
TERZO SETTORE: COMUNICARE VUOL DIRE FIDUCIA
La comunicazione sociale che supera l’autoreferenzialità diventa carburante di innovazione sociale. A partire dal volume “Comunicare vuol dire fiducia” il punto di vista di Fabrizio Minnella, per 18 anni responsabile Comunicazione e relazioni esterne di Fondazione Con il Sud e da oltre 10 anche dell’impresa sociale Con i Bambini
16 Gennaio 2026
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Quando sei troppo impegnato a fare, non hai tempo per riflettere. Ma dopo 18 anni come responsabile Comunicazione e relazioni esterne della Fondazione Con il Sud e da oltre 10 anche dell’impresa sociale Con i Bambini, Fabrizio Minnella sentiva il bisogno di fare ordine tra le tante idee, esperienze e intuizioni accumulate nella sua lunga esperienza sul campo. Da questa esigenza è nato il volume Comunicare vuol dire fiducia. La comunicazione sociale per il cambiamento (Rubbettino 2025): non solo una riflessione sul ruolo della comunicazione come agente di cambiamento, ma anche un viaggio tra tante iniziative messe in atto dalle organizzazioni di Terzo settore che in questi anni hanno contribuito a creare partecipazione e innovazione, rinnovando la stessa immagine del Sud. «Di solito si parte dalle idee per poi trovare delle esperienze a conferma», spiega Minnella. «Invece, in questo caso, è successo esattamente il contrario: sono le esperienze a precedere le riflessioni».
Dottor Minnella, nel libro descrive la comunicazione come uno strumento di cambiamento sociale: non solo per promuovere l’innovazione, ma anche per provocarla. In che modo la comunicazione diventa “carburante” che alimenta il cambiamento?
«È una cosa che ho sempre pensato, e che è stata successivamente confermata dalla stessa Fondazione con il Sud quando, nel 2014, con una delibera del Consiglio di Amministrazione, ha definito la comunicazione non solo come uno strumento per promuovere la propria missione, ma anche come strumento di attuazione della missione stessa. Questo dovrebbe valere per tutte le organizzazioni del Terzo settore, perché hanno come obiettivo finale la promozione del cambiamento. E la comunicazione ha questo potere o, per lo meno, questo potenziale non ancora del tutto espresso: non basta promuovere o accompagnare l’innovazione, bisogna anche creare le condizioni perché essa possa emergere. Nel documentario “Il tesoro del Sud”, che la Fondazione ha prodotto due anni fa, Vincenzo Linarello, presidente del Gruppo cooperativo Goel, afferma che nella Locride la fiducia può generare speranza, e la speranza è un grande attivatore di cambiamento. È proprio questo il senso della comunicazione sociale: creare i presupposti per la costruzione di quei legami di fiducia in grado di generare processi di innovazione sociale, che non possono arrivare dall’alto ma devono emergere dal territorio».
Nel libro ha scritto anche che non c’è cambiamento senza narrazione, e non c’è narrazione senza cambiamento. Come si costruisce una narrazione capace di cambiare le cose?
«Il Terzo settore è pieno di racconti di esperienze, quel che manca è la narrazione. Perché la narrazione richiede un punto di vista e il punto di vista che manca è proprio percepirsi come attore del cambiamento. Invece per l’opinione pubblica le organizzazioni di Terzo settore sono quelle che intervengono nelle situazioni di emergenza, non attori di cambiamento. Il paradosso è che proprio il Terzo settore gode della fiducia dei cittadini e ha come missione quella di promuovere la partecipazione attiva. Ma se non si percepisce come attore di cambiamento, e non si racconta come tale, difficilmente riuscirà a convincere gli altri».
E cosa intende quando parla di “effetto autovelox”? Perché la comunicazione sociale procede con il freno a mano tirato?
«È più facile rivolgersi a chi già condivide i nostri principali valori e la nostra visione del mondo piuttosto che a chi è lontano e ha vedute molto diverse dalle nostre. Tuttavia, esiste una zona grigia, composta da quanti non vedono il mondo e la società esattamente come li vediamo noi. Ed è proprio questo gruppo che la comunicazione sociale dovrebbe provare ad agganciare e sensibilizzare, puntando a quella fetta di opinione pubblica che non conosce bene il Terzo settore, ma che potrebbe potenzialmente apprezzarne il valore e l’impegno per il cambiamento. Perciò quando parlo di effetto autovelox e di comunicazione con il freno a mano tirato mi riferisco soprattutto al timore di uscire dall’autoreferenzialità. Per il timore di essere fraintesi, rinunciamo in partenza, mentre la comunicazione sociale dovrebbe aiutarci a uscire dalla nostra comfort zone per andare nei posti scomodi, che solitamente sono anche quelli abitati dalle organizzazioni del Terzo settore. Ovviamente esistono tante eccezioni positive, ma generalizzando la situazione è questa».
Lei insiste molto sul legame tra comunicazione e partecipazione. In che modo le due sfere si alimentano reciprocamente?
«La comunicazione sociale ha l’obiettivo di promuovere il cambiamento, ma non esiste cambiamento senza partecipazione. Perché, sebbene la partecipazione si sia un po’ ridotta nel tempo, il Terzo settore rimane uno dei pochi ambiti dove resiste. Basti pensare al crollo della fiducia nella politica, con le ultime elezioni regionali dove hanno votato appena 4 elettori su 10. Sintetizzando, se la comunicazione sociale non genera partecipazione non sarà una comunicazione efficace».
Uno dei fili conduttori del libro è il ruolo dell’arte e degli artisti come agenti di cambiamento. Perché oggi il dialogo tra dimensione sociale e dimensione culturale è così cruciale?
«Nei manuali, quando si parla di comunicazione sociale si individuano sempre tre attori principali: il Terzo settore, la Pubblica amministrazione e il mondo delle aziende, soprattutto per quanto riguarda la responsabilità sociale d’impresa. A queste aggiungerei, però, una quarta categoria: quella degli artisti. Non tutti gli artisti, naturalmente, ma neppure solo quelli cosiddetti “impegnati”. Perché alla base della creatività c’è sempre un’istanza di cambiamento, che trova nel linguaggio artistico la sua espressione. Così, attraverso le azioni di denuncia, di riflessione o di proposta veicolate dalle loro opere gli artisti diventano agenti di cambiamento e, di conseguenza, attori della comunicazione sociale. Basti pensare alle opere di Banksy o dell’italiano Jago, ma anche al murale delle due bambine che reggono una piantina realizzato sulla facciata di un palazzo del Parco Verde di Caivano. Il murale è stato commissionato dalla Fondazione Con il Sud a Igor Scalisi Palminteri in occasione dell’evento di fine mandato del presidente Carlo Borgomeo, pochi mesi prima che scoppiasse il caso delle due cuginette vittime di abusi e violenze da parte di un gruppo di ragazzi, tra cui molti minorenni. Già a partire dal titolo, “Nessuno resti solo”, quel murale rappresenta una speranza autentica e racconta un’altra storia possibile: quella di un territorio dove accanto a tanto degrado esiste anche chi, come Bruno Mazza, ex ragazzo con un passato difficile, una volta uscito di prigione decide di fondare un’associazione dove i giovani del quartiere possano seguire il doposcuola, frequentare laboratori e portare avanti attività sportive ed educative».
Nonostante i passi avanti fatti negli ultimi anni, nel Terzo settore persiste l’idea che la comunicazione abbia un ruolo marginale. A suo avviso perché questa percezione resiste? E come fare per superarla definitivamente?
«Esiste innanzitutto una questione culturale: alcune organizzazioni del Terzo settore guardano ancora alla comunicazione con un certo sospetto, perché l’importante non è il “comunicare”, ma il “fare”. Poi, naturalmente, soprattutto nel profit è presente anche l’eccesso opposto: ci sono tanti che comunicano molto e fanno poco. Ma per ovviare al problema di chi fa tanto e non riesce a farlo sapere, esiste anche una soluzione: in ogni iniziativa, progetto o azione sociale la presenza della comunicazione va prevista a monte. Purtroppo questa consapevolezza non ha ancora raggiunto quel grado di maturità necessario per fare massa critica. Torniamo quindi al discorso di prima: dobbiamo percepirci come attori del cambiamento. E in questo la comunicazione ha un ruolo fondamentale».
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Fabrizio Minnella
Comunicare vuol dire fiducia
La comunicazione sociale per il cambiamento
(Rubbettino 2025)
160 pagine, 13.30 euro







