SE TRASCURATE LA CRISI DEL TERZO SETTORE, VI FATE DEL MALE

Accademia Popolare dell'Antimafia e dei Diritti lancia un'accusa ai decisori politici: senza volontariato e Terzo settore non ce la faremo

di Giorgio Marota

«In questi anni il nostro lavoro è stato guidato dalla convinzione che le politiche di un Paese si dovessero occupare dei bisogni materiali, ma che dovessero considerare centrali anche la cura per un benessere psicofisico più completo e quindi l’investimento in educazione, arte, cultura, ambiente, sociale, socialità, nella bellezza che rende piena e dignitosa la vita delle persone di ogni età. Lo abbiamo sempre pensato, ma oggi voi – decisori politici e rappresentanti istituzionali – ci avete fatto capire che sbagliavamo: erano due aspetti distinti». Inizia così un lungo post su Facebook pubblicato da ÀP – Accademia Popolare dell’Antimafia e dei Diritti, un hub socio-culturale promosso dall’Associazione antimafie daSud, nato nel 2016 all’interno di una scuola del quadrante sud-est di Roma per il contrasto alla dispersione scolastica, alla povertà educativa, alle diseguaglianze sociali e per il rilancio della periferia.

Sembriamo essere il superfluo

Uno sfogo e, al tempo stesso, un’accusa alla visione che sta orientando le decisioni politiche attuali. Il complesso mondo del sociale non sembra essere una priorità, in questa fase di emergenza sanitaria. ÀP, progetto realizzato con la collaborazione di numerose realtà della città di Roma (Cooperativa Diversamente, Via Libera, Compagnia Ragli, Magville, Laboratori di Teatro VaBè, il Baule Magico e Arte del Contatto), l’ha voluto ribadire con fermezza per denunciare la crisi del Terzo settore. Biblioteca, cinema, teatro, presentazioni, reading, concerti, festival, degustazioni, radio, laboratori per ragazzi, laboratori per adulti, sala lettura: Accademia Popolare e tutte le sue attività temono di fermarsi.

crisi del terzo settore
Il laboratorio sui linguaggi digitali

I volontari e gli operatori delle associazioni coinvolte hanno utilizzato un simbolo per descrivere la loro preoccupazione: «Da una parte il pane, bene di valore primario e obiettivo di ogni amministrazione, dall’altra le rose, bene secondario di cui non vi siete occupati, delegandoci completamente la necessità di procurarcele, tanto da diventare noi stessi roseto. In realtà, a conti fatti, avete incredibilmente fatto un passo in più: il pane ce lo avete raccontato, ma non siete stati in grado di garantirlo a chi non ne aveva. Delle rose – di noi – avete soltanto parlato inquadrandoci in un’accezione in cui sembriamo essere il superfluo, la prima cosa a cui si può rinunciare».

Il ruolo nel lockdown

Eppure, operatori e volontari del sociale hanno avuto un ruolo determinante durante la prima ondata, fornendo quell’assistenza che le fasce più deboli della popolazione altrimenti non avrebbero avuto. Ma c’è di più: centri, circoli culturali, cinema e teatri garantiscono di aver rispettato tutti i protocolli (non esistono dati che certifichino la “pericolosità” di tali luoghi) e, preoccupati dal lockdown di settore, hanno alzato la voce attraverso lettere, petizioni e iniziative di piazza.

«La produzione materiale, purtroppo, è il metro per valutare il benessere di questo Paese. Ma se non ci fosse stato un arcipelago di realtà che si sono fatte carico della prima emergenza alimentare, non ci sarebbe stata assistenza per migliaia di famiglie» racconta Loris Antonelli, presidente di Via Libera, una delle associazioni all’interno di ÀP che si è occupata della raccolta alimentare nel VII Municipio da marzo a giugno, aiutando 1000 famiglie e distribuendo oltre 4 mila pacchi. Il sostegno, poi, è andato avanti anche nella “fase 2” tra colloqui, azioni di sostegno didattico per gli studenti e attività laboratoriali. Dal 24 ottobre i luoghi fisici dove generalmente si fa rete sono chiusi. «Presentazioni di libri, corsi di disegno, rassegne cinematografiche e teatrali, laboratori pomeridiani e serali per adulti: abbiamo fermato quasi tutto». Per quanto riguarda le famiglie assistite, ÀP fa sapere che «in questi mesi abbiamo fatto loro delle promesse e le manterremo: non le lasceremo sole. Ma non ne accoglieremo di nuove. Non ci sottrarremo all’impegno civile richiesto in una comunità in crisi neppure questa volta, ma in questo impegno saremo quello che il nostro sistema considera superfluo». «Non abbiamo più energie» spiega Antonelli.

I progetti dell’Accademia

In questo contesto così incerto, l’Accademia sta cercando di portare avanti i progetti già avviati.

Il progetto #MakeSomeNoise

“Prima le prime” è il percorso di formazione sul campo per le prime medie dell’Istituto Montalcini che porta la didattica all’aperto tra storia, educazione civica, apprendimento esperienziale, cultura popolare, educazione socio-affettiva ed educazione motoria, “Emeo” è il progetto di educazione ambientale (l’acronimo sta per “Entra monnezza e esce oro”) sempre rivolto agli studenti delle medie, per spiegare l’approccio della mafia al business dei rifiuti, i “Corsi online di linguaggi digitali” sono rivolti a educatori, docenti e operatori del Terzo settore e si propongono di guidare i partecipanti in un approfondimento di tecniche, strumenti e piattaforme per la didattica a distanza, “Letture ad alta voce online” è un ciclo di incontri per bimbe e bimbi sotto i 6 anni, “MakeSomeNoise” è un laboratorio di didattica alternativa per ragazzi che coniuga musica, rap, audiovisivo e letteratura e che ha da poco generato un EP di musica elettronica che reinterpreta i classici della letteratura fruibile (gratuitamente sul web a questo link).

La campagna “Noi siamo le rose”

Grazie alla campagna di comunicazione “Noi siamo le rose” si rafforza dunque un messaggio: cultura ed educazione sono l’unica possibilità che abbiamo per non far implodere le città sui loro stessi problemi. «Senza di queste, viene meno la rete costruita nel tempo dalle associazioni, le persone si incattiviscono, nascono le guerre tra poveri e si sviluppano nuove emergenze nei quartieri popolari. Siamo stati considerati un settore non essenziale e molte attività, proprio come quelle commerciali, potrebbero non riaprire più senza sostegni e ristori». Il tessuto sociale, alimentato con fatica nel tempo, esiste perché tante realtà hanno deciso di creare bellezza lì dove non ce n’era. «Chi garantisce cura, assistenza e promozione di attività culturali che rinsaldano il senso di appartenenza della comunità, se non il terzo settore?». Oggi tutto questo ricco bacino di esperienze è drammaticamente a rischio.

 

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