SPRECO ALIMENTARE. OGNI ANNO BUTTIAMO VIA 450 EURO DI CIBO A FAMIGLIA

Andrea Segré, Last Minute Market: «Si sciupa più in casa che nella grande distribuzione. Il volontariato può essere un grande veicolo contro lo spreco alimentare»

di Paola Atzei

Una chiacchierata sullo spreco alimentare ed il consumo sostenibile con Andrea Segrè, presidente Last Minute Market tratta da VDossier (n. 1/settembre 2019).

Non ci rendiamo conto del baratro in cui rischiamo di sprofondare se continueremo a sfruttare le risorse della Terra una volta e mezzo rispetto a quanto è in grado di darci. L’ecologia non passa solo dalle decisioni dei governi internazionali: è legata anche ai nostri comportamenti quotidiani. Non sprecare l’acqua e il cibo, cercando di ridistribuirli in modo più equo sul Pianeta, è senz’altro un comportamento etico verso cui tendere». Questo il messaggio di Neri Marcorè, testimonial 2019 della Campagna europea di sensibilizzazione Spreco zero, promossa da Last Minute Market con il Ministero dell’Ambiente.
La cura e la tutela dell’ambiente passa anche attraverso la riduzione dello spreco alimentare e azioni di consumo sostenibile e responsabile.Ne parliamo con Andrea Segrè, docente di politica agraria internazionale integrata all’Università di Bologna, fondatore e presidente di Last Minute Market, spin off universitario nato vent’anni fa e impresa sociale oggi, che con un network di oltre 400 enti non profit, enti pubblici e Gruppi della Grande Distribuzione Organizzata (Gdo) ha sviluppato un sistema efficiente di studio, prevenzione, monitoraggio, gestione e recupero delle eccedenze alimentari e non, collegando la solidarietà alla sostenibilità sociale, ambientale ed economica.

 

spreco alimentare
Neri Marcorè, testimonial 2019 della Campagna Spreco zero con Andrea Segré, presidente Last Minute Market durante l’edizione 2019 del Premio Vivere a Spreco Zero del novembre scorso a Roma.

Dall’eccedenza alimentare al cibo sprecato e gettato via. Perché una campagna di sensibilizzazione?
«La svolta è stata quando, dopo anni su come recuperare il cibo invenduto, ci siamo chiesti “Dove si spreca? Perché si spreca?” e lì abbiamo scoperto due cose. La prima, che l’anello più debole della filiera agroalimentare, cioè dove si spreca di più, non è la grande distribuzione, ma casa nostra. Lo spreco domestico non è recuperabile a fini solidali. La seconda, è che si butta il cibo perché non gli si dà più valore, vi è scarsa consapevolezza del valore del cibo. Quindi nel 2010 ho pensato di lanciare questa campagna di sensibilizzazione a livello europeo, rivolta soprattutto ai cittadini, alle nostre economie domestiche. Bisogna intervenire lì dove il danno è maggiore. Sotto nostro impulso, nel 2012 il Parlamento europeo ha votato una risoluzione per dimezzare gli sprechi alimentari entro il 2025, primo documento internazionale in cui si è posto questo obiettivo. Da allora siamo andati avanti con costanza e determinazione perché la percezione degli italiani è ancora poco consapevole della necessità di una svolta nella gestione del cibo: ogni anno buttiamo oltre 15 miliardi di euro in alimenti, di cui quasi 12 miliardi viene buttato nelle nostre case!».

 

spreco alimentare Da tempo state agendo su più fronti, livello politico e culturale, azioni progettuali e di rete, nazionali e territoriali. Quali sono le azioni più efficaci, più “rigenerative” verso nuovi modelli di cambiamento?
«La parte normativa e i progetti di recupero sono importanti, ma al primo posto metterei l’educazione alimentare, l’investimento sul futuro sul cibo e sulla salute in generale. Recuperare è straordinario, si creano legami fra chi dona e chi riceve, ma la prevenzione, con l’educazione alimentare e quella ambientale, è ciò che serve per evitare gli sprechi, attraverso la scuola, coinvolgendo ragazzi, famiglie e insegnanti, che sono molto più pronti di quello che può sembrare. Ho visto tanti bei progetti lasciati però alla buona volontà, servirebbero interventi più sistematici. Da tempo, per esempio, proponiamo di introdurre l’educazione alimentare e ambientale nell’educazione alla cittadinanza come capitolo dedicato al non spreco, al consumo responsabile e sostenibile».

 

Come aiutare gli agenti culturali e della scuola a proporre percorsi che vadano a modificare i comportamenti verso azioni antispreco?
«Ho provato ad elaborare un metodo chiamato “Metodo Spreco Zero” e uno strumento “Diario dello spreco alimentare”, a beneficio delle famiglie, per imparare a risparmiare, mangiare meglio e rispettare l’ambiente. Perché a nessuno piace sprecare ma non ti rendi conto che da questa trascuratezza si genera uno sperpero economico ed ecologico. Da una ricerca del nostro osservatorio sugli sprechi Waste Watcher, fatta per conto del Ministero dell’Ambiente, volta a misurare ciò che viene sprecato dalle famiglie, viene fuori un dato inquietante: ogni anno il valore del cibo buttato ammonta a 450 euro per famiglia, oltre al costo e consumo per produrre quel cibo – il suolo, l’acqua, l’energia – per smaltirlo e all’inquinamento prodotto».

 

spreco alimentareE il volontariato? Quale ruolo vede, anche in prospettiva, quali spazi da andare a riempire?
«Il volontariato e il Terzo settore sono stati e sono fondamentali nel promuovere azioni e progetti concreti come abbiamo visto in tanti anni di collaborazione con Last Minute Market. Quello che è ancora più importante è il messaggio culturale. Il volontariato è e sarebbe un motore straordinario per veicolare i valori e le azioni del non sprecare e del dare valore al cibo, alle risorse del nostro pianeta, attraverso le qualità che gli sono proprie e con azioni di divulgazione, comunicazione e di sensibilizzazione. Da tutte le ricerche emerge che gran parte della società non lo percepisce come un problema, perché i problemi sono altri. Invece il problema è proprio la noncuranza che ci circonda, la non cura del cibo diventa non cura di se stessi, degli altri e del pianeta. Il volontariato potrebbe contribuire a sviluppare modelli culturali che partendo dalla cura del cibo, promuovano cambiamenti anche nello stare in relazione con gli altri e con l’ambiente in cui viviamo. È proprio dal basso, dalla comunità, che deve partire una “rivoluzione” culturale che dica “sprecare è una cosa da stupidi”. Le leggi, le linee guida possono aiutare ma non può essere imposta dall’alto e forse è inutile dare un contenuto morale perché molte persone non sono sensibili a questo tipo di messaggio. Lo spazio da occupare è proprio lo spazio culturale, che è purtroppo molto vuoto».

 

Come generare nuove pratiche e progetti di cura dell’ambiente che si basino e sviluppino nuovi modelli di economia?
«Last Minute Market è stato un anticipatore, un motore di innovazione sociale, ambientale ed economico. Ci interessa che l’economia vada avanti, ma non verso un mercato che produce e consuma distruggendo. Che rottama e getta via prodotti ancora buoni. Dobbiamo operare e promuovere un’economia circolare, un’azione di sviluppo locale sostenibile, con ricadute positive a livello ambientale, economico e sociale. Questo significa che, per esempio, bisogna produrre il cibo facendo in modo che le risorse naturali che utilizziamo si rinnovino. Che ci sia equilibrio nel percorso dall’alimento alla trasformazione, all’imballaggio, al trasporto fino alla vendita e alla fruizione. Questo è il metodo “spreco zero”, che vale per tutti i beni, non solo per il cibo. Credo che con l’Agenda 2030 e i suoi 17 obiettivi chiari e valutabili, abbiamo un quadro di riferimento molto preciso di che cosa noi tutti dovremmo fare, e che regioni e città stanno provando a declinare. Solo guardando l’impatto del clima sulle produzioni, sui consumi, sulle migrazioni, capiamo che c’è molto da fare anche nel modo di produrre, consumare e sprecare cibo e ciò interessa in modo trasversale molti obiettivi dell’Agenda 2030. E dovremmo cambiare le parole, perché ‘consumare’ dal punto di vista dell’etimologia vuol dire distruggere, io non sono un consumatore, un distruttore, sono un fruitore. Fruire di un bene vuol dire goderne, vuol dire averne diritto: distruggere il cibo è ben diverso dal fruire del cibo».

 

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