principali attori coinvolti dal fenomeno: il Ministero della Giustizia e il personale giudiziario, il Ministero dell’Interno e le autorità di contrasto, le reti di ONG. Il progetto ha voluto, da una parte, analizzare la crucialità del linguaggio, per l’analisi e l’identificazione dei messaggi di odio veicolati dai social network: il mondo del web è complesso, l’uso di tecniche sempre più raffinate per scrivere rende difficile, a volte, captare questi messaggi. Dall’altra parte, mira a trovare una risposta alla domanda: come si può provare a contrastare messaggi di odio on line con l’utilizzo di contronarrative?

Un esperimento sociale

La campagna “L’odio non è mai neutro” si basa su un esperimento sociale. Con una telecamera nascosta  in una sala di attesa, alcune persone sono state riprese mentre degli “attori” (ragazze e ragazzi di colore) mostrano loro dei messaggi di oggi ricevuti sul loro profilo social; alle persone presenti in quel momento la “vittima” dei messaggi di odio chiede di spiegare quei messaggi appena ricevuti. Le reazioni vanno dalla rabbia all’incredulità, dall’invito a rivolgersi alla polizia postale al consiglio di ignorarli… Per Flavia Pesce, direttrice del partner scientifico del progetto, IRS–Istituto per la Ricerca Sociale. «Si tratta di un esperimento controllato, fedele alla realtà, una sala di attesa, affinché le persone potessero reagire in naturalezza. Nel breve periodo di tempo che intercorre dalla lettura del post pieno di parole di odio alla ricerca delle parole per rispondere, c’è la strada per rispondere all’odio. Le persone si trovano a contatto con una ragazza o un ragazzo colpiti dai social media e provano il grande imbarazzo di dover rispondere a quella persona, di dover dire che è vittima di cattiverie: c’è la rabbia sociale, l’ignoranza, il fenomeno del capro espiatorio che nella rete funziona benissimo».

«Non abbiamo una definizione di odio e forse non la dobbiamo neanche cercare», afferma Milena Santerini, Coordinatrice nazionale per la lotta contro l’antisemitismo. «Chi odia non vuole redimere l’altro, vuole fare solo del male».
«Quando nel 1948 gli uomini sono arrivati a scrivere la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, i popoli non hanno semplicemente trovato un compromesso riguardo alle culture diversificate, ma hanno saputo far emergere il reciproco riconoscimento di valore nelle diversità»,  spiega Elena Bonetti, Ministra per le pari opportunità e la famiglia. «L’hate speech è una frontiera dell’umano fino ad oggi inesplorata… È come se stessimo entrando in un terreno nel quale dobbiamo portare i nostri elementi di umanità. Il linguaggio è il modo in cui entriamo come persone nel mondo on line e questo ci porta a trovare forme di relazione tra di noi. Se ogni parola non è incardinata in una dinamica di rispetto e di promozione del valore dell’altro, quel luogo diventa un valore di disumanità. La libertà porta sempre con sé l’assunzione di responsabilità e la promozione dei diritti umani è reciprocamente un’assunzione di responsabilità. Per questo l’odio non è neutro, perché è la violenza, è la negazione dei diritti universali dell’uomo».

Come reagiscono i gestori dei social

«Abbiamo il dovere di rimuovere i messaggi di odio. Noi di Facebook abbiamo 35.000 persone che hanno il compito di rimuoverli, e l’Intelligenza Artificiale ci dà una grande mano: il 95% dei 22 milioni di contenuti rimossi negli ultimi 3 mesi sono stati rilevati dall’Intelligenza Artificiale», spiega Laura Bononcini, responsabile Relazioni Istituzionali di Facebook per il Sud Europa. «Noi vogliamo essere un luogo di umanità, non solo un posto dove si combatte l’odio, ma dove si può promuovere l’altro».

Anche su Youtube vengono controllati e rimossi i video con contenuti di odio. «Rispetto a Facebook il problema dell’hate speech sulla nostra piattaforma minore. Negli ultimi 3 mesi in Italia abbiamo rimosso 40.000 video», spiega Diego Ciulli, Public policy Manager di Google. Durante i mesi duri della pandemia, nel lockdown più stringente, si è ridotto significativamente il numero delle persone che veicolavano i contenuti, abbiamo puntato molto di più sull’Intelligenza Artificiale e abbiamo registrato un numero più alto di video rimossi, ma anche molti più reclami. Quello che abbiamo imparato in questa pandemia è che va bene affidarsi alla tecnologia, ma nel contesto dei contenuti di odio dobbiamo far sapere alle persone che ognuno di noi ha in mano gli strumenti per segnalare e far rimuovere. È importante l’educazione».

La cultura: unica via di uscita

«Non potendo far affidamento solo sul discorso legislativo e repressivo, abbiamo un’unica strada che può essere intrapresa nella lotta all’hate speech, quella culturale», afferma Triantafillos Loukarelis, Direttore UNAR. «La strada culturale si può percorrere solo se si collabora tra istituzioni, associazioni del Terzo Settore e mondo accademico». Il progetto C.O.N.T.R.O è terminato, ma ce n’è uno nuovo che sta per cominciare, si chiama progetto Reason, anch’esso è finanziato con i fondi della Commissione Europea con un cofinanziamento dell’Unar.  «Questo permette di non disperdere un’esperienza ma di dare quella sostenibilità che è tanto necessaria ai progetti finanziati dall’Unione Europea, e di partire con attività nuove, con un partenariato ancora più allargato che coinvolge anche l’Università Cattolica di Milano e l’IRS, Istituto per la Ricerca Sociale. Diverse associazioni del Terzo Settore saranno coinvolte, tra le più attive con i social media, come Arci, Amnesty, COSPE. Vogliamo sviluppare ancora l’esperimento sociale e lavorare finalmente su un algoritmo che permetta una ricerca sociale più efficace. Per ora stiamo utilizzando solo algoritmi utilizzati nel mondo del marketing che ci danno molti falsi positivi. Inoltre, abbiamo in programma attività di comunicazione e di formazione e attività nelle scuole».

Leggi anche: Odiare ti costa: come combattere l’odio in rete. 

Se avete correzioni o suggerimenti da proporci, scrivete a comunicazionecsv@csvlazio.org

 

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