SOLITUDINE E ISOLAMENTO, ALLA CASA DELLA COMUNITÀ EROI A ROMA L’ANTIDOTO È L’AUTO MUTUO AIUTO

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la solitudine causa 871mila decessi ogni anno ed è una delle principali sfide per la salute pubblica. Alla Casa della Comunità Eroi di Roma dieci incontri di auto-mutuo-aiuto aiutano persone con storie diverse a condividere esperienze, rafforzare le relazioni e uscire dall’isolamento

di Antonella Patete

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Jacopo trascorre tutto il giorno all’università in mezzo ad altri studenti, ma si sente solo comunque. Elena non ha mai voglia di stare in compagnia, neanche il sabato sera quando tutti vogliono uscire, e continua a rifiutare gli inviti delle amiche che vorrebbero portarla in pizzeria. Sergio ha degli amici, ma ne vorrebbe di più o almeno vorrebbe starci insieme come un tempo, visto che da qualche anno sente come un blocco che gli impedisce di fare le cose da solo, perfino la spesa. Gabriella ama confrontarsi con gli altri, ma sempre più spesso si sente sola perché la stragrande maggioranza delle persone che incontra vuole parlare soltanto di «stupidaggini». Ermanno è uscito da una lunga depressione che lo ha tenuto lontano da tutti e finalmente è riuscito a vedere la luce in fondo al tunnel. Nicoletta si è separata da tanti anni e, quando è andata in pensione alla fine di una carriera intensa, si è trovata dinanzi a un tempo vuoto che non sa bene come gestire. Ci sono innumerevoli modi di soffrire di solitudine e altrettanti di isolarsi dagli altri perché, parafrasando ancora una volta l’incipit di Anna Karenina, se tutte le persone felici si somigliano, ciascuno è solo a modo suo.

Solitudine e isolamento, un problema globale che si ripercuote sui territori

A partire dalla fine di maggio un piccolo gruppo di persone si riunisce ogni due settimane nella Casa della Comunità Eroi di Via Fra’ Albenzio 10, a pochi passi dal quartiere romano di Prati, per partecipare a un ciclo di dieci incontri dal titolo Come superare solitudine e isolamento nella società attuale. Si tratta di un gruppo di auto mutuo aiuto voluto dalla stessa Casa della Comunità e organizzato da Avo Roma Associazione Volontari Ospedalieri per rispondere a uno dei problemi più urgenti della contemporaneità. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato l’allarme, definendo la solitudine e l’isolamento sociale come una sfida per la salute pubblica. Tra il 2014 e il 2023, ricorda il Rapporto Dalla solitudine alla connessione sociale rilasciato dall’Oms lo scorso anno, la solitudine ha colpito quasi una persona su sei a livello globale, provocando circa 871mila decessi l’anno. E se il senso di solitudine colpisce soprattutto gli adolescenti e i giovani adulti, le stime suggeriscono che l’isolamento riguarda in modo particolarmente accentuato gli anziani con punte tra il 25% e il 34%. Inoltre le evidenze scientifiche, ammonisce il Rapporto, stabiliscono una correlazione tra disconnessione sociale e mortalità, attestando al tempo stesso un aumento del rischio di insorgenza di malattie coronariche e di ictus.

Parrella (Avo): «Nelle carceri, nelle cliniche psichiatriche, negli ospedali incontriamo ogni giorno persone sole»

«La richiesta di attivare un gruppo di auto-mutuo-aiuto sulla solitudine ci è arrivata dai responsabili della Casa della Comunità, che hanno notato come molte persone lamentassero proprio una mancanza di legami», spiega Pierpaola Parrella, vicepresidente di Avo Roma, una delle organizzazioni presenti all’interno del SAV, lo Sportello del volontariato aperto al pubblico fin dal 2017, quando la struttura era ancora una Casa della Salute. «Tutti i giorni, nella nostra attività quotidiana all’interno degli ospedali, delle cliniche psichiatriche, del carcere ci rendiamo conto di quanto le persone si sentano sole e lontane dagli altri. Il gruppo ha avuto una grande adesione, le persone hanno un reale bisogno di essere ascoltate: occorre offrire, però, un ascolto vivo, consapevole, non un ascolto frettoloso».

Lo psicoterapeuta Bazzoni: «I gruppi di auto-mutuo-aiuto nascono per rendere le persone protagoniste»

Nel momento in cui ha accettato la richiesta della Casa della Comunità, Parella ha voluto accertarsi che a guidare il gruppo fosse una persona di lunga esperienza. Tanti anni di impegno le hanno insegnato che un gruppo di auto-mutuo-aiuto può essere uno strumento potente, ma va gestito con cognizione di causa, evitando ogni improvvisazione. «La conduzione dei gruppi di auto-mutuo-aiuto è una pratica che ho imparato agli inizi degli anni Novanta in Trentino, seguendo uno dei corsi tenuti dal sociologo Fabio Folgheraiter, il primo a portare questa metodologia in Italia», spiega Alessandro Bazzoni, psicologo e psicoterapeuta, che conduce il gruppo insieme a Marco Pietrini. Nati nel 1935 negli Stati Uniti con il movimento degli Alcolisti Anonimi, da noi i primi gruppi arrivano a Trento nel 1995 per poi diffondersi in altre città e regioni italiane. «Siccome l’idea mi piacque molto, ho pensato di poterla esportare a Roma come modalità di gestione delle diverse patologie. Perché la filosofia dei gruppi di auto-mutuo-aiuto è proprio quella di rendere le persone protagoniste dei loro disturbi, dei loro problemi e delle loro difficoltà. Insieme, infatti, è più facile individuare le migliori modalità di gestire il problema che le accomuna, sia che si tratti di questioni fisiche come infarto, Aids, malattie autoimmuni o cardiovascolari sia che si tratti di dipendenze come l’alcolismo».

Solitudine e isolamento come sintomo della sofferenza 

A ogni incontro i partecipanti raccontano un pezzo della loro vicenda privata prima di lasciare la parola a un’altra persona. Sono storie che partono da punti completamente diversi per approdare a un unico scoglio chiamato solitudine. Qualche volta, nei primi incontri, dietro la solitudine si intravede la tentazione dell’isolamento: la scelta di tagliare i ponti o, forse, l’incapacità di attraversarli. «La solitudine e l’isolamento possono essere il sintomo di una situazione di sofferenza personale, che va compresa nel suo giusto significato», prosegue Bazzoni. «Il trait d’union tra i partecipanti rimane il concetto di relazione. Non necessariamente la solitudine rappresenta qualcosa di negativo, ma se genera sofferenza la persona ha bisogno di rivedere il rapporto con sé stessa. In altre parole, questo processo richiede di lavorare su come ci si sente con sé stessi, come ci si relaziona, come si dialoga con gli altri. Insomma, tutto ci rimanda a una questione di comunicazione».

Comunicare meglio per sentirsi meno soli

E una migliore comunicazione con sé stessi e con gli altri, così come la volontà di aprirsi alle relazioni, è al centro degli obiettivi della quasi totalità dei partecipanti. Nicoletta combatte contro il suo carattere chiuso e già il fatto di aver aderito a un gruppo di auto-mutuo-aiuto è segno che almeno una prima battaglia l’ha vinta. Fabiola dice di parlare troppo in un desiderio incontrollato di voler sempre aiutare gli altri: comprende che comunicare va bene, ma a volte è come se si sentisse sopraffatta. Ermanno tende a monopolizzare l’attenzione durante il gruppo e per lui la sfida è imparare ad ascoltare. Irma non è più una ragazza, ma sente ancora il bisogno di crescere come persona. Loredana avverte di essere brusca, qualche volta, e vorrebbe trovare le parole per esprimersi senza entrare in conflitto con gli altri. Grazie al supporto del gruppo e del suo conduttore, forse tra qualche mese i partecipanti riusciranno ad acquisire qualche strumento in più per vincere la solitudine e stabilire una connessione sociale, come suggerisce il rapporto dell’Oms. Ultimo avvertimento: in questo articolo i nomi sono di fantasia, ma le storie sono tutte vere.

SOLITUDINE E ISOLAMENTO, ALLA CASA DELLA COMUNITÀ EROI A ROMA L’ANTIDOTO È L’AUTO MUTUO AIUTO

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