SUPERARE I CAMPI ROM? SI PUÒ E SI DEVE FARE

Chiudere i campi non risolve i problemi, superarli sì. Alcune città l'hanno fatto. La proposta dell'Associazione 21 Luglio e di Migrantes

di Maria Elena Iacovone

Superare i campi rom si può e si deve fare. È questo il refrain che ha fatto da sfondo al convegno nazionale “Oltre il campo. Superare i campi rom in Italia: dalle sperimentazioni di ieri alle certezze di oggi”, svoltosi il 13 settembre presso la Nuova Aula del Palazzo dei Gruppi Parlamentari della Camera e promosso dall’Associazione 21 Luglio e dalla Fondazione Migrantes in collaborazione con la diocesi di Roma.

 

Partecipanti al convegno “Oltre il campo. Superare i campi rom in Italia: dalle sperimentazioni di ieri alle certezze di oggi”

L’incontro – a cui hanno preso parte, tra gli altri, Triantafillos Loukarelis, direttore dell’Unar presso la presidenza del Consiglio dei ministri e il vescovo Benoni Ambarus – ha visto gli amministratori pubblici confrontarsi sulle azioni messe in atto negli anni per favorire il superamento dei campi e ha dato voce, senza approcci pietistici, a quanti questi luoghi di segregazione li hanno vissuti o li vivono ancora. Come le 24 donne rom provenienti dai campi di Gordiani, Castel Romano, Salviati e La Barbuta, presenti al convegno per ribadire l’urgenza della questione. O come Marijo, che oggi vive in una casa a Torre Gaia insieme alla sua famiglia e sogna di aprire un salone di parrucchiere per offrire lavoro ad altri ragazzi rom. O Hanifa, volontaria, che ha visto i suoi figli integrarsi molto più con il territorio dopo il trasferimento in una casa popolare.

Eppure, i dati dell’ultimo rapporto pubblicato dall’Associazione 21 luglio ci raccontano una storia tutt’altro che a lieto fine per circa 13.000 persone, che nel nostro Paese ancora risiedono in campi formali, e a cui si aggiungono altre 7.000 presenti invece all’interno di insediamenti informali. Numeri per cui Roma segna purtroppo un triste primato.

Non chiudere, ma superare i campi Rom

Tuttavia, negli ultimi anni è maturata una consapevolezza tale da far prospettare, nei prossimi 18 mesi, un superamento dei campi rom in 14 città italiane. In vista di quella scadenza, un’equipe di ricercatori dell’Associazione 21 luglio coordinata da Antonio Ciniero dell’Università del Salento ha realizzato uno studio, dal titolo “Oltre il campo”, attraverso cui sono stati analizzati gli interventi con cui dieci amministrazioni comunali – Torino, Sesto Fiorentino, Roma, Pisa, Palermo, Moncalieri, Messina, Firenze, Ferrara, Alghero – hanno portato a termine il processo di chiusura o superamento di uno o più campi presenti sul rispettivo territorio.

«Sono state distinte le azioni di chiusura, ovvero quelle in cui gli interventi si sono limitati a chiudere un insediamento allontanando i residenti senza alcuna forma di accompagnamento, da quelle di superamento, che hanno invece previsto un processo volto ad assicurare inclusione abitativa e sociale», ha spiegato Ciniero. «Tra gli elementi emersi dall’indagine, ci sono la storicità degli insediamenti, buona parte dei quali ha un’esistenza di oltre 30 anni, e il tema dei costi. Infatti, il costo di avvio per il superamento di un insediamento monoetnico, nel medio e lungo periodo, non supera quello di gestione».

Il nodo è l’inclusione

Partendo dai punti di forza e debolezza degli interventi attuati nei diversi contesti, l’equipe ha elaborato delle linee guida per superare i campi rom. A illustrarle nel corso del convegno, Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio: «Fondamentale è fotografare ogni singolo contesto in un clima di fiducia e credibilità; elaborare interventi volti a regolarizzare lo status giuridico e a sostenere l’inserimento scolastico, lavorativo e l’autonomia delle famiglie; predisporre un ventaglio variegato di offerte abitative; mappare i canali e i fondi; prendere in carico tutte le famiglie negoziando direttamente con loro; costruire spazi di confronto con i cittadini e le organizzazioni del territorio; infine, monitorare gli esiti».

 

sgombero camping river
Un’immagine dello sgombero del Camping River, a Roma

Ne emerge, dunque, la necessità di uno sguardo trasversale, che i comuni di Moncalieri, Palermo e Sesto Fiorentino hanno scelto di far proprio puntando su percorsi inclusivi e virtuosi. In altri casi invece, come a Roma e a Pisa, gli interventi si sono declinati in azioni di sgombero forzato e nell’erogazione di contributi economici una tantum. In particolare, per la Capitale – dove nel 2017 è stato attuato il “Piano di Indirizzo di Roma Capitale per l’inclusione delle Popolazioni Rom, Sinti e Caminanti” che mirava al superamento degli insediamenti in città attraverso strumenti controversi come il “patto di responsabilità” – l’equipe ha scelto come oggetto specifico di studio il caso del Camping River, la cui chiusura forzata nel 2018 ha determinato il trasferimento della gran parte dei residenti in insediamenti informali improvvisati e assai difficili da raggiungere per le associazioni che garantivano loro un supporto. Un esito fallimentare legato al fatto che, come si legge nell’indagine, «l’amministrazione ha demandato la ricerca delle abitazioni direttamente ai beneficiari».

Esperienze che suggeriscono ciò che andrebbe evitato quando la chiusura dei campi rom è una reale intenzione e non mero slogan. A tal proposito, ha concluso Stasolla, «bisogna impegnarsi per dare maggiore attenzione a donne e giovani, abolire gli Uffici Speciali che non hanno mai funzionato ed evitare non solo processi di scrematura, ma anche approcci declinati su base etnica».

Sulla storia del Camping River, guarda questo video: (483) Oltre la desolazione 2 – La pacchia – YouTube

 

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