RIFORMA, IN NOME DEL CIVISMO UNA CULTURA DEL DONO PIÙ APERTA

Volontariato più aperto e imprese sociali di seconda generazione. Il punto di vista di Paolo Venturi sulla riforma del terzo settore

di Elisabetta Bianchetti

In un’intervista per VDossier n. 1/2016, il direttore di Aiccon analizza i punti di innovazione introdotti dalla legge delega di riforma del Terzo settore. «Le imprese sociali di seconda generazione», sostiene, «allargherebbero l’inclusione sociale verso nuovi soggetti vulnerabili».

Una riforma organica con un valore orizzontale, cioè risolutivo. Mentre la sua verticalità sarà decisa dall’attuazione dei decreti. Paolo Venturi non ha dubbi in merito alla legge che riforma il Terzo settore italiano del futuro. Una riflessione che per il direttore di Aiccon (Associazione Italiana per la Promozione della Cultura della Cooperazione e del Non Profit – il Centro di studi promosso dall’Università di Bologna e dalle organizzazioni appartenenti all’Alleanza delle Cooperative Italiane) «non può che essere positiva.

Civismo
Paolo Venturi, direttore di Aiccon

Basti pensare che il tema del volontariato, dell’associazionismo e delle fondazioni è fermo al libro primo, titolo secondo, del codice civile che è datato 1942. E questo è un primo elemento di soddisfazione». E, intervenendo su questa nuova legge, spiega qual è la cultura del dono e della solidarietà che emerge dalla nuova legge: «Oltre a essere riformato, il Terzo settore, è anche stato ridefinito all’articolo 1. Infatti, all’interno di questo riordino, un posto di rilievo è occupato dalla cultura del dono e dal volontariato. Quest’ultimo è esteso anche al civismo che incorpora al suo interno forme di volontariato e di dono, quindi di relazionalità gratuita spesa in favore di un interesse generale che coincide in molti casi con esperienze di senso delle persone.Questo civismo – prosegue Venturi – è entrato a pieno titolo all’interno del perimetro del sociale e del Terzo settore di fianco alla solidarietà, al mutualismo e all’utilità sociale dilatandone così l’area d’azione. Un volontariato rivisto in una chiave più aperta: quindi non solo il volontariato organizzato, quello ancorato a strutture definite, ma anche quello spontaneo che si esprime con modelli e modalità diverse e che incorpora sempre di più elementi produttivi e di condivisione. Infatti queste nuove forme di socialità attivano nuove modalità di scambio lasciando inalterata la finalità sociale o l’aspetto donativo. Sono nuove forme di mutualismo attivate da legami deboli che spesso incrociano attività commerciali imprenditoriali. Inoltre l’articolo 5 – continua – ribadisce come il volontariato sia un pezzo importante del servizio “pubblico”, non nel senso di statale ma di interesse generale, e ne preservi l’identità, e, allo stesso tempo, ne supera la visione “ristretta”. Ma come tutti sappiamo il disegno di legge delinea i principi, mentre saranno poi i decreti a definirne il perimetro regolatorio».

Quali sono i nervi scoperti del non profit che questa riforma va disciplinare e riordinare?
«La prima complessità di questa riforma riguarda il come saranno coniugate in direttive queste esigenze di innovazione del Terzo settore. La seconda concerne invece il crescente civismo che sta nascendo dentro il volontariato, un fenomeno disarticolato dalle tradizionali forme organizzative e che si esprime con nuove configurazioni che nascono da motivazioni diverse e che riguardano in particolare i giovani. Quindi il volontariato e il dono hanno un forte riconoscimento in questa legge anche perché questa riforma passa da una logica “concessoria”, dove lo Stato “autorizza” a fare del bene, a una logica di “riconoscimento”, provando a smantellarne gli eccessi burocratici, un vero e proprio elemento ostativo nel “fare del bene”».

Come secondo lei la riforma ridisegna il concetto di gratuità?
«È un tema che si giocherà molto sulla questione dei rimborsi spese per i volontari, piuttosto che su come la dimensione commerciale si leghi all’attività gratuita degli enti. La riforma amplia inoltre la visione del volontariato organizzato riconoscendo anche gli organismi di secondo livello. Tra questi i Centri di servizio per il volontariato che ricevono un ruolo più ampio diventando dei veri e propri “hub” territoriali del Terzo settore. Cioè luoghi di servizio e di supporto del volontariato presenti in tutte le forme organizzative e giuridiche che compongono il non profit e quindi non più solo per le organizzazioni di volontariato».

Il Terzo Settore, quello che lei in un articolo sul Sole 24 Ore ha definito la “terra di mezzo”, trova in questo impianto normativo un terreno fertile di crescita? Questo testo riuscirà a favorire il rilancio delle imprese sociali e del benessere che queste sapranno produrre nelle comunità di appartenenza?
La riforma supera la visione obsoleta e dicotomica fra la dimensione sociale e la dimensione imprenditoriale. Un concetto antico e spesso alimentato da un’idea “terzosettorista” basata sul concetto che esista un trade off tra imprenditorialità e socialità, come se l’imprenditorialità non fosse uno strumento per perseguire la socialità.

Civismo
«Oggi sono le reti di relazioni i motori per generare nuovi percorsi di sviluppo»

Questa riforma invece riconosce e amplia la biodiversità imprenditoriale per perseguire finalità di interesse generale e quindi lo scambio di beni e servizi favorito da forme di remunerazione limitate del capitale. Questo è un aspetto fondamentale perché rompe con la logica Stato-mercato e introduce, a pieno titolo, l’imprenditorialità nell’area del valore sociale, cioè la cosiddetta economia civile. Un’economia che porterebbe a incentivare anche nuove figure occupazionali che, altrimenti, non troverebbero spazio nei modelli for profit. C’è poi da aggiungere che queste imprese sociali di seconda generazione dilaterebbero i meccanismi di inclusione sociale in favore di nuovi soggetti vulnerabili. Oggi, diversamente rispetto a dieci anni fa, non ci troviamo di fronte solo all’accoglienza dei soggetti svantaggiati, ma siamo di fronte a una nuova figura della nostra società che è la vulnerabilità, che coinvolge molte persone. Una vulnerabilità frutto di una società con un alto tasso di incertezza, questa logica postula situazioni economiche che vedono la comunità diventare “imprenditore” attraverso dei meccanismi inclusivi. Attraverso l’inclusione dei cittadini nel processo produttivo si garantisce la costruzione di un welfare caratterizzato da alti livelli di qualità e realmente democratico e capacitante. In passato l’innovazione nasceva da un processo di “distruzione creatrice” ed era privilegio di grandi imprese capaci di accedere a ingenti capitali; oggi lo scenario è cambiato. L’innovazione nasce in nuovi luoghi, network, comunità, non necessariamente motivate dalla massimizzazione del profitto, come per esempio i numerosi “community hub” delle nostre città. Oggi sono le reti di relazioni i motori per generare nuovi percorsi di sviluppo: pensiamo a tutti quei luoghi, virtuali o no, che permettono alle persone di condividere mezzi e fini per la promozione dello sviluppo. La sfida quindi è quella di promuovere nuove forme imprenditoriali, nell’economia di mercato e non fuori, che hanno come obiettivo lo sviluppo economico ed umano della comunità. Questa riforma non ha risolto però il problema del non profit produttivo e mi riferisco alle associazioni e alle fondazioni che praticano attività di impresa sociale anche se non possono avere o acquisire utili. Questi soggetti se vogliono incorporare alcuni vantaggi in termini finanziari, si troveranno di fronte a un bivio, se diventare imprese sociali o cooperative sociali o srl. Un punto, questo, non risolto e che lascia dei vuoti.

Rispetto alla legge di dieci anni fa sull’impresa sociale, che non ha dato i frutti sperati, cosa è cambiato con questa riforma?
In questi anni mi sono occupato molto di un tema oggi diventato mainstream, quello dell’ibridazione. L’origine di questi studi nasceva dall’evidenza che le imprese sociali andavano a cercare soluzioni “ibride” proprio per superare i limiti della Legge 155/06: vincoli legati in gran parte alla remunerazione del capitale, o all’ampliamento dei settori di attività, oppure a nuovi modelli partecipativi di governance. La legge 155 (quella sull’Impresa sociale) è fallita innanzitutto perché gli enti che assumevano la qualifica di impresa sociale si trovavano senza valore aggiunto sia in termini fiscali sia in termini di funzionamento imprenditoriale. Gli ibridi organizzativi invece introducono un nuovo modo di fare impresa perché il loro obiettivo principale è ottenere miglioramenti di natura sociale a livello sistemico (innovazione sociale) attraverso un’attività commerciale. La riforma ha cercato di incorporare questi marcatori di ibridazione per sviluppare anche nel nostro Paese nuove aziende svincolate dalla suddivisione classica Stato-mercato, pubblico e commerciale, capaci di leggere e anticipare quelli che sono i cambiamenti in atto nella società. Speriamo quindi che in futuro potremo avere delle imprese sociali capaci di attrarre maggiori risorse e un capitale umano più qualificato per orientare le decisioni all’interno dei consigli di amministrazione e operare in settori nuovi e diversi rispetto ai soliti. La miccia è stata innescata, ora la parola passa al Governo che, attraverso i decreti, dovrà stabilirne l’attuazione per vincere questa partita. Questa è una riforma che ha una valore orizzontale, cioè definitorio, la verticalità invece la vedremo poi con l’attuazione dei decreti.

In copertina: Vassily Kandinsky, Several Circles, 1926

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