
ROSA PARKS, UNA STORIA PER TUTTI E PER SEMPRE
La storia dell’attivista statunitense diventa un libro per ragazzi, Rosa Parks che restò seduta. L’autrice Marilena Umuhoza Delli: «La storia di Rosa Parks ci ricorda quanto sia importante lottare per i propri diritti. Il razzismo non se n’è mai andato e bisogna continuare a lottare, senza dare per scontato i traguardi, i diritti raggiunti»
12 Gennaio 2026
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Il primo dicembre 1955 Rosa Parks torna a casa dopo una giornata di lavoro. Quando l’autista le intima di alzarsi per far sedere un passeggero bianco, la donna si rifiuta, stanca dei soprusi che lei e chiunque abbia la pelle del suo stesso colore sono costretti a sopportare. Inizia così una protesta che cambierà la storia di milioni di persone. Dalla penna dell’autrice italo-rwandese Marilena Umuhoza Delli, che è anche fotografa e regista, arriva il racconto di una storia vera, Rosa Parks che restò seduta (Einaudi Ragazzi). Delli nel 2020 è stata nominata “tra le 50 donne dell’anno” da D- Repubblica e nel 2023 “Community Leader of Change” ai Black Carpet Awards.

Come nasce l’idea di scrivere questo libro?
«Ho deciso di scrivere questo libro per rendere omaggio a un personaggio che, per me, è sempre stato un role model, Rosa Parks. Un personaggio importante, coraggioso, in cui mi sono anche in parte riconosciuta, essendo lei una donna di origine africana, proprio come me. Io sono italo-rwandese e, come Rosa Parks, mi ritrovo a vivere il sessismo come ogni altra donna, ma anche il razzismo strutturale. E sicuramente è stato emozionante anche per questo scrivere la storia di una donna così importante da una prospettiva che, in parte, condividevo. Ho deciso di scrivere questo libro anche perché è da poco ricorso il settantesimo anniversario da quel famoso 1 dicembre 1955 quando, sull’autobus di Montgomery, Rosa Parks disse no alle leggi sulla segregazione razziale. Anche un altro anniversario è ricorso quest’anno, i 20 anni della morte di Parks, che venne a mancare il 24 ottobre 2005. Quindi, per me è stata una preziosa opportunità di parlare della sua importanza».
Perché è importante che i bambini sappiano la storia di Rosa Parks?
«Per me è veramente prezioso comunicare ai bambini, avendo una bambina di ormai nove anni. Rosa Parks è uno splendido modello per le nuove generazioni perché, con il suo coraggioso “no” di 70 anni fa, ci ricorda quanto importante sia avere il coraggio di dire “no” a chi viola i nostri corpi e i nostri diritti. La sua storia fa eco ancora oggi e il suo messaggio, a distanza di tempo, è ancora più importante, più forte, più attuale e vivo».
Nel libro lei scrive che il libro è «Per Rosa Parks, per mia madre, per tutte le persone che vogliono salire su un pullman e sentirsi libere. Questa storia è per voi, per noi». Ci sono ancora situazioni in cui percepisce che alcune persone sono razziste o discriminanti?
«Mi è accaduta una situazione sul pullman, quando avevo sette anni e accompagnavo mia madre al lavoro. Un gruppo di ragazzi salì e ci urlò addosso parole brutte e irripetibili per il colore della nostra pelle. Purtroppo, l’autobus è uno di quei mezzi dove abita il razzismo, anche per questo per me scrivere questa storia è stato straordinario, importante, anche terapeutico in un certo senso. Ho voluto ridisegnare l’autobus, in cui fieramente cerchiamo di trasformare uno spazio che purtroppo ancora oggi può essere traumatico per persone razzializzate in Italia, come un luogo di libertà».
Parlando di razzismi di ieri e di oggi, quanto l’esempio di Rosa Parks ancora oggi è importante?
«Purtroppo, il razzismo è ancora presente nella società italiana. Un sociologo americano, Martin Barker, parla di neorazzismo, ovvero della capacità del razzismo di adattarsi nel tempo. Con il risultato, afferma, che le politiche razziste rimangono le stesse, pur non sembrando esplicitamente razziste. Il neorazzismo è a tutti gli effetti razzismo, ma attutito da una società bianca dominante che non vuole ammettere il proprio pregiudizio, che è il cuore della fragilità bianca: il rifiuto di sapere. Quindi, il neorazzismo si manifesta sotto forma di “daltonismo razziale”: il rifiuto di non vedere i colori. I genitori a volte ci hanno cresciuto dicendo che dobbiamo guardare tutti allo stesso modo, che siamo tutti uguali e, quindi, non dobbiamo vedere il bianco e il nero. Ma se non vedi i colori, come fai a vedere il razzismo che subisco per il colore della mia pelle, il razzismo scritto a fuoco nella storia passata e presente di questo Paese? Pensiamo al colonialismo, al fascismo, ma anche alla schiavitù che è stata presente in Italia. Si parla sempre della tratta transatlantica, ma mai degli schiavi della tratta mediterranea. Il razzismo è presente anche sotto forma di razzismo culturale, è intessuto nelle fibre della nostra società, nella quale il messaggio martellante è sempre lo stesso: bianco è meglio che nero. Basti pensare alla stereotipizzazione, alla generalizzazione, all’appropriazione culturale e alla rappresentazione dei mass media, a come ritraggono spesso le persone razzializzate, prediligendo una narrazione negativa o monodimensionale di una cultura. Molte volte c’è un unico punto di vista dominante, che in Italia è quello eurocentrico o biancocentrico. Quindi, si esclude la ricchezza dei vari contributi culturali. Il razzismo è presente nel nostro Paese anche nelle istituzioni, basti pensare alla “profilazione razziale”, che avviene quando le forze dell’ordine fermano le persone per via del colore della pelle: si chiama “racial profiling” in inglese. L’Italia è l’unico Paese dell’Unione europea a non avere un organo che monitori gli abusi da parte delle forze dell’ordine nei confronti delle persone razzializzate. Ci sono enti, come l’Ecri, l’Onu, che per fortuna monitorano questi abusi. E si parla di un aumento, nel 2024, dei casi di “profilazione razziale” in Italia. Un altro esempio di discriminazione razziale è l’ ”housing discrimination”, la discriminazione della casa. Ci sono sociologi, come Maurizio Ambrosini, docente della Statale di Milano che, insieme all’Asgi, riporta dei dati sull’esclusione dell’affitto alle persone straniere, con richieste di garanzie aggiuntive. Poi c’è il razzismo sul mercato del lavoro, dove se sei una persona di origine straniera spesso vieni scartata ai colloqui di lavoro, all’interno dell’amministrazione pubblica ad esempio, ma vieni presa al volo come bracciante senza contratto, ad orari impossibili. È importante ricordarci di tutte queste forme di razzismo e anche di quella che possiamo definire “micro aggressione razziale”, che è quel razzismo narcotico che si esprime con frasi, battute in apparenza innocue ma che, in realtà, vogliono stigmatizzare ed escludere. Per esempio, quando mi si dice “come parli bene l’italiano” quando ho spiegato che sono nata e cresciuta in Italia. È la ripetitività e pervasività di questi micro attacchi che finiscono per ledere gravemente la salute fisica e mentale di chi li subisce. Chi compie micro aggressioni spesso non si rende conto della loro portata, le ritiene innocue interazioni quotidiane che nulla hanno a che vedere col razzismo, il problema è che sono talmente radicate nella nostra cultura, spesso in modo inconscio, da venire normalizzate. La storia di Rosa Parks ci ricorda quanto sia importante lottare per i propri diritti. Il razzismo non se n’è mai andato e bisogna continuare a lottare, senza dare per scontato i traguardi, i diritti raggiunti. Ad un mese di distanza da Rosa Parks che restò seduta è uscito anche un altro mio libro, lo scorso settembre: Chi ha paura del lupo bianco? C’era una volta il razzismo consapevole (Il Margine), nel quale parlo del razzismo presente nel nostro Paese».
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Marilena Umuhoza Delli
Rosa Parks che restò seduta
Einaudi Ragazzi, 2025
128 pagine, 11 euro







