RAPPORTO VIE DI USCITA. 21 LUGLIO: SUPERARE DEFINITIVAMENTE I CAMPI

Presentato il Rapporto 2024 Vie di uscita. La condizione delle comunità rom e sinte in Italia, di associazione 21 Luglio. Stasolla: «Il momento è favorevole per le amministrazioni comunali, affinché possano avviare processi di superamento dei campi nomadi»

di Laura Badaracchi

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L’8 aprile è stata celebrata la 54a Giornata internazionale dei rom, sinti e camminanti, istituita in ricordo dell’8 aprile del 1971, quando a Londra si riunì il primo Congresso internazionale delle popolazioni rom: un’occasione per conoscere meglio questo popolo ancora molto discriminato, che conta nel mondo circa 37 milioni di persone, la maggioranza delle quali vive in Europa. Martedì 9, su iniziativa della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei Diritti umani del Senato, è stato presentato a Roma il Rapporto annuale “Vie di uscita. La condizione delle comunità rom e sinte in Italia”, giunto alla settima edizione. A curarlo l’Associazione 21 luglio, che svolge attività di ricerca sulle condizioni degli insediamenti rom in Italia ed esercita pressione sulle istituzioni per tutelare e promuovere i diritti dell’infanzia. L’evento si inserisce nel contesto delle iniziative promosse da Unar (Ufficio nazionale anti discriminazioni razziali) per la prima Settimana per la promozione della cultura Romanì e per il contrasto all’antiziganismo, in programma dal 3 al 10 aprile.

Rapporto Vie d’uscita: in Italia più di 15mila i rom e sinti nelle baraccopoli

Vie di UscitaIl Rapporto «offre uno spaccato della situazione in Italia e nella città di Roma in un arco temporale compreso tra il primo gennaio 2022 e il 31 dicembre 2023. Il lavoro di Associazione 21 luglio mette in rilievo luci e fuoriuscita dagli insediamenti; l’avvio di processi virtuosi di superamento degli stessi da parte di sempre più amministrazioni locali; la volontà di alcune amministrazioni nel reiterare politiche escludente e segreganti», evidenzia Carlo Stasolla dell’Associazione 21 luglio. In Italia sono presenti diverse forme di alloggio che mirano ad accogliere nuclei familiari rom e sinti individuati su base etnica. Nella maggior parte dei casi, tali soluzioni non rispettano i criteri di adeguatezza stabiliti dagli standard internazionali per il diritto a una sistemazione idonea, mostrando spesso la reiterazione di un carattere segregante e discriminatorio. In Italia sono circa 15.800 i rom e sinti che vivono nelle baraccopoli formali e informali, pari allo 0,03% della popolazione italiana. Circa 13.300 abitano nelle 119 baraccopoli formali o istituzionali (ovvero insediamenti progettati, costruiti e gestiti dalle Amministrazioni locali) presenti in 75 Comuni e in 13 Regioni. Nelle baraccopoli informali sono stimati circa 2.500 rom (ulteriori informazioni su www.ilpaesedeicampi.it).

La situazione nel Lazio

Vie di UscitaL’aspettativa di vita è inferiore di 10 anni rispetto al resto della popolazione, il 55% ha meno di 18 anni. Nel Lazio sono presenti 9 baraccopoli formali per rom e sinti, per un totale di 2.392 abitanti (minimo 49, massimo 795 di via Luigi Candoni a Roma, la più grande comunità d’Europa), di cui il 24% italiani, il 57% originari di Paesi dell’ex Jugoslavia. L’Amministrazione di Roma Capitale, nell’estate 2023, ha approvato il “Piano d’azione cittadino per il superamento del Sistema campi 2023-2026, che si propone di «garantire i diritti fondamentali delle persone residenti nei “villaggi attrezzati” della Capitale attraverso azioni concordate nel Tavolo di co-programmazione. Le aree tematiche prioritarie del Piano sono: contrasto all’antiziganismo e promozione della partecipazione; regolarizzazione documentale; accesso all’alloggio, inclusione sociale e promozione della salute; accesso all’istruzione e al lavoro». Al 31 dicembre 2022 nei 6 “villaggi attrezzati” di Roma Capitale erano presenti 2.261 persone appartenenti alle comunità rom e sinte. «Siamo partiti da un insediamento monoetnico a quello che sarà Centro multietnico di autonomia abitativa come transizione dal campo alla casa. Vivranno insieme persone in emergenza abitativa», ha dichiarato Simona Mulè, consigliera del Comune di Latina. «Parliamo di accompagnare i gruppi di rom romeni presenti anche in autonomia occupazionale», ha rilevato. «Siamo partiti da 89 persone per arrivare a 10 nuclei composti da 22 adulti e 22 bambini, perché molti si sono trasferiti». Aifo Latina è impegnata nell’accompagnare una quindicina di bambini a scuola e alcuni anche alla materna; un ragazzo è stato avviato a una scuola professionale e due all’attività sportiva. Il 12 maggio 2023, presso il Tribunale a Latina, si è svolta la prima udienza relativa a un processo in cui la Procura contesta l’aggravante dell’odio razziale nei confronti di 5 persone residenti tra Sermoneta, Sezze e Latina. Le accuse riguardano propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, basate su fatti risalenti a luglio 2020 quando sul gruppo Facebook “Latina Degrado urbano” erano stati pubblicati messaggi violenti in riferimento al mancato sgombero del “villaggio” di Castel Romano, a Roma.

Superare una volta per tutte gli insediamenti monoetnici

Vie di UscitaDei rom e sinti presenti nelle baraccopoli istituzionali si stima che circa il 62% abbia la cittadinanza italiana. Alla luce di questi numeri, se fosse confermata la stima del Consiglio d’Europa di una presenza di persone rom in Italia pari a 180.000 unità, si potrebbe affermare che allo stato attuale, nel nostro Paese, meno di 1 cittadino rom su 10 può essere identificato come un abitante del “campo”. Una verità «destinata da sola a smontare un caleidoscopio di “leggende urbane” ancorate a stereotipi e pregiudizi», sottolineano Carlo Stasolla e Roberta Giordani dell’Associazione 21 luglio. Che precisano: «Il numero di rom e sinti presenti negli insediamenti formali e informali è in costante calo dal 2016, anno del primo rilevamento di Associazione 21 luglio, con un decremento totale ad oggi del 44%, ovvero 12.200 persone in meno». Gli insediamenti formali «consistono in aree create e, solitamente, gestite dalle istituzioni comunali con l’obiettivo di favorire l’accoglienza basata su criteri etnici. Tra questi è possibile registrare anche i cosiddetti insediamenti semiformali o “tollerati”, con i quali si intendono quelle aree situate su suolo pubblico, riconosciute in passato come formali, che a causa della progressiva assenza di servizi sono scivolate nella semi-formalità e di conseguenza inserite nella categoria degli insediamenti “tollerati”», ha spiegato Roberta Giordani dell’Associazione 21 luglio. «Gli insediamenti informali, che si trovano principalmente nelle periferie delle grandi città italiane, si contraddistinguono per l’utilizzo di tende o abitazioni auto-costruite, spesso immerse nella vegetazione o in zone remote e di difficile accesso». Stasolla ha evidenziato che «si registra una marcata consapevolezza da parte di Amministrazioni comunali di diversi colori politici sulla necessità di superare definitivamente i dispositivi architettonici monoetnici denominati impropriamente “campi nomadi” realizzati a partire dagli anni ’80. Il momento è particolarmente favorevole per le 75 Amministrazioni comunali che governano i territori su cui insistono i 119 insediamenti monoetnici, affinché possano, con coraggio e determinazione, avviare processi di superamento, per cancellare in forma definitiva quella “vergogna sociale” che fa sì che l’Italia dall’anno 2000 venga considerata nel panorama europeo come il “Paese dei campi”».

 

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