
MEMORIA. ROSENZWEIG: «GAZA NON CANCELLA AUSCHWITZ, NON È UNA GARA A CHI HA SOFFERTO DI PIÙ»
Antisemitismo, sionismo, negazionismo, l’essere vittime o persecutori, sono stati temi spesso strumentalizzati. È necessario fare chiarezza per un confronto che contribuisca a fermare la guerra, rompa la spirale dell’odio in una prospettiva di giustizia e di pacificazione. Se ne è parlato all’incontro A che punto è la notte? organizzato da Mai Indifferenti e LəA
27 Gennaio 2026
5 MINUTI di lettura
ASCOLTA L'ARTICOLO
Tra i visitatori del Binario 21, a Milano, c’è stato un drastico calo. Il 40% in meno di visite scolastiche prenotate. «È probabilmente un segnale dell’ostilità verso la comunità ebraica e dell’abitudine che abbiamo di fare di tutta l’erba un fascio. Ma anche di una responsabilità del mondo ebraico nel non aver parlato chiaro su quanto stava succedendo in questi anni». Lo ha raccontato Gad Lerner nel suo intervento all’incontro A che punto è la notte? organizzato lo scorso 19 gennaio da Mai Indifferenti – Voci ebraiche per la pace e LəA – Laboratorio ebraico antirazzista, in collaborazione con il Teatro Elfo Puccini di Milano. Si è parlato di temi chiave quali antisemitismo, sionismo, negazionismo, l’essere vittime o persecutori, temi su cui è necessario fare chiarezza per un confronto che contribuisca a fermare la guerra, rompa la spirale dell’odio in una prospettiva di giustizia e di pacificazione. Abbiamo iniziato da questo dato la nostra chiacchierata con Renata Sarfati della rete Mai Indifferenti. «C’è una componente di imbarazzo frutto della politica delle istituzioni ebraiche – le due principali comunità, Milano e Roma, e l’UCEI, l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane – per cui era d’obbligo difendere le ragioni di Israele. È imbarazzante anche per noi pensare al giorno della Memoria. È conseguenza di tutto quello che succede e anche delle istituzioni che non hanno mai voluto operare una critica anche minima. L’unica eccezione è stata Bologna, dove il presidente della Comunità ebraica ha organizzato incontri di dibattito in cui è stata espressa condanna e non adesione all’azione di Israele».
Memoria, Rosenzweig: «Gaza non cancella Auschwitz»
«Gaza non cancella Auschwitz, non è una gara a chi ha sofferto di più», come ha detto Claudia Rosenzweig, docente di letteratura yiddish antica al Dipartimento di Letteratura del popolo ebraico – Università di Bar-Ilan (Ramat Gan), Israele. Parlare di Gaza e di quello che sta succedendo non cancella Auschwitz. È una frase che racchiude il senso di quello che si vuole dire. «Noi vogliamo dire le cose come sono» ci spiega Renata Sarfati. «Oggi vogliamo, di fronte a quello che succede, non essere delle squadre di calcio, io sono pro tu sei contro, senza alcuna sfumatura». Rosenzweig ha ricordato che esistono usi impropri del termine sionismo: è diventato sinonimo di antisemitismo, in un certo senso. Si dice: non si può essere antisemiti, ma si può essere antisionisti. Ma che cos’è il sionismo? Non è un progetto coloniale, come viene a volte descritto. C’è stato anche quello. All’interno del sionismo c’erano tanti partiti che avevano visioni diverse dello Stato. Ma, come la stessa Claudia ha voluto sottolineare, c’è stato il sionismo politico e ideologico, però c’è stata la necessità che ha spinto i reduci della II Guerra Mondiale e i pogrom in Russia, masse enormi, ad andare in Palestina perché non potevano andare da nessun’altra parte. Chi non poteva andare in America andava lì. È una delle tante storie del sionismo, quello che Rosenzweig chiama il sionismo pratico.

La Shoah sia di tutta l’umanità
Che senso ha oggi parlare di Memoria di fronte all’orrore a cui abbiamo assistito in questi anni? La Memoria non è qualcosa di statico, ma qualcosa che deve anche guardare al presente. Come affronta oggi la Memoria quel mondo ebraico che non è su un’unica posizione? «Noi siamo nati dopo il 7 ottobre 2023, all’inizio del 2024, proprio con questa domanda» risponde Renata Sarfati. Eravamo angosciatissimi da quello che era successo il 7 ottobre e dalla risposta violenta di Israele. Se la Memoria è un ricordo sterile, ingessato, quattro parole ufficiali, diventa solo una delle tante ricorrenze da festeggiare. Si tratta, piuttosto, di renderla viva perché la Shoah sia degli ebrei ma anche di tutta l’umanità. Ciò che è accaduto agli ebrei può succedere, ed è successo, ad altri. E non deve succedere più. Ricordare anche alla luce del presente non vuol dire cancellare Auschwitz né pensare “voi che avete subito questa cosa adesso fate questa cosa”. Si tratta di mettere insieme il presente con la Memoria nel modo giusto. Come monito perché non accada più: al mondo, all’umanità, non solo agli ebrei. Questa è la nostra risposta. In questo modo dobbiamo tenere presente quello che sta succedendo. E parlarne da diverse angolazioni».
La Comunità ebraica non è un partito politico
Come sottolineato durante l’incontro, il mondo ebraico – in Italia e in qualche modo anche in Europa – presenta diverse posizioni e, come evidenzia Scarfati, nel nostro Paese è più difficile che avvenga un dibattito. «Una delle ragioni sono i numeri esigui della comunità ebraica italiana. 30mila persone non sono niente contro le 500mila della Francia o le circa 200mila del Regno Unito. Ma è anche il fatto che noi, come ebrei, siamo iscritti alla comunità e abbiamo l’UCEI che rappresenta tutti grazie al concordato Stato-Chiesa. È un’anomalia che negli altri Paesi non c’è: non appartiene all’ebraismo avere qualcuno che ti rappresenta. Negli altri Paesi ci sono le comunità, che rappresentano anche le diverse appartenenze politiche e religiose. In Francia c’è un gruppo laico, i rabbini riformati, quelli ortodossi. Ci sono molte voci diverse. Noi invece abbiamo un’unica rappresentanza per tutti. Che è una comunità che si occupa di molte cose, ma non dovrebbe esprimere un’opinione politica a nome di tutti perché non siamo un partito politico. Invece lo fanno. La comunità di Milano sostiene apertamente Fratelli d’Italia».
Criticare Israele non vuol dire tradire l’ebraismo, ma prenderlo sul serio
La sfida, continua Sarfati, è riuscire a far capire che «criticare Israele non vuol dire tradire l’ebraismo, ma prenderlo sul serio. E non vuol dire tradire Israele. Non vedo perché non si possa criticare il governo di un Paese, cosa che si fa normalmente dappertutto. Invece da noi è diventata una questione identitaria. C’è un ebraismo schiacciato nello stato di Israele, coloro che sono nelle comunità sono pochi e schiacciati identitariamente su Israele». È bello sapere che ci sono tante voci, che ci sono altre voci. E fa bene ascoltarle, proprio per creare dibattito, e con la voce pacata, tollerante e chiara di Mai Indifferenti «Siamo una rete estesa a livello mondiale. Vogliamo continuare a seguire il presente e a entrare nel dibattito. In quanto ebrei, e non in quanto cittadini italiani, essere una voce ebraica che rompe un silenzio e uno schema predefinito e ideologico. Lavoriamo approfondendo questi temi. Cerchiamo di far sentire la nostra voce. Di allargare i nostri orizzonti».
Immagini Mai Indifferenti e LəA






