
SALUTE, MEDU: NELLE PERIFERIE ROMANE L’ACCESSO ALLE CURE RESTA SULLA CARTA
Dove vulnerabilità socioeconomica, precarietà abitativa e marginalità sono più forti aumenta la distanza tra l’accesso alla sanità che dovrebbe essere e quello che invece è. E Bastogi e Idroscalo di Ostia sono la punta dell’iceberg di un processo di erosione del diritto alla salute. Lo evidenzia il Rapporto Periferie Medu con Fondazione Charlemagne. Barbieri: «Questo rapporto ci parla della tenuta dell’universalismo del nostro Sistema sanitario, nel quale da 15 anni si investe sempre meno».
29 Marzo 2026
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Le periferie urbane rappresentano oggi alcuni dei luoghi in cui le disuguaglianze nell’accesso alla salute si manifestano con maggiore evidenza. Nei contesti segnati da vulnerabilità socioeconomica, precarietà abitativa e marginalità sociale, il diritto alla cura rischia di rimanere un principio astratto: barriere logistiche, burocratiche e culturali rendono l’accesso ai servizi sanitari territoriali più difficile e frammentato. Bastogi e Idroscalo di Ostia rappresentano la punta dell’iceberg di un processo più ampio di erosione del diritto alla salute e di progressivo disinvestimento nella sanità pubblica.
Il Rapporto Periferie (disponibile qui), presentato nella sede del CSV Lazio da Medici per i Diritti Umani-Medu in collaborazione con la Fondazione Charlemagne, nell’ambito del programma Periferiacapitale, nasce dall’esperienza sul campo di Medu con il progetto Un camper per i diritti, che nel corso del 2025 ha portato assistenza medica di base, orientamento ai servizi e supporto psicologico alle persone – italiane e straniere – che vivono nelle periferie romane dei due quartieri. Il progetto continua ancora oggi a offrire supporto a chi incontra i maggiori ostacoli nell’accesso alle cure. Questo rapporto è il primo tentativo di raccontare queste realtà “da dentro”. Non si tratta soltanto di un’analisi basata su dati: per mesi gli operatori della clinica mobile hanno lavorato nei quartieri, incontrando le persone, ascoltandone le storie e accompagnandole nell’accesso ai servizi. Il rapporto nasce, dunque, dall’esperienza diretta di chi ha condiviso, giorno dopo giorno, le difficoltà di accesso alla salute che attraversano questi territori. Con testimonianze e analisi, il report documenta le condizioni di accesso alla salute in questi contesti e restituisce uno spaccato che va oltre le periferie romane: ciò che emerge riguarda il funzionamento complessivo del sistema sanitario e le disuguaglianze che ancora oggi limitano l’effettività del diritto alla salute nel nostro Paese.

Rapporto Periferie: si rinuncia alle cure ancor prima di provare ad accedere ai servizi
I dati presenti nel rapporto evidenziano un forte divario tra accesso formale e accesso reale alle cure: sebbene circa il 70% delle persone assistite dichiari di avere un medico di base assegnato, solo il 48% riferisce di utilizzarlo regolarmente. Analogamente, a fronte del 77% dell’utenza in possesso di una tessera sanitaria, appena il 17% ne dispone in corso di validità. La mancanza di residenza anagrafica è uno degli ostacoli principali. Questa fragilità amministrativa, strettamente connessa alla condizione abitativa, produce discontinuità nei percorsi di cura e alimenta insicurezza e sfiducia. Le patologie più frequentemente osservate durante le visite mediche riguardano l’apparato cardiocircolatorio, seguite da disturbi cutanei, respiratori e metabolici. Si tratta prevalentemente di condizioni croniche, spesso già note ai pazienti, ma gestite in modo discontinuo o inadeguato, a conferma delle difficoltà di accesso e continuità delle cure.
Le barriere all’accesso alla salute sono molteplici e interconnesse: difficoltà fisiche e logistiche, ostacoli economici, complessità burocratiche e sfiducia nelle istituzioni. A queste si aggiunge una diffusa carenza di alfabetizzazione sanitaria, che rende difficile orientarsi tra i servizi e accedere in modo appropriato alle cure. In questi contesti si osserva anche un fenomeno particolarmente critico: una quota significativa della popolazione rinuncia alle cure ancora prima di tentare l’accesso ai servizi, alimentando una forma di esclusione “a monte” che rende il divario sanitario ancora più profondo e invisibile.
Barbieri, Medu: «La vulnerabilità sociale diventa esclusione sanitaria»
«Le periferie non sono luoghi separati, ma sono luoghi in cui le contraddizioni sono più visibili», ha detto Alberto Barbieri, coordinatore generale Medu. «Ci sono persone che avrebbero diritto a curarsi, ma nella pratica della vita quotidiana non riescono a farlo: sono teoricamente incluse nel Servizio sanitario nazionale ma non possono essere curate nel modo appropriato. Vivono in una situazione di vulnerabilità che rimane uguale nella forma e nei modi, non nella sostanza, con problematiche, criticità, fragilità. La prima criticità è la distanza dai servizi, la vulnerabilità sociale diventa esclusione sanitaria. Un intreccio di fattori ci ricorda che la salute dipende dalle condizioni concrete in cui una persona vive», ha proseguito Barbieri. «Non siamo andati in questi quartieri a prendere dati e ce ne siamo andati, abbiamo cercato di esserci con continuità, con operatori e volontari, e con la collaborazione attiva delle comunità. Questo lavoro cerca di restituire un’esperienza delle relazioni che ci sono state, cercando di condividere un po’ della vita reale di questi quartieri. Questo rapporto riguarda un po’ tutti, ci coinvolge tutti. In primis, ci parla della tenuta dell’universalismo del nostro Sistema sanitario nazionale, in cui da 15 anni si investe sempre meno».
Feo, Un camper per i diritti: «Per i cittadini comunitari una difficoltà enorme di accesso alle cure»
«Di questi due contesti romani, ci siamo innamorati», ha affermato Concetta Feo, coordinatrice del progetto Un camper per i Diritti a Roma di Medu. La clinica mobile ha effettuato, in totale, 199 uscite, di cui 127 all’Idroscalo e 72 a Bastogi, con 37 persone seguite nel primo e 61 nel secondo. «A Bastogi vivono 1500 abitanti, nasce negli anni ‘90. La popolazione è formata per metà da occupanti e sono evidenti la precarietà logistica e abitativa. L’Idroscalo di Ostia nasce negli anni ’60-70. La popolazione dell’Idroscalo è romana, ma una fetta importante di utenza è sia nordafricana sia comunitaria. Per i cittadini comunitari c’è una difficoltà enorme di accesso alle cure», ha proseguito Feo. «Sono necessari requisiti che riguardano un lavoro e un supporto economico per avere accesso alle cure, chi non li ha entra in un “circolo vizioso”: chi non può avere lavoro non può avere una residenza, quindi non può avere un medico di base, dunque non può avere accesso alle cure».
Funari: «Abbiamo bisogno di più servizi sanitari»
«Abbiamo bisogno di più servizi sanitari. A volte, oltre all’accesso, abbiamo un problema di dove mandare le persone a curarsi», ha detto Barbara Funari, assessora alle Politiche sociali e alla Salute di Roma Capitale. «Le nostre unità sociosanitarie sono vicine ai luoghi in cui è difficile ricucire l’anello tra il territorio e il sistema sanitario. L’asl Roma 1 ci ha messo a disposizione medici e infermieri con un calendario per avvicinare i cittadini e le cittadine al tema della salute. Questo devono fare le istituzioni».
Bonafoni: «Il servizio pubblico deve metterci le risorse, chiamare il Terzo settore a co-progettare»
«Con questo rapporto non siamo dentro una parentesi, siamo noi, sono i nostri concittadini. Partire da chi ha meno significa predisporci verso chi ha risposte universalistiche», ha affermato Marta Bonafoni, consigliera della Regione Lazio e componente della VII e IX Commissione-Sanità, politiche sociali, integrazione sociosanitaria e welfare del Consiglio regionale del Lazio. «La multifattorialità del bisogno di cura è un pezzo del lavoro delle amministrazioni. La salute si collega alla casa, alla povertà educativa e alla povertà energetica. Mancano assistenti sociali, educatori, infermieri. Dove si vive peggio, c’è un maggiore bisogno di salute mentale, che è un disagio ascrivibile a una necessità che le amministrazioni devono assolvere. Quei luoghi non devono essere dei muri», ha sottolineato Bonafoni. «Il servizio pubblico deve metterci le risorse, chiamare il Terzo settore a co-progettare. Bisogna coltivare le relazioni che sono fondamentali per l’accesso alla cura. Salute mentale e dipendenze, spesso in doppia diagnosi coincidono. Aggiungo carcere e consultori, come luoghi in cui bisogna investire. Questo rapporto ci permette di parlare di sicurezza nel modo in cui bisogna parlarne».
Rapporto Periferie: le richieste alle istituzioni
«Con Periferiacapitale, il programma per Roma di Fondazione Charlemagne, abbiamo tre obiettivi: dare luce ai territori che sosteniamo, rimettere al centro i diritti delle persone, cercare di evidenziare risorse, competenze e reti di solidarietà», ha sottolineato Simonetta Tomassi, programme officer Team Periferiacapitale Fondazione Charlemagne. «La raccolta di dati serve per sostanziare i bisogni principali di Roma: avvicinare i servizi sanitari alle persone per ridurre le disuguaglianze significa intercettare i bisogni prima che diventino emergenze».
«Vivo all’idroscalo da 23 anni ed è il posto più bello del mondo», ha detto don Fabio, della Fraternità dell’Incarnazione. «Mi dispiace un po’ che le relazioni siano sempre impostate sui bisogni. Noi siamo una popolazione che ha bisogno, povera, ai limiti della legalità. L’approccio sia politico sia di altro genere è sempre questo e toglie alle persone quell’energia, quella salute mentale e fisica che fa tirare fuori il meglio di sé. Vorrei che l’approccio a questa realtà fosse per interrogarsi su cosa c’è di bello nel nostro modo di vivere. La periferia ha delle caratteristiche che sono importanti nella relazione. Abbiamo uno stile di vita che porta in sé dei valori, un’umanità profonda, quelle caratteristiche che spesso non sono nel mondo: chiedo alle istituzioni di proteggere questo tesoro. L’ascolto di questi luoghi è importante perché può cambiare la percezione di questi posti, abbattendo degli stereotipi», ha proseguito don Fabio. «Non siamo un problema, siamo una risorsa. Medu l’ha capito nell’ascolto e ci aiuta ad avere fiducia. Non è facile andare al letto e pensare che il giorno dopo può arrivare una ruspa che ti butta giù la casa». Tra le raccomandazioni presentate nel rapporto, al Governo si chiede di: rafforzare il finanziamento del Servizio sanitario nazionale per garantire universalità e accesso reale alle cure, superare i vuoti normativi che ostacolano l’accesso effettivo al diritto alla salute, rafforzare il ruolo dei servizi territoriali come asse portante del Servizio sanitario nazionale, integrare salute mentale e determinanti sociali nelle politiche sanitarie nazionali, affrontare il degrado strutturale e abitativo come determinante di salute. Tra le raccomandazioni al Comune e ai municipi di Roma, garantire il diritto all’informazione sanitaria e sociale, migliorare i collegamenti e i trasporti pubblici, integrare le politiche sanitarie con quelle abitative.
Immagini Medu






