IN CARCERE LA PARITÀ DI GENERE È ANCORA PIÙ LONTANA

Sbarre di Zucchero, partita da Verona e diventata in breve una realtà a livello nazionale Un’associazione che si occupa di carcere al femminile formata da chi in carcere c’è stato davvero

di Maurizio Ermisino

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L’8 marzo è la festa della donna. E, come ogni anno, continueremo a constare che la parità di genere è ancora lontana dall’essere pienamente realizzata. Ma c’è un mondo dove la parità è ancora più lontana. È il mondo delle carceri, già in sé un mondo dimenticato da tutti, un mondo a sé stante, che nessuno vuole vedere. E, se il mondo fuori è maschilista, all’interno del mondo del carcere le differenze sono tra uomini e donne sono ancora più marcate. In carcere le donne sono dimenticate: sono dimenticati i loro bisogni, le loro esigenze, le loro peculiarità. A una donna, dietro le sbarre, viene annullata completamente l’identità. Per questo, e in seguito a un fatto tragico, è nata l’associazione Sbarre di Zucchero, partita da Verona e diventata in breve una realtà a livello nazionale. È un’associazione che si occupa di carcere al femminile formata da chi in carcere c’è stato davvero. Per cui quello che racconta è la verità, senza alcun abbellimento. Ne abbiamo parlato con la vicepresidente, Micaela Tosato.

Sbarre di zucchero: nel nome di Donatela

sbarre di zucchero
«Donatela si è suicidata la notte tra l’1 e il 2 agosto 2022. Ha lasciato un biglietto al suo ragazzo dicendogli che aveva paura di tutto e non ce la faceva più»

Sbarre di Zucchero è nata dal basso, da alcune donne che in carcere ci sono state. La molla è stato il tragico suicidio di Donatela, una ragazza giovanissima, un anno e mezzo fa. «Io ero la compagna di cella di Donatela, e le altre ragazze con cui ci siamo ritrovate fuori e fanno parte dell’associazione erano nella sezione con lei» ci racconta Micaela Tosato. «Era una ragazza molto fragile, con un duro vissuto, con problemi già da piccola. A vent’anni era già in carcere, e si è trovata incinta in carcere.  Il carcere, scoperto che era al settimo mese di gravidanza, le ha sospeso la pena e l’ha buttata su strada. Ha partorito praticamente in strada, drogandosi, e dormendo in una cartiera abbandonata a Verona. Il bambino è nato con problemi di astinenza. Dopo un mese si è ritrovata in carcere e il bambino è stato affidato ai servizi sociali». «Io sono stata con lei cinque o sei mesi» ricorda Micaela. «Lei era una persona che aveva semplicemente bisogno di sentirsi considerata, di essere apprezzata, di non essere solo la tossica che sbagliava sempre. Prima di suicidarsi aveva scritto una lettera a Maria De Filippi. Non aveva visto lo Stato, aveva visto Maria De Filippi. Aveva avuto la possibilità di entrare in comunità, aveva conosciuto un ragazzo, ma ha fatto degli sbagli ed è tornata dentro. Siccome sapeva che la cosa era ancora lunga, in un momento di crisi si è trovata sola. E si è suicidata la notte tra l’1 e il 2 agosto 2022. Ha lasciato un biglietto al suo ragazzo dicendogli che aveva paura di tutto e non ce la faceva più». La cosa ha sconvolto le sue compagne. «Era un’amica» ci confida Micaela. «Siamo rimaste malissimo. Da lì ci siamo sentite tra di noi, stranite da questa cosa. Aveva i suoi momenti di crisi, ma le passavano. Trovarsi da sola e decidere di fare una cosa così significa che questa cosa l’aveva vissuta proprio male».

Siamo partiti dal basso raccontando le nostre esperienze

Il carcere è già un luogo dimenticato da tutti. La sezione femminile del carcere lo è ancora di più. «Essendo poche le donne, sono limitate nelle attività» spiega Micaela Tosato. «Quelli del carcere femminile sono degli spazi rubati al maschile». «Allora abbiamo deciso di iniziare a parlare» ricorda la vicepresidente. «Il nostro è stato un moto di ribellione, è stato voler dire: ci siamo anche noi, ci dovete ascoltare. Abbiamo aperto un gruppo Facebook, cinque giorni dopo la morte di Donatela, il 7 agosto 2022, raccontando la nostra esperienza al femminile. Ci siamo ritrovate nel giro di pochi mesi ad avere con noi garanti, giornalisti, avvocati, detenuti e non detenuti, associazioni, volontari. C’era tanta gente che si univa a noi». «Non abbiamo fatto nulla: siamo partiti dal basso raccontando le nostre esperienze» riflette. “«Vuol dire che le persone in noi hanno visto qualcosa di diverso, di vero». «L’anno scorso ci siamo costituiti associazione e adesso siamo una realtà a livello nazionale, con referenti in quasi tutte le regioni d’Italia» ci spiega Micaela. «Noi siamo operai. Ci scrivono familiari che hanno problemi, bisogni, difficoltà. Aiutiamo queste persone con delle persone che entrano in carcere, con volontari, avvocati, parlando e dando voce ai loro problemi, perché si sentono non considerati. Abbiamo un centro di ascolto specifico per i familiari». La crescita di questa associazione in tutta Italia ha dei motivi. «Credo che siamo l’unica associazione che ha detenuti che raccontano la propria esperienza» spiega la vicepresidente di Sbarre di Zucchero. «Gli altri sono derivazioni di cose politiche, appassionati che seguono il tema, o volontari. Da noi c’è solo chi ci entra. L’appassionato che fa teoria non ci serve, non ci dice niente. Quello che noi diciamo, anche se è brutto, è vero. Nessuno ci ha mai contestato. Diciamo la verità: là c’è la muffa, c’è lo schifo. E nel carcere femminile ancora di più».

Le donne avrebbero necessità diverse dagli uomini

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«Per la gran parte, le carceri femminili sono spazi di risulta presi al maschile»

Le prigioni al femminile non sono evidentemente luoghi a misura di donna. «Per la gran parte, le carceri femminili sono strutture non create appositamente per le donne, che avrebbero bisogni e necessità diverse da quelli degli uomini» spiega Micaela Tosato. «Sono spazi di risulta presi al maschile. Ci sono quaranta sezioni femminili e solo quattro istituti prettamente femminili in Italia. E queste quaranta sezioni sono ricavate da spazi maschili». «Mancano tantissime cose» continua. «Per esempio, una donna ha bisogno di far il bidet, ma non c’è, c’è un lavapiedi. Le donne sono poco più di 2mila a fronte di 70mila detenuti uomini. E quindi non ci sono attività, non ci sono corsi. L’uomo fa delle attività professionali: a Verona c’è l’alberghiero, il corso da odontotecnico. Le donne sono poche e non ce la fanno a mettere in piedi nessun corso di formazione. E lo stesso è per le attività creative. Per fare un esempio, a Verona ci sono un’area cani e un’area cavalli. Ci vanno solo gli uomini».

A una donna in carcere viene tolta l’identità

Ma la cosa più grave è che, nel carcere femminile, ti tolgono l’identità. «Te la tolgono perché secondo loro puoi fare a meno del parrucchiere, del trucco e così via» spiega Micaela. «Ma una donna rimane una donna anche lì dentro. Sei una donna, hai bisogno di quelle piccole cose che ti fanno sentire donna. E ti viene tolta l’identità. I maschi hanno il rasoio per farsi la barba, le donne non possono avere il rasoio. La protesta della donna viene considerata un capriccio, la protesta dell’uomo fa più paura, perché è un maschio. Alle donne viene insegnato l’uncinetto, e a farsi le unghie, all’uomo fanno una formazione molto più seria. È una mancanza di rispetto verso donna, vuol dire considerarla inutile. Io ho bisogno di uscire preparata e formata per una nuova vita tanto quanto l’uomo.  È per una questione di numeri, per un’attività di 20 persone il femminile non ci arriverà mai».

8 marzo: una raccolta di prodotti di make-up e igiene personale

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«A Verona ci sono stati 5 suicidi in meno di 3 mesi. Nel 2024 in Italia sono più di 21 e siamo all’inizio di marzo. Lì dentro si muore di disperazione perché non c’è niente»

Proprio per questo discorso dell’identità, e dei bisogni di quelle piccole grandi cose che fanno sentire tale una donna, in occasione dell’8 marzo è stata fatta una raccolta di prodotti di make-up e di prodotti per l’igiene personale che è stata consegnata al carcere di Montorio, Verona, grazie alla generosità di molte persone e del Rossetto Group. L’iniziativa riguarda anche il carcere di Santa Maria Capua Vetere, che è stata possibile grazie a un’importante donazione del negozio LUSH di Napoli e in alcune carceri della Calabria. «Il carcere è ancora un argomento imbarazzante per tanti. Ma noi abbiamo iniziato a fare molti presidi e continueremo a farne» ci spiega la vicepresidente di Sbarre di Zucchero. «A Verona ci sono stati 5 suicidi in meno di 3 mesi. Nel 2024 in Italia sono più di 21 e siamo all’inizio di marzo. Lì dentro si muore di disperazione perché non c’è niente. Uno non ha idea di quanto sia violento il carcere, e di quanto puzzi il carcere. È facile parlarne ma bisogna starci. E la gente muore perché è disperata. Per questo abbiamo iniziato a fare dei presidi. E poi abbiamo delle rubriche on line, gestite da avvocati, dove cerchiamo di fare informazione seria, tramite persone che hanno vissuto anche il 41 bis».

Il carcere non serve a niente, se non a incattivire

«Adesso andremo a spiegare il discorso degli incontri affettivi senza controllo in carcere, perché sul tema c’è un sacco di disinformazione. Tutti parlano di sesso, ma non sono stati creati solo per il sesso: uno può anche mangiarsi un piatto di pasta con la compagna, o fare i compiti con il figlio. Abbiamo magistrati, procuratori che sono con noi e cerchiamo di fare informazione corretta con persone che hanno vissuto queste cose. Il prossimo punto giustizia, ad esempio, lo faremo con la polizia penitenziaria, perché la situazione della polizia è speculare al detenuto». Parlare di carcere, creare occasioni di confronto, è sempre più importante. «Una persona che è dentro, non vede aiuto, non vede supporto, non vede ricostruzione» spiega Micaela. «E cerca aiuto fuori. Perché il carcere, così come è ora, non ti dà nulla. Non serve a niente, se non a incattivire».

IN CARCERE LA PARITÀ DI GENERE È ANCORA PIÙ LONTANA

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