STORIA DI RINA: GLI OTTANT’ANNI E IL DESERTO

Gli anni passano, gli amici se ne vanno, i parenti anche. Se poi arrivano le difficoltà economiche...

di Paola Springhetti

Il deserto l’ha circondata a 81 anni, quando ormai pensava che la sua vita non sarebbe più cambiata, per gli anni che le rimanevano. Fino ad allora le era bastato poco, per tenere lontano il deserto, anche perché non aveva mai avuto grandi pretese nella vita.

Nata in una solida famiglia all’antica, ultima di cinque figli, Rina non si è mai sposata, ma non è mai stata sola. Fin che ci sono stati, è vissuta con i genitori, poi con la sorella, anche lei rimasta nubile. Una vita da sartina – ma quanta soddisfazione quando vedeva le sue clienti indossare con piacere i capi che confezionava! – scandita dal lavoro, dalla cura della casa – ma cucinare no, che a quello ci pensava la sorella – dai nipoti allegri e chiassosi, dalle amicizie, dalle Messe.

A 80 anni chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato, e Rina ha sempre pensato che la vita era stata generosa con lei: l’aveva circondata di affetti solidi, l’aveva preservata da problemi economici, l’aveva dotata di una buona salute e della serenità di chi sa di non avere mai fatto male a nessuno, anzi, qualche volta le era scappato pure di fare un po’ di bene. Nonostante non fosse sposata non si è mai sentita sola: nei momenti del bisogno c’era qualcuno con cui condividere il dolore e le preoccupazioni.

La solitudine degli anziani e la memoria

Ma invecchiare è brutto. Te ne accorgi quando arriva quel momento nella vita in cui muore qualche persona cara o soffri per i primi acciacchi seri. A lei era successo esattamente così: la morte di un fratello, non molto tempo dopo quella dei genitori, e un po’ di malattie – niente di grave, tutte cose curabili o con cui si impara a convivere, ma insomma…  Si è riassestata, ha ripreso i suoi ritmi, ma un velo di malinconia non si è più sollevato del tutto.

Sono passati altri anni e poi tutto si è sgretolato. Morti i fratelli, morta anche la sorella, lasciando vuota la casa. Lontani i nipoti, chi in altre città chi all’estero, distratti dalla rincorsa di carriere difficili, matrimoni falliti, figli problematici.  E i telegiornali che non parlano altro che di omicidi e di furti e anche leggere ormai è diventato faticoso e la memoria se ne va.

Fino a poco tempo fa l’ha salvata un nipote, l’unico che le è rimasto vicino e che anzi vive con lei. Un nipote grande e grosso, ipertimido e molto paziente, cinquantenne. Rina la sera lo aspettava, contenta di avere qualcuno con cui parlare, a cui preparare un piatto di pasta (eh sì, ha dovuto imparare), per il quale uscire ogni giorno di casa a comperare il pane e un vasetto di sugo. Lui l’ascoltava, paziente se lei ripeteva per la settima volta la stesa cosa, contento di avere qualcuno da aiutare nel dosare le medicine, da accompagnare ogni tanto al paese natale, da tranquillizzare aggiustando la presa che non funziona.

Non si va più al paese

Ma da due anni il nipote non lavora più: il ferramenta ha chiuso causa straconcorrenza dei centri commerciali. Un altro lavoro non lo trova ed è diventato così nervoso!. La pensione di Rina è molto, molto bassa e i risparmi si sono volatilizzati. Fortuna che la casa è di proprietà, ma il riscaldamento costa tanto e poi ci sono le altre spese… neanche al paese non si va più, anche se è un buon modo per lenire la solitudine degli anziani.

solitudine degli anzianiCosì Rina non sta bene. Non esce quasi più di casa, giusto la Messa la domenica, se non piove, anche perché è l’unico momento della settimana in cui vede qualche antico conoscente con cui chiacchierare. Le altre amiche sono a loro volta invecchiate e il campanello non suona più. Pensa di avere problemi al cuore, pensa che la morte ha portato via tutti i suoi cari e ora tocca a lei, pensa che sarebbe meglio perdere la memoria del passato e mantenere quella a breve, e invece le succede il contrario, pensa a questo nipote che ora sta tanto in casa anche lui e con il quale si scambia zaffate di depressione.  Pensa che non c’è nulla per cui valga più la pena vivere.

Questa è la sua tentazione: lasciarsi andare prima di dover affrontare il fatto che la vita che ha sempre vissuto non le è più concessa e che quella che le si prospetta non le piace. Perché a ottant’anni affrontare un cambiamento in peggio è già difficile, ma sperare in un cambiamento in meglio è una fatica insostenibile: il tempo corre più veloce della speranza e pensi che, se le cose cambieranno, sarà comunque troppo tardi. Preghi, ma ti rendi conto che non basta che Dio ti ascolti, hai bisogno anche che faccia in fretta, perché potrebbe essere già domani, che la depressione ti travolge. Così, quando ti trovi in mezzo al deserto e non ci sei abituato, anche pregare è difficile.

(questo articolo è tratto dal blog Vinonuovo.it)

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