CARCERE. BERNARDINI E GIACHETTI: UNO SCIOPERO DELLA FAME PER UNA SITUAZIONE CATASTROFICA

Rita Bernardini e Roberto Giachetti hanno iniziato oggi lo sciopero della fame promosso da Nessuno Tocchi Caino. «152 suicidi in 24 mesi impongono a tutti una riflessione e un’azione»

di Maurizio Ermisino

«Dignità è un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale dei detenuti». Queste sono le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al momento del suo insediamento. Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino e Roberto Giachetti, deputato di Italia Viva, insieme ad altre persone, hanno deciso di fare proprie queste parole e hanno iniziato oggi lo sciopero della fame promosso da Nessuno Tocchi Caino, perché si possa risolvere la situazione nelle carceri del nostro Paese. Ed è bastato annunciarlo perché altri cittadini decidessero di unirsi nel cammino di questa iniziativa nonviolenta. Un’iniziativa promossa da chi è convinto che uno Stato che voglia definirsi “democratico” e “di diritto” non possa permettersi la catastrofica situazione attuale. Sono infatti oltre 60.166 i detenuti costretti a vivere in 47.540 posti con un sovraffollamento medio del 127%. In particolare, 103 istituti penitenziari su 189 hanno un sovraffollamento del 150%, il che vuol dire che lo Stato italiano in 100 posti disponibili accalca 150 esseri umani. Mancano 18mila agenti, e poi direttori, educatori, assistenti sociali, magistrati di sorveglianza. «La nostra non è una protesta» ci spiega Rita Bernardini, già Deputata radicale nella XVI legislatura (2008-2013), Presidente di Nessuno Tocchi Caino e collaboratrice di Radio Radicale. «È una proposta per la quale ci impegniamo a dialogare con i referenti istituzionali, a partire dal Presidente del Consiglio e dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio. Il concetto è questo: noi non possiamo dare per scontato che loro siano contrari al fatto che la pena nel nostro Paese sia scontata secondo Costituzione. Dobbiamo lavorare e chiedere che accettino il dialogo su questo principio. Loro hanno giurato sulla Costituzione. Spesso oggi la pena è fuori dai parametri costituzionali perché non assicura quella dignità di cui parlava nel momento del suo insediamento Sergio Mattarella. Poiché hanno giurato sulla Costituzione chiediamo che questi parametri costituzionali, quelli secondo cui la pena non può essere contro il senso di umanità e deve tendere alla socializzazione dei detenuti, vengano rispettati. Perché oggi, con i numeri del sovraffollamento e la carenza di personale, sono impossibili da assicurare». È la ricerca di un dialogo costruttivo, da iniziare senza pregiudizi. «Ci troviamo a un anno dall’insediamento del nuovo governo e del nuovo parlamento» spiega Rita Bernardini. «Fino a questo momento quello che è stato detto sulle carceri è contraddittorio e anche negativo. Se si afferma, come ha detto spesso il ministro Nordio, di essere per le misure alternative al carcere e poi, da un lato, si introducono nuove fattispecie di reato e, dall’altro, con la presunta necessità di costruire nuove carceri utilizzando le caserme si crea una contraddizione. Su questo vorremmo ragionare con il governo».

La riforma mancata dei governi Renzi e Gentiloni

Rita BernardiniIl dialogo con l’attuale governo è necessario, dopo che i precedenti governi non sembrano essere riusciti a risolvere la questione, nonostante degli spiragli di luce che erano stati aperti, ma che non hanno portato a molto. «A parte l’indulto del 2006, quando il Ministro della Giustizia era Mastella, indulto e amnistia si sono rivelate misure impossibili da praticare» ci spiega la Presidente di Nessuno Tocchi Caino. «Secondo la ratio dei costituenti venivano usate per riequilibrare il sistema: quando le carceri erano affollate si faceva l’indulto, quando i processi erano affollati si faceva l’amnistia. Adesso, con la modifica fatta nel 1992 è impossibile: è stata cambiata la Costituzione per cui ci vuole una maggioranza qualificata dei 2/3. Maggioranza che in Parlamento è impossibile raggiungere, se non, come nel 2006, quando c’è stata una volontà convergente». Quelle misure, però, servono poi per fare le riforme. «È chiaro che se tu poi non fai niente per evitare le cause dell’affollamento penitenziario e dei processi, dopo qualche anno si ripresenta la stessa situazione. È chiaro che servono riforme strutturali. Il carcere così com’è ora è criminogeno, lo dicono le statistiche: chi esce dal carcere è recidivo al 70-80%. Chi invece accede a misure alternative ha una recidiva molto più bassa. Lo Stato dovrebbe puntare più su queste misure». Ci si era quasi riusciti, qualche anno fa, ma tutto si era fermato a pochi metri dal traguardo. «Abbiamo avuto un momento di grande dialogo quando il Ministro della Giustizia era Andrea Orlando, durante i governi Renzi e Gentiloni. Erano stati indetti gli Stati Generali dell’esecuzione penale, ricordo che coordinavo il tavolo sull’affettività in carcere. Tutte queste proposte vennero rimodulate in una vera e propria riforma dell’ordinamento penitenziario. La riforma era stata approvata ma all’ultimo momento saltarono i decreti delegati. Era la vigilia delle elezioni e avevano paura di prendere voti. Parliamoci chiaro: il carcere viene usato per dire “sbattiamo tutti in galera e buttiamo via la chiave”, a fini elettorali».

Rita Bernardini: affrontare la situazione nelle carceri con la nonviolenza

Il Grande Satyagraha (è questo il nome del digiuno, che nasce in India dall’esperienza di Gandhi, e in Italia è stato uno dei simboli delle lotte politiche di Marco Pannella e del Partito Radicale) è stato deciso a dicembre scorso dal X congresso di Nessuno Tocchi Caino e intende affrontare la drammatica condizione delle nostre carceri con il metodo della nonviolenza affinché il “potere” prenda le decisioni adeguate ad una situazione che va via via aggravandosi come dimostra la realtà dei dati ripetutamente richiamati da associazioni come Nessuno Tocchi Caino, dal Garante nazionale e dai garanti locali, da accademici del diritto penale, dagli avvocati dell’UCPI e del Movimento Forense, dai volontari che quotidianamente fanno il loro ingresso in carcere.

Negli istituti 18mila agenti in meno

I fattori che contribuiscono a questa situazione sono molti. Ad esempio, la quotidianità penitenziaria è stravolta anche perché gli agenti di polizia penitenziaria che fanno i turni negli istituti sono 18.000 in meno. Con pochi agenti non si possono organizzare le attività per i detenuti come corsi professionali, scuole, lavorazioni serie; persino andare all’area verde per fare il colloquio con i figli minori diventa impossibile se non c’è il personale. «Sulla polizia penitenziaria c’è una notizia di ieri: un altro agente si è suicidato» ci racconta Rita Bernardini. «Non si suicidano solo i detenuti ma anche gli agenti che vivono una situazione decisamente stressante perché sono obbligati a fare gli straordinari. Già le piante organiche sono carenti, ma in carcere sono pochi a fare i turni, i motivi delle assenze sono tantissimi. Quelli che rimangono sono sottoposti a uno stress massacrante». Gli agenti, di fatto, vivono a loro volta un’esperienza di reclusione. «Quella dell’agente di polizia penitenziaria è l’unica figura che sta a contatto con i detenuti 24 ore su 24. Tutti i problemi – di tipo psicologico o psichiatrico, di dipendenza, familiari – si riversano sugli agenti di polizia penitenziaria. Vivono la realtà penitenziaria in modo frustrante. Nelle realtà, poche, dove i detenuti stanno meglio, stanno meglio anche gli agenti. Siamo andati a visitare il carcere di Santa Maria Capua Vetere, che ha un problema di sicurezza e di salute dei detenuti. Capita che di notte di agenti ce ne sia uno per tre piani. Se succede un incidente, un infarto, o qualsiasi cosa, prima che si attivi tutta la macchina con un solo agente passano minuti che possono essere fondamentali».

Una sanità penitenziaria carente

Rita Bernardini
Rita Bernardini: «La nostra non è una protesta, ma una proposta per la quale ci impegniamo a dialogare con i referenti istituzionali»

A questo si lega un altro discorso, quello di una sanità penitenziaria, da tempo gestita dal SSN, che è carente sotto ogni punto di vista, non in grado di fornire l’assistenza medica indispensabile ad una popolazione di per sé fragile. «Il sistema sanitario sicuramente non è in grado di affrontare non solo le emergenze ma anche le cure» riflette Rita Bernardini. «Ci sono persone che aspettano mesi e anni per poter fare un controllo e quando arriva quel controllo è troppo tardi. I dirigenti sanitari dicono, e la cosa è vera, che è difficilissimo reperire medici che vogliano lavorare in carcere. Una merce rara – anche all’esterno – è lo psichiatra. Questa carenza di medici, oss e infermieri rende le strutture molto deboli, per cui è facile morire in carcere per mancanza di prevenzione e di soccorso».

Mancano i direttori e gli educatori

E poi mancano i direttori e gli educatori: con gli ultimi “rinforzi” si coprono a malapena i pensionamenti. Che rieducazione o risocializzazione si può fare? «Gli educatori, o funzionari giuridico-pedagogici, dipendono dal Ministero della Giustizia. Abbiamo piante organiche di per sé carenti, per cui un educatore dovrebbe seguire 200-300 persone, il che è impossibile: l’ordinamento penitenziario prevede un percorso individualizzato di trattamento, La pianta organica, che è stata tagliata dalla legge Madia, era stata ridotta a 1000 educatori per tutte le carceri. Già 1000 significa che, essendo 60mila i detenuti, dovrebbero seguire 60 detenuti a testa. In realtà gli educatori non sono 1000, sono molti di meno. Dalla pianta organica prevista, non1000 ma 850, bisogna togliere quelli assegnati alle carceri. Non ci sono i concorsi, ne è stato fatto solo uno, ma per coprire i pensionamenti. Per cui ci aggiriamo su una pianta organica effettiva che è di 750 educatori, a cui va tolto chi è in maternità, chi ha la 104 e il tutto si riduce ancora». Quanto ai magistrati di sorveglianza, la pianta organica ne prevede in tutta Italia 246 ai quali si aggiungono 29 presidenti di tribunale: nella realtà i magistrati degli uffici di sorveglianza sono 210 e i presidenti sono 25.

 Le proposte

 152 suicidi in 24 mesi impongono a tutti una riflessione e un’azione. Le proposte di Nessuno Tocchi Caino vanno nella direzione del rafforzamento della liberazione anticipata. Ma l’associazione, e il movimento che si è creato attorno, sono aperti a qualsiasi altra proposta che porti alla diminuzione della popolazione carceraria e quindi al miglioramento delle condizioni di detenzione. Non si tratta solo di scongiurare il protrarsi di trattamenti inumani e degradanti (pensiamo alla condanna del nostro Paese da parte della Corte EDU nel 2013), ma anche di concepire nuove possibilità di fronte ad una realtà, quella del carcere, che è criminogena e che sempre di più diviene una fabbrica di recidiva come dimostrano tutte le statistiche. «Sentiamo spesso dire nei convegni che bisogna puntare sulle misure alternative» spiega Rita Bernardini. «In realtà, se andiamo a vedere il bilancio del nostro Stato, destiniamo nel budget una cifra enorme per l’amministrazione penitenziaria, 3 miliardi e 400 milioni all’anno per mantenere questa struttura fallimentare; per supportare le misure alternative, compresa la giustizia minorile, spendiamo 380 milioni. È chiaro che il nostro Paese punta sulla reclusione. Perché noi puntiamo sulla riduzione del sovraffollamento? Perché con le attuali carenze, tutte le figure professionali, al diminuire dei numeri, dovrebbero confrontarsi con meno detenuti. Ci sarebbe più possibilità di avere cura per queste persone. Poi bisognerebbe fare in modo che ci sia effettivamente la rieducazione. E che si ponga attenzione all’affettività. Siamo un Paese che concede ai detenuti di media sicurezza una telefonata di 10 minuti a settimana. Se uno ha dei figli minori come può parlare con moglie e figli? Significa interrompere quei rapporti laddove l’ordinamento prevede che l’amministrazione debba fare di tutto perché il detenuto possa mantenerli. Durante il Covid i detenuti potevano chiamare a casa tutti i giorni. Ma finito il Covid tutto è tornato come prima».

CARCERE. BERNARDINI E GIACHETTI: UNO SCIOPERO DELLA FAME PER UNA SITUAZIONE CATASTROFICA

CARCERE. BERNARDINI E GIACHETTI: UNO SCIOPERO DELLA FAME PER UNA SITUAZIONE CATASTROFICA