
MERVAT ALRAMLI: «SOLO A GAZA MI SENTIVO A CASA»
“Parlami di Gaza” è un reading e una mostra itinerante che racconta la Palestina di ieri, oggi e domani. Con le letture di Mervat Alramli, i suoni di Mohammed Abusenjer e le fotografie di Ahmad Jarboa, per denunciare la pulizia etnica in corso e decolonizzare il pensiero occidentale
20 Luglio 2026
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«Le melodie del Kanun di Firas Zreik presero il sopravvento, confessandomi che il mio desiderio di patria non aveva niente a che fare con la sottrazione di un terreno che appartiene solo alla madre terra. Liberare la Palestina è poter aprire ancora una volta quella porta, dove era possibile sbirciare mia nonna, seduta per terra a raccogliere la vita». È l’inizio di Una ninna nanna proibita, poesia della sceneggiatrice e scenografa palestinese Mervat Alramli, nata a Gaza e in Italia dal 2002. Alramli è in tour con Parlami di Gaza, una mostra itinerante che racconta la Palestina di ieri, oggi e domani: la mostra si compone di un reading dei suoi testi, dei suoni di Mohammed Abusenjer e delle fotografie di Ahmad Jarboa, infermiere e fotografo palestinese, che vive tuttora a Gaza. Parlami di Gaza ha lo scopo di mantenere viva la voce del popolo palestinese e di continuare a parlare di una ferita aperta da più di 77 anni. Attraverso l’arte e la musica vuole denunciare il progetto di pulizia etnica in atto da parte dell’occupazione israeliana. Per decolonizzare il pensiero occidentale, ricostruire Gaza e sostenere la sua popolazione.
Mervat, lei ha pensato di parlare di Gaza partendo dalla sua infanzia. Come nasce questa idea?
«In verità non è stata una scelta; ho raccontato ciò che mi è stato consentito vivere nella Palestina storica occupata. Mi sono trasferita in Italia all’età di 12 anni e, da quel momento in poi, tornare a Gaza e poter rivedere i miei familiari è diventato un sogno pressoché impossibile da realizzare».
Come è stata la sua infanzia a Gaza? Quali sono i ricordi più forti e più nitidi?
«Non ho potuto trascorrere tutta la mia infanzia a Gaza, a causa della colonizzazione avvenuta nel 1948. Per buona parte dell’anno ero costretta a vivere da profuga in Giordania, poiché la mia famiglia paterna era stata cacciata dalla sua città, nell’allora Palestina, per far spazio ai nuovi colonizzatori che avrebbero abitato la loro casa. I pochi mesi che riuscivo a trascorrere a Gaza, dai nonni materni, rappresentavano la cura e l’amore necessari a sostenere il peso di un esilio ingiustificato. Tornare a Gaza era l’unico momento in cui sentivo di avere una casa. Ricordo con grande nostalgia l’amore e la solidarietà incondizionata della gente, nonostante i bombardamenti, la paura e il confinamento».
Non è più a Gaza dal 2002. Che terra ha lasciato?
«I ricordi che conservo non rispecchiano necessariamente la realtà. Sono i ricordi di una bambina che vedeva in quella città l’unico luogo in cui non era costretta a giustificare la propria esistenza. Gaza è una città accogliente sotto ogni aspetto, perché ha vissuto sulla propria pelle il vero significato dell’esilio e il peso del prezzo da pagare per custodire la propria libertà».
Cosa prova una persona a vivere a tanti chilometri di distanza e a sapere che non potrà rivedere la sua casa e i suoi familiari?
«Prova un senso di smarrimento atavico. Non accetto l’idea di non poter più rivedere la mia casa: nessuna colonizzazione dura per sempre. Prima o poi la giustizia dovrà pur prevalere in questo mondo, altrimenti il destino che ci attende sarebbe davvero meschino».
L’ospedale di Al Shifa, dove è nata, oggi è completamente distrutto. Che pensa di tutto questo?
«Non riesco proprio a capacitarmi del silenzio agghiacciante della comunità internazionale di fronte a notizie come questa: bombardare ospedali, ferire malati, sequestrare e imprigionare medici senza alcuna accusa. Basta pensare all’agghiacciante storia del pediatra Hussam Abu Safiya [arrestato dall’esercito israeliano e detenuto arbitrariamente dal dicembre 2024]. Credo che il mondo in cui viviamo abbia bisogno di salvare Gaza da chi cerca di cancellarla, non per parteggiare, ma per reimparare dai suoi abitanti il vero senso della condivisione e dell’umanità».
Il musicista Mohammed Abusenjer è arrivato in Italia più recentemente. Cosa le ha raccontato di quello che ha visto e vissuto?
«È arrivato in Italia nel settembre del 2024. Ciò che ha vissuto sulla propria pelle, il mondo lo ha visto scorrere in diretta sugli schermi di ogni casa. Ci sono dolori che non hanno bisogno di essere raccontati, perché emergono inconsciamente attraverso lo sguardo di chi li ha attraversati. Raccontare la perdita, la distruzione e il dolore diventa quasi impossibile quando si continua a viverli ogni giorno. Non dimenticherò mai la sua incredulità nel confrontarsi con l’indifferenza del mondo lontano da Gaza, capace di continuare la propria vita come se il genocidio fosse qualcosa di distante, marginale, irrilevante».
Che cosa l’ha colpita di più delle foto di Ahmad Jarboa? Dove si trova oggi?
«Le foto di Ahmad raccontano una Gaza martoriata dall’occupazione, ma ancora viva e capace di resistere nonostante la ferocia di chi cerca di inghiottirla. I suoi scatti nascono dallo sguardo e dal cuore di chi Gaza l’ha vissuta, amata e custodita in tutte le sue sfaccettature».
Ha dichiarato che Parlami di Gaza invita le persone «ad aprire gli occhi e a prendere le distanze dai doppi standard che svuotano di significato la democrazia occidentale».
«È sufficiente guardare alla storia per comprendere le contraddizioni e le ingiustizie che attraversano la democrazia occidentale. Ancora oggi, nelle scuole, si parla della “scoperta dell’America”, quando definirla tale significa ignorare il massacro e l’espropriazione subiti dalle popolazioni indigene. Allo stesso modo, si tende a dare per scontata la legittimità della nascita dello Stato di Israele, senza raccontare fino in fondo la tragedia che il popolo palestinese vive dal 1948 a oggi. Chiunque provi a mettere in discussione l’occupazione della Palestina storica viene spesso accusato di antisemitismo, dimenticando però che l’antisemitismo affonda le proprie radici nella storia dell’Europa. I campi di concentramento sono stati costruiti in Europa, non in Palestina. Le persecuzioni razziali e religiose contro gli ebrei sono avvenute in Europa, non nei Paesi del Levante. L’impressione è che l’Europa tenti ancora oggi di fare i conti con il proprio passato trasferendone il peso su popolazioni che non hanno alcuna responsabilità per quei crimini storici».
Nelle presentazioni parlate di genocidio, pulizia etnica e occupazione sionista. Perché si fa così fatica a dire queste parole? Perché si tende a negare?
«Quando si ha paura di dire le cose come stanno è perché si è complici. L’azione sionista oltre ad uccidere, ha sempre l’obiettivo di umiliare. Perché accade questo? Il male genera altro male. È un gioco di potere. Chi occupa, in realtà, sa di essere un estraneo, di essere in difetto, e allora, per colmare le proprie mancanze, mette in atto ciò che possiede: il male. Il colonizzatore uccide, violenta e commette genocidi quando si sente impunito. Permettere tutto questo è un’umiliazione non solo per i palestinesi, ma per l’intera umanità».
Quali sono le reazioni di chi viene a vedere lo spettacolo?
«Abbiamo girato in tutta Italia con Parlami di Gaza e, a oggi, posso dire che la maggior parte delle persone incontrate lungo il nostro percorso è entrata a far parte della nostra vita in modo attivo. È sorprendente l’empatia e la solidarietà che ci viene dimostrata ogni giorno dal pubblico. Questo ci dà la forza di andare avanti e di continuare a credere in un’umanità migliore. Ripartire dalla cultura e dall’istruzione è fondamentale per smascherare l’avidità del potere e restituire dignità al nostro pianeta».
Ha anche pubblicato un libro, Una ninna nanna proibita. Che cosa racconta?
«È una poesia scritta per abbracciare in eterno mia nonna, una delle tante vittime lasciate morire di fame durante l’ultimo genocidio a Gaza. Ho lavorato a questa pubblicazione insieme a due ragazze straordinarie: Lea Lausch, illustratrice del libro, e Ludovica Ciarpella, che si è occupata del progetto grafico. Collaborare con loro è stato per me un vero balsamo per il cuore, perché mi ha mostrato quanta bellezza, solidarietà e unità possa generare la forza della causa palestinese».
In che consiste il progetto Tracce di luce?
«È un sogno che diventa realtà, un documentario che realizzeremo insieme alla scrittrice palestinese Suad Amiry e al musicista palestinese Simon Shaheen. L’idea è quella di abbattere i confini imposti dalla colonizzazione e permettere nuovamente lo scambio di idee e pensieri tra le diverse generazioni palestinesi. L’intento del documentario è quello di condividere, come forma di bellezza necessaria, le melodie create da Shaheen e di imprimere nella memoria collettiva la profonda umanità che emerge dagli scritti di Amiry. Le colonizzazioni tendono a cancellare la storia e la cultura delle popolazioni indigene per giustificare le proprie invasioni. Il nostro compito è quello di preservare e custodire i racconti del passato, per restituire al mondo la verità».






