NEVER AGAIN. UN CONTEST CONTRO LA VITTIMIZZAZIONE SECONDARIA

I giovani possono proporre proposte di video contro l'ulteriore violenza che subiscono le donne che denunciano la violenza subita

di Ilaria Dioguardi

Quando una donna denuncia una violenza, rischia di essere vittima una seconda volta. Per sensibilizzare alla conoscenza e al superamento della vittimizzazione secondaria premiando produzioni video capaci di raccontare il fenomeno in modo efficace, è nato il contest Never Again. È rivolto ai giovani, che possono presentare le proposte fino all’8 marzo 2022. Ce ne parla Giulia Morello di MASC (Movimento Artistico Socio Culturale), autrice e regista.

Never again

Come nasce l’idea di questo video contest?   
«È alla sua prima edizione e nasce per permettere ai/alle giovani adulti/e tra i 18 e i 39 anni di contribuire, attraverso la loro creatività, alla costruzione del cambiamento necessario a porre fine a un fenomeno così complesso e delicato come quello della vittimizzazione secondaria nei casi di violenza di genere, problema di cui si parla ancora poco».

Qual è l’obiettivo di NEVER AGAIN?
«Il progetto, lanciato il 25 novembre 2020 e co-finanziato dal programma Diritti, Uguaglianza e Cittadinanza dell’Unione europea, punta a potenziare una risposta di sistema al fenomeno della vittimizzazione secondaria, proponendo una campagna di sensibilizzazione nazionale e un modello di formazione rivolto alle forze dell’ordine, ad avvocati/e, a magistrati/e e giornalisti/e. Never Again è coordinato dall’Università della Campania Luigi Vanvitelli e realizzato insieme a D.i.Re-Donne in rete contro la violenza, Il Sole 24 ore-Alley Oop, MASC-Movimento artistico socio culturale APS, Maschile Plurale e Prodos Consulting-European Projects and Funds».

Quando avviene la vittimizzazione secondaria?
«Avviene nel momento in cui le istituzioni con le quali le donne entrano in contatto quando decidono di uscire dalla violenza finiscono per renderle vittime una seconda volta, ad esempio sottovalutando o disconoscendo il vissuto di violenza, oppure dandone una rappresentazione che lede la dignità della vittima o giustificando la violenza.
È un fenomeno molto presente anche nella narrazione di media e stampa e, in generale, permea la società tutta, a causa di una mentalità caratterizzata da stereotipi culturali profondamente radicati».

Quanta strada c’è ancora da fare per contrastare la vittimizzazione secondaria e cosa, ognuno di noi, può fare?
«Serve un profondo cambiamento culturale e il contributo di tutti e tutte per attuarlo. Bisognerebbe parlarne di più, e più correttamente, nelle scuole, nei media, nei luoghi di cultura. Mi sembra che su certi temi quel silenzio pesantissimo e assordante si sia rotto, ma questo ancora non basta. La strada mi sembra ancora lunga e a tratti in salita, per arrivare ai risultati attesi».

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