POVERTÀ E SALUTE MENTALE, RAPPORTO CARITAS DENUNCIA IL CIRCOLO VIZIOSO CHE PRODUCE SEMPRE MAGGIORE ESCLUSIONE

Crescono del 154% i disturbi depressivi tra le persone prese in carico dalle Caritas diocesane nell’ultimo decennio. E nell’80% dei casi i disturbi mentali si accompagnano a situazioni di povertà materiale, relazionale e sociali. Zuppi: «A fronte di un aumento significativo del disagio assistiamo a un indebolimento dei servizi, a un definanziamento cronico, a una crescente privatizzazione»

di Antonella Patete

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Quello tra povertà e salute mentale è un circolo vizioso rafforzato dalle diseguaglianze strutturali e dall’insieme di tutte le barriere economiche, sociali e culturali che limitano l’accesso alle cure. Un dato, forse lapalissiano, ma che ora emerge corroborato dalla forza dei dati e delle analisi del Rapporto “Povertà e salute mentale. Relazione circolare e diritti negati”, presentato negli scorsi giorni dalla Caritas Italiana insieme alla Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia in occasione della Giornata mondiale del malato. Perché, se la povertà aumenta il rischio di disturbi psicologici e psichiatrici a causa dello stress cronico, l’esclusione sociale, lo stigma e le difficoltà materiali, è vero anche il contrario: il disagio mentale rafforza il rischio di povertà compromettendo la possibilità di raggiungere un adeguato livello di reddito e di mantenere relazioni sociali. Dall’indagine condotta sulla rete delle Caritas presenti su tutto il territorio nazionale affiora un peggioramento generale del disagio mentale in Italia, con effetti particolarmente evidenti su giovani, donne e migranti, ma anche su persone senza dimora o con dipendenza da sostanze, vittime di violenza e tratta, padri separati, lavoratori con bassi salari, famiglie con figli in carico alla neuropsichiatria infantile, over 55 che precipitano in povertà dopo la morte dei genitori che li avevano sostenuti per tutta la vita. E poi tante persone con background migratorio, soprattutto giovani mandati avanti senza un progetto migratorio definito, minori non accompagnati e figli che si sono ricongiunti ai genitori senza aver partecipato alla scelta di abbandonare il Paese d’origine per ricostruire una vita altrove.

povertà e salute mentale
Del Giudice: «Oggi appare necessario rinnovare l’impegno contro ogni pratica custodialistica e lesiva dei diritti, qualificare e rafforzare i servizi di comunità, prendersi cura della persona nella sua globalità e del suo contesto socio-familiare, con il coinvolgimento delle risorse vive del territorio, per non lasciare indietro nessuno e costruire una città che cura»

Povertà e salute mentale: depressione e cronicizzazione del bisogno

Secondo la Caritas, nell’80% dei casi rilevati il disagio mentale si intreccia con condizioni di povertà materiale, relazionale e sociale. E forti sono le disuguaglianze territoriali nell’accesso ai servizi di salute mentale. In particolare, nel 2024 le Caritas diocesane hanno accolto 277.775 persone, di cui il 14,6% presentava una fragilità sanitaria. La sofferenza mentale vera e propria ha interessato, invece, il 4,4% degli utenti: «Una quota probabilmente sottostimata a causa della difficoltà di intercettare il disagio psichico, dello stigma sociale e dei sentimenti di vergogna che lo circondano, nonché della natura spesso episodica dei colloqui», sottolineano i curatori del Rapporto. Nel complesso le persone con sofferenza psichica seguite nel corso del 2024 sono state 7.742. Le problematiche psicologico-relazionali rappresentano la tipologia più diffusa (38,5%), seguite dai disturbi depressivi (28,9%) e dalle patologie psichiatriche (26,8%). Spicca l’aumento del 154% dei disturbi depressivi tra le persone prese in carico dalla rete Caritas, un incremento rilevante che segnala la «crescente emersione di sofferenze emotive legate alle trasformazioni sociali ed economiche recenti». Quanto alla cosiddetta “povertà cumulata” ad altri ambiti di bisogno, «le criticità riguardano soprattutto lavoro, casa, salute, relazioni familiari, ma anche istruzione, disabilità e dipendenze, configurando traiettorie di fragilità complesse e interdipendenti». Non a caso tra le persone con sofferenza mentale emerge una maggiore cronicizzazione dello stato di bisogno: circa il 40% è seguito dalla Caritas da cinque anni o più.

Don Pagniello: «La salute mentale non è una questione per addetti ai lavori»

«L’intreccio tra disagio psicologico e povertà materiale, relazionale e sociale è un fenomeno sistemico che non può essere affrontato con risposte frammentate», ha osservato il direttore di Caritas Italiana, don Marco Pagniello. Il direttore della Caritas ha ribadito anche la necessità di riconoscere la salute mentale come diritto fondamentale e bene comune, affermando che «continuare a sottovalutarne il valore significa indebolire la coesione sociale del Paese. La salute mentale», ha precisato, «è una responsabilità trasversale e un investimento strategico, non una questione per pochi addetti ai lavori». Durante la presentazione del Rapporto è intervenuto anche il presidente della Cei e arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi che ha ricordato le parole di Franco Basaglia: «Nel momento in cui entrammo nei manicomi dicemmo no alla psichiatria, ma soprattutto no alla miseria. Vedemmo che, dal momento in cui davamo risposta alla povertà dell’internato, questi cambiava posizione totalmente, diventava non più un folle, ma un uomo con il quale potevamo entrare in relazione». Zuppi ha poi sottolineato come oggi le conquiste che hanno reso l’Italia paese di avanguardia nella cura delle persone con disagio mentale siano diventate fragili. «A fronte di un aumento significativo del disagio mentale – soprattutto tra i giovani e le donne – assistiamo a un indebolimento dei servizi territoriali, a un definanziamento cronico della salute mentale, a una crescente privatizzazione delle risposte», ha affermato.

Del Giudice: «Nel Paese dove è nata la legge Basaglia si rischia di tornare indietro»

E nei fatti, tra le maggiori criticità messe in rilievo dal Rapporto vi è proprio il definanziamento cronico della salute mentale, fermo a circa il 2,9% della spesa sanitaria complessiva, a cui fa da contrappeso il crescente peso del settore privato. Per il 2026 la legge di bilancio prevede risorse pari a 80 milioni di euro per la salute mentale. E di questi, solo 30 milioni sono destinati al personale, a fronte di un fabbisogno stimato dalla Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica (SIEP) in circa 785 milioni di euro. Risultato: i Centri di Salute Mentale somigliano sempre più a semplici ambulatori con orari limitati, presenza ridotta sul territorio e forte calo delle visite a domicilio. Mentre i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura risultano spesso come luoghi chiusi e orientati alla custodia, sovraccarichi di situazioni che non vengono intercettate dai servizi territoriali. Allo stesso tempo aumenta l’istituzionalizzazione nelle residenze, nelle cliniche private, in carcere e nelle REMS (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza), mentre diminuiscono le esperienze e gli interventi finalizzati all’inclusione sociale e lavorativa. «Nel Paese in cui è nata la rivoluzione per il superamento dei manicomi e la legge 180 si rischia di tornare indietro», è stato il commento della presidente della Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia Giovanna Del Giudice. «Oggi appare necessario rinnovare l’impegno contro ogni pratica custodialistica e lesiva dei diritti, qualificare e rafforzare i servizi di comunità, prendersi cura della persona nella sua globalità e del suo contesto socio-familiare, con il coinvolgimento delle risorse vive del territorio, per non lasciare indietro nessuno e costruire una città che cura».

POVERTÀ E SALUTE MENTALE, RAPPORTO CARITAS DENUNCIA IL CIRCOLO VIZIOSO CHE PRODUCE SEMPRE MAGGIORE ESCLUSIONE

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