ROMA. ANCORA NIENTE PIANO CALDO E IL CENTRO DIURNO CHIUDE

Il Piano Caldo ancora non parte e il diurno dell’Esercito della Salvezza a San Lorenzo chiude. Gli ospiti si trovano in piazzetta, e non si arrendono

di Chiara Castri

«Antonella e Alessia erano i nostri angeli custodi, le vedevi tutti i giorni, per tutto il giorno. Stavano sempre con noi, ci guardavano davvero, ci ascoltavano, ci davano la carica.
Stamattina io Antonella la aspettavo, e poi mi è tornato alla mente: oggi Antonella non c’è, lo Zazer è chiuso. E Alessia a non vederla io sto male. Nella terrazza dello Zazer continuo a coltivare il nostro piccolo orto e continuerò a farlo.  Ieri ho visto le melanzane, i peperoni: sembra niente, ma a vederli crescere penso sempre che prima eravamo tutti insieme, ora sono solo. Lo Zazer ormai è parte di noi, deve riaprire, senza staremo male. Intanto ci mettiamo tutti in piazzetta, prendiamo la pizza, manteniamo vivo il nostro gruppo e aspettiamo».

DOMENICO, UN TRENO A CASO, LA STRADA E POI LO ZAZER. Ha l’accento pugliese Domenico, una pelle olivastra, un viso segnato e le lacrime agli occhi. Ci vuole un po’ prima che inizi a raccontare la sua storia, sembra che per un attimo ci sia caduto dentro, occhi un po’ persi, cercando il bandolo di una matassa che forse solo ora sta iniziando a sbrogliare. «A Bari ho avuto una vita burrascosa, fatta di gente poco raccomandabile, di un po’ fuori, un po’ dietro le sbarre. Dopo la mia ultima scarcerazione in città c’era un casino, mi sono lasciato con la mia ragazza, eravamo insieme da così tanto tempo… Avevo tre alternative: finire di nuovo in carcere, finire al cimitero oppure saltare su un treno e andarmene via, chiudere con tutti e con tutto.

Finchè una mattina, così, mi sono alzato e sono andato in stazione, promettendo a me stesso che il primo treno che avessi visto, quello sarebbe stato il treno che mi avrebbe portato via di là. Il primo treno fu una Freccia bianca. E dopo un controllore, un biglietto che non avevo e una multa di più di 100 euro mi sono ritrovato a Termini, senza aver mai provato prima la vita in strada, perché giù –  è vero –  facevo una vita un po’ così, ma stavo bene, avevo soldi, macchine. A Roma non sapevo come gestirmi e mi sono aggregato ad un gruppo di amici di Foggia. Dormivo sui cartoni, ma con loro la giornata passava. Poi però mi hanno rubato il borsone con tutte le cose che avevo, così loro hanno iniziato a farmi conoscere i posti in cui potevo avere un pasto e per un anno ho dormito alla Caritas. Qua ci sono arrivato il 27 Dicembre del 2016. Ora ci vengo da un anno e mezzo e da due mesi ho anche la mia stanza. Il primo giorno me ne stavo là sulla soglia, volevo entrare, volevo andare via, facevo fatica, ero in carico all’Esercito della Salvezza, boh… Sono entrato. E da allora sono iniziati i progetti. E io li ho portati in fondo tutti».

 

piano caldo
Domenico, nel “suo” orto allo Zazer. Nonostante la chiusura continuerà a prendersene cura. Non si può lasciar morire tutto.

Piano piano Domenico ha ottenuto prima la residenza, poi un documento, un domicilio,  un’assistente sociale ed un medico di base. E poi stare all’Esercito della Salvezza lo faceva stare tranquillo. Finché un giorno ha avuto la notizia che le sorelle ed il fratello lo stavano cercando da cinque anni.
Allo Zazer lo hanno aiutato anche in questo. «Ora ci sentiamo sempre, alla fine del mese mio nipote e la sua ragazza faranno scalo a Roma di rientro dal Brasile per venire a trovarmi, e ad Agosto verranno a trovarmi le mie sorelle e mio fratello. Lo Zazer fa parte della nostra vita. Senza questo luogo, senza le persone che vi abbiamo trovato, la comunità che abbiamo costruito e in cui ci siamo pian piano ricostruiti non saprei dove potrei essere ora. In quanti ora finiranno di nuovo per strada? Io non ho mai lavorato in vita mia, ma le cose che faccio qui le faccio e mi piace. L’orto me lo gestisco e trovo serenità. Avrei dovuto dare a ascolto a mia madre e andare via da Bari vent’anni fa. Ora comunque mi sto riprendendo la mia vita. Al diurno vengono persone che dormono per strada e una doccia e un vestito pulito fanno molto. Ora, solo, nella mia stanza, penso a chi sta per strada e almeno prima aveva lo Zazer, ora non più».

Domenico va tutte le sere in una pizzeria di Roma che ha dato la sua disponibilità a donare del cibo e prende la pizza per tutti, se ne prende cura, la distribuisce. E continua a farlo.
Valentina, un’ospite con cui Domenico ha legato, segue la signora che ha più difficoltà a prendersi cura di sé. E continua a farlo.«Ora, chiudendo, ci hanno distrutto».

 

LO ZAZER È CHIUSO. Da lunedì 18 Giugno lo Zazer, il diurno dell’Esercito della salvezza, storica presenza nel quartiere San Lorenzo a Roma, ha sospeso il proprio servizio per il mancato avvio dell’annunciato Piano Caldo del Comune di Roma. Lo Zazer ha chiuso.

Dopo i ritardi nell’avvio del Piano Freddo dell’inverno scorso – durante il quale solo lì è stata garantita accoglienza diurna a circa 88 persone al giorno – il Piano Caldo, che avrebbe dovuto avere inizio domani 21 Giugno, non è ancora partito. Le buste che dovevano essere aperte per la valutazione dei progetti presentati per il Piano Caldo 2018 non sono ancora state aperte.
Un immobilismo da parte dell’amministrazione capitolina che dà un duro colpo ai servizi, garantiti spesso nonostante l’esiguità delle risorse a disposizione. Ad oggi tutti coloro che hanno risposto al bando sono sospesi nel limbo.

 

piano caldo
Il diurno dell’Esercito della salvezza ora è vuoto

«Dopo la chiusura del Piano Freddo al 30 Aprile», spiega Simona Magazzù, vice direttore dell’Esercito, «siamo andati avanti con l’erogazione dei servizi ed il centro diurno. Perché? Ma perché come fai a chiudere? E le persone? Le altre organizzazioni al 1 maggio hanno chiuso i servizi. Noi siamo andati avanti con le risorse dell’Esercito  pensando ad un periodo di tre mesi prima del Piano Caldo. Certo, abbiamo dovuto ridurre i numeri, dando così la priorità ai percorsi, ma siamo comunque andati avanti». Ora però ancora non c’è  una data in cui si saprà di essere valutati. «Siamo andati avanti con fondi nostri, e dovendo ancora avere dall’amministrazione 400mila euro a causa di ritardi nei pagamenti che, in alcuni casi, risalgono al 2016. Ma ciò che ci ha fatto davvero decidere per la chiusura è stato il fatto che stiamo continuando a garantire un servizio, ancora una volta, in sostituzione del  Comune di Roma». Che poi, in realtà, si tratta comunque di un contributo perché, continua Magazzù, «che si tratti di Piano Freddo o Piano Caldo l’approccio resta emergenziale: un piatto, dei vestiti, un kit igienico, una doccia. E per un numero di persone che resta esiguo rispetto ai bisogni reali. Questo è quanto previsto dal bando. Noi facciamo psicoterapia e avviamo percorsi che non si fermano al servizio di prima soglia».
Simona Magazzù pensa alle persone che sono parte della sua quotidianità come a sfrattati emotivi. Perchè a San Lorenzo lo Zazer c’è dal 2001, perché lì ci si ricostruisce e si ricostruisce un quotidiano e uno sguardo oltre l’oggi che sulla strada sono solo sospensioni.

 

SI GUARDA COMUNQUE AVANTI. «Uno stop forzato che ci è piombato sulla testa»: ne parla così Leonardo, altro ospite del diurno, un bel signore dai capelli alle spalle, voce forte e sicura che un po’ mi ha fatto pensare a De Andrè.  «Lo Zazer lo abbiamo visto crescere, come un albero, e vederlo  abbattuto così, con un unico colpo di sega non è sostenibile. Magari dormi per strada, ma sapere di poter venire qua è uno stimolo a non lasciarsi andare. Ora la paura è questa, che in molti si lascino andare».

 

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“Si ripartirà” è la parola d’ordine, anche perchè in estate la terrazza, l’orto, il lavoro e l’impegno degli ospiti si aprono al territorio e dovranno continuare a farlo

Però i germogli di quell’albero ci sono, riflette Simona Magazzù: «gli ospiti ora nella piazzetta hanno riprodotto il loro stare insieme oltre un semplice luogo fisico, germogli di un progetto che supera l’accoglienza a bassa soglia. Sono i nostri protagonisti, i protagonisti di loro stessi».

Ognuno farà un pezzettino e si ripartirà, perché lo Zazer va riaperto, questa è l’unica certezza di tutti. Ora si pensa ad una campagna di crowdfunding per raccogliere fondi aspettando che dall’immoblisimo del Comune qualcuno batta un colpo. Ci lavoreranno tutti, naturamente, Leonardo è già partito in quarta perché lui è bravo con il computer e internet, ha una bella testa.

È stato un bel viaggio quello dentro lo Zazer e l’Esercito della Salvezza. In un’ora o poco più ci siamo detti tante cose, ma c’era sempre un sottofondo, un pensiero a bassa voce, tra rabbia e supplica. Era Domenico che continuava a dire «No, lo Zazer deve riaprire, perché lo Zazer fa parte della nostra vita». Non sono riuscita a contare quante volte l’abbia ripetuto.

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