RIFIUTI A ROMA: LA STRADA ALTERNATIVA DELLA CAPITALE CIRCOLARE

Il 13 luglio, Legambiente Lazio e Cgil Roma e Lazio hanno presentato alcune proposte per la chiusura del ciclo dei rifiuti a Roma. A ottobre un piano dettagliato, con il supporto di esperti ed associazioni di settore

di Francesca Amadori

Bersaglio dichiarato della discussione: l’impianto di incenerimento dei rifiuti. Incenerimento, per i contrari; termovalorizzazione, per i favorevoli. Basterebbe già questa diatriba nominale ad evocare il clima infuocato con cui il tema è finito oggi tra quegli oggetti del contendere su cui, per strano paradosso, è quasi impossibile discutere. L’impianto romano, diventato addirittura uno degli aghi della bilancia del Governo nazionale, ha perso la possibilità di essere analizzato attraverso un dibattito che parta da dati, numeri, proposte pro (articolate) e contro (argomentate). Come in “2001 Odissea nello spazio”, al centro della scena sembra atterrato un monolite, un oggetto quasi misterioso e sacro, ma allo stesso tempo simbolo di progresso, o quanto meno progressione, e, come tale, difficile da mettere in discussione.   Le ragioni dell’una e dell’altra parte sono schiacciate dalla polarizzazione delle posizioni in un «tifo da stadio», come lo definisce, con immagine un po’ logora, il presidente nazionale di Legambiente, Stefano Ciafani; con ciò lamentando la mancanza di uno spazio al quale indirizzare dubbi e domande.

Questa, nelle premesse, è la principale critica mossa da CGIL e Legambiente che non risparmiano i toni più duri, fino all’accusa di «aver subito veri e propri attacchi personali» per il solo fatto di essersi opposti a quel che viene definito “pensiero unico”. È il segretario generale di CGIL Lazio, Michele Azzola, a dirlo dalla sede di via Buonarroti, dove si è svolto l’incontro. Mettendo in guardia, sui rischi (culturali) di indurre con l’impianto un atteggiamento di deresponsabilizzazione da parte di tutti: cittadini, politica e istituzioni.

La paura dichiarata – il presidente di Legambiente e CGIL Lazio, procedono di pari passo – è quella di voler sostituire la «Grande buca» (la discarica di Malagrotta) con semplicemente un altro tipo di buca che invece di interrare, brucia. Che invece di portare alla chiusura del ciclo dei rifiuti senza produzione di CO2 ed altre emissioni conduca ad una passivizzazione che, dunque, non risolverà «l’attuale stato di degrado della città». L’impianto è, nella visione e nei calcoli di Legambiente e CGIL, ciò che inchioderà Roma al passato, invece, di proiettarla nel futuro; come «ci chiede l’Europa».

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Stefano Ciafani, presidente Legambiente nazionale

Tra termovalorizzatore e inceneritore

E, già, perché anche l’Europa è strattonata e contesa da entrambe le parti. I favorevoli – al termovalorizzatore – guardano agli impianti ben progettati e meglio realizzati in molti paesi europei. Su tutti l’ormai popolarissimo impianto di Copenaghen (quello su cui si scia, per intenderci) o quelli recentemente visitati in Francia; tutti modelli additati ad esempio che non solo risolvono il problema del rifiuto in strada, ma che producono energia con cui si alimentano interi quartieri.

I contrari – all’inceneritore – ricordano come dall’Europa non arriveranno finanziamenti per costruire un impianto che, al di là della sua efficienza, è considerato una scelta opposta alla direzione che dovremmo imboccare per ridurre le emissioni e fare con ciò la nostra parte per salvare ambiente e clima. In più, aggiungono, «il fatto che gli impianti siano costruiti vicino o dentro le città non è la prova della loro innocuità; semplicemente servono distanze ridotte per non disperdere l’energia prodotta dalla combustione dei rifiuti». Prova ne è che nei pressi degli impianti non si possano coltivare frutta e verdura.
Di certo, intanto, ci sono gli obiettivi fissati dall’Unione Europea: tra 3 anni, dovremmo dimostrare di saper preparare il 55% dei rifiuti per il riciclo e il riuso; il 60% entro il 2030 e via andare. La percentuale di Raccolta Differenziata è fissata al 72%.
Ma ad oggi il dato con cui AMA risponde, nel 2021, è un ottimistico 39%. Numero destinato a non muoversi per il 2022, ma, soprattutto, per il quale non c’è alcun programma di implementazione della raccolta. Almeno, stando a quanto sostengono coloro che parlano dalla sede di Via Buonarroti.

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Roberto Scacchi, Legambiente Lazio e Natale Di Cola, CGIL Lazio

La terza via

Ma qual è l’alternativa proposta da Legambiente Lazio e CGIL Lazio – Roma? Si tratta di una ricetta, facile, almeno da capire: per ogni 10.000t/anno di rifiuti sottratti all’incenerimento si creano 386 posti di lavoro, nelle varie filiere del recupero, riciclo e ri-manifattura, almeno stando ad un recente studio inglese. Ecco spiegata l’arcana alleanza, quella tra Legambiente e CGIL. Serpi in seno ad una sinistra che cerca di trovare soluzioni tecnologiche a problemi atavici o portatori di una visione che traccia la strada, più lunga e impervia, ma che risponde ad una doppia emergenza, quella di lavoro e ambiente?
La risposta potrebbe annidarsi tra le pieghe dei numeri snocciolati da Natale Di Cola, CGIL Lazio, e Roberto Scacchi, Legambiente Lazio.
Il numero più semplice da mettere a fuoco è quello del sistema di impianti di cui, comunque, Roma avrebbe bisogno. Almeno 6, più piccoli ed altamente specializzati, capaci di trasformare il rifiuto in nuova materia prima.  Uno per lavorare i PaP, i Prodotti assorbenti per la persona; uno per il Riciclo chimico delle plastiche miste; un altro legato allo scarto tessile; uno per il recupero dei prodotti per la casa ed uno per gli apparecchi ICT (le Tecnologie per i sistemi integrati di telecomunicazioni). Solo alcuni esempi, che rendono bene l’idea dell’importanza di una raccolta differenziata, a monte, dei rifiuti. Per gli altri dati siete invitati alla lettura delle slide.
Ma per controbattere ai numeri proposti ci vorrebbe un occhio sapiente e ben informato o, semplicemente, la controparte di chi sta proponendo un impianto che in un colpo solo ci libera di 600mila tonnellate di rifiuti l’anno.
Per capire cosa davvero mandiamo in fumo con quelle 600mila tonnellate di mondezza bruciata, o – per par condicio – valorizzata, bisognerebbe assistere ad un bel confronto, tra queste due visioni. È quello che si augurano CGIL e Legambiente, che ad ottobre intendono concludere l’elaborazione di un piano dettagliato, realizzato con il supporto di esperti ed associazioni di settore, per l’implementazione dell’economia circolare ed una gestione virtuosa del ciclo dei rifiuti. Si tratta di un piano poderoso che necessiterebbe di una Multiutility dell’economia circolare che «metta insieme società pubbliche della Regione e del panorama nazionale e sviluppi una filiera a impatto zero». Ad ottobre potremo conoscerne i dettagli.  Nel frattempo, favorevoli e contrari, restate collegati.

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