Migranti, centri in Albania: il costo non è solo economico

Renditi conto è la campagna del Tavolo Asilo Immigrazione sui costi umani, democratici ed economici dei centri per persone migranti in Albania. Ferri, ActionAid: «Il governo italiano sperimenta sui migranti un meccanismo al di fuori del diritto»

di Maurizio Ermisino

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Immaginate che, all’improvviso, vi arrivi un alert dalla vostra banca che vi avvisa di un addebito di 74 milioni di euro. Sì, vi prenderebbe un colpo. E alla domanda, tipica delle banche, «lo hai autorizzato tu?», non sapreste cosa rispondere, e vi salirebbe ancora di più l’ansia. È il gioco creativo che il Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI) ha usato per lanciare la campagna Renditi Conto – Centri in Albania. Il costo non è solo economico, focalizzata sui costi umani e democratici dei centri in Albania per persone migranti costruiti dal governo Meloni. La campagna prende forma sui canali digitali simulando l’alert di un inatteso addebito di 74 milioni di euro (dati dal Report Trattenuti, ActionAid 2025) per la costruzione dei centri in Albania – la sola spesa pienamente documentabile del Protocollo Italia-Albania- e mette in luce alcuni aspetti del cosiddetto “modello Albania” rimasti sempre in ombra. Al di là del costo economico esorbitante di questo progetto che ha sottratto fondi alla collettività, Renditi Conto punta un faro su ciò che troppo spesso resta invisibile: i costi umani, sociali e democratici del modello Albania. Ne abbiamo parlato con Francesco Ferri di ActionAid.

Centri in Albania: il costo umano

I costi di questa scelta politica sono diversi e pesanti. Il costo più alto lo pagano proprio le persone trattenute: isolate, private della libertà personale, spostate senza informazioni su destinazione e ragioni del trasferimento. «Il costo umano è l’aspetto centrale della nostra campagna» ci ha spiegato Ferri. «Da un anno e mezzo a questa parte il governo italiano continua a mandare in Albania persone migranti senza che questo trasporto abbia ragione di esistere, sia nel diritto italiano che nelle convenzioni internazionali. Le persone sono esposte a radicali violazioni di diritti. Come il diritto alla salute: abbiamo incontrato persone che per problemi di carattere fisico, psicologico o psichiatrico non avrebbero dovuto essere lì, che non hanno saputo dare risposta alla domanda “perché sono stato trasportato in Albania?”. E neanche assumendo la logica del governo per cui bisogna aumentare i rimpatri e mostrare determinazione – tutte logiche che aborriamo – i centri sono in alcun modo funzionali agli obiettivi del reimpatrio. Perché, anche nel caso in cui le persone siano identificate e sottoposte al rimpatrio stesso, questo avviene dopo il trasferimento in Italia. Il passaggio in Albania quindi ha soltanto natura afflittiva».

«Un allarme democratico che investe il governo italiano ma riverbera anche in ambito europeo»

Accanto al costo umano c’è poi un costo democratico: l’accesso alle informazioni è limitato anche per i parlamentari, una mancanza di trasparenza che diventa opacità diffusa per i cittadini e sottrazione al controllo dell’opinione pubblica. Organizzazioni della società civile, operatori e operatrici dell’informazione e persino delegazioni parlamentari in visita ai centri hanno incontrato diverse difficoltà nell’ottenere dati essenziali sul numero delle persone trattenute, sulle procedure applicate e sulle condizioni di permanenza nei centri. Come se i centri italiani in Albania fossero luoghi in cui non vige lo stato di diritto. «Il governo italiano» ci spiega Ferri «sperimenta sui migranti un meccanismo il cui funzionamento è al di fuori del diritto. Oggi sono i migranti ad essere sottoposti a questo tipo di sperimentazione, ma la questione è di primario interesse anche per chi migrante non è. Se il governo è nelle condizioni politiche di sottoporre alcune persone a procedure extra-legali è un grande alert verso tutta la popolazione: se cede il confine tra quello che è legittimo e quello che non lo è e i governi possono sperimentare procedure e prassi fuori dal diritto questo è un pericolo per la società. Inoltre, ora le istituzioni europee hanno approvato un nuovo Regolamento Rimpatri che in qualche modo assume una logica simile. Dopo che il governo italiano ha avviato una sperimentazione al di fuori del diritto, la normativa europea legittima dei centri simili, anche se con un meccanismo diverso. L’Italia ha la pretesa di avere giurisdizione in Albania. L’UE ha legittimato che il fatto che i Paesi europei sviluppino in Paesi terzi dei centri che non sono sotto la propria giurisdizione, ma che appaltino comunque a quei Paesi il confinamento di persone. Questo allarme democratico investe il governo italiano ma riverbera anche in ambito europeo. Pensiamo che sia arrivato il momento di una grande sollevazione di opinione pubblica e di coscienze. Che sia il momento di provare a colmare questo vuoto a livello di informazione».

Il costo economico

Ultimo, ma non affatto ultimo, c’è il costo economico da cui siamo partiti, un costo enorme che ricade sull’intera collettività: 74 milioni è la spesa iniziale per allestire i centri. E sono stati stanziati oltre 670 milioni di euro fino al 2028 stando a quanto preventivato dal governo. Sarà retorica dire che sono fondi sottratti a servizi davvero essenziali che andrebbero a beneficio di tutta la società, ma è così. Si potrebbero creare e rinnovare asili nido, scuole, ospedali, posti in terapia intensiva, borse di specializzazione per il personale sanitario, potenziamento dei servizi socio-sanitari, assistenziali e di welfare.  «ActionAid e l’Università di Bari hanno prodotto un documento dedicato ai costi del progetto Albania» ci ha spiegato Ferri. «Da questo studio si evincono più dimensioni. Da un lato c’è la non trasparenza di questo progetto per cui non possiamo dire con sicurezza quali siano i costi complessivi. Il governo aveva previsto una certa cifra, ma non sappiamo qual è la spesa perché si trattava di una spesa in previsione. I centri hanno funzionato in maniera diversa e per molti periodi sono stati vuoti o sotto capienza. Il nostro alert riguarda i 74 milioni che è la cifra iniziale spesa per l’allestimento delle strutture. Di tutta la spesa di gestione non possiamo dire l’impatto. Sull’alert ci siamo mantenuti cauti. Il costo non è noto all’opinione pubblica e questo aggrava l’allarme democratico. Siamo in una fase storica in cui le economie sono al centro del dibattito pubblico, e ci sembra strano il fatto che il costo di questo progetto ne sia al di fuori».

La campagna nasce dal TAI nel suo complesso, come spiega Ferri, a seguito di una grande attività in Albania, almeno 10 missioni nel corso dell’ultimo anno, grazie alle quali è stato possibile incontrare persone, avere informazioni (a questo link è disponibile il Report). «Dovevamo fare in modo di ampliare la consapevolezza su quanto sta accadendo, sul fatto che questo progetto non ha avuto nessun tipo di mandato. È vero che c’è una maggioranza votata dagli elettori ma è un progetto nato successivamente, oltre il confine del diritto. Questa campagna è anche un esperimento nuovo per il TAI che ha avuto strumenti più classici di intervento e di presa di parola. Pensiamo che possa essere una modalità da replicare in futuro su tanti temi».

 

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