TROPPI DEBITI SOFFOCANO LE FAMIGLIE

Il sovraindebitamento colpisce 1,4 milioni di famiglie: un problema economico, ma anche culturale

di Ermanno Giuca

Sono 1,4 milioni le famiglie sovraindebitate in Italia, il 5,7% del totale. Ad essere coinvolti sono soprattutto i nuclei con a capo un giovane lavoratore appartenente al ceto medio. Le difficoltà nel generare reddito hanno spinto molti italiani ad utilizzare il debito come «ammortizzatore sociale», ma con lo scoppio della crisi questo ha gravato pesantemente sul bilancio familiare. Più al riparo risultano essere i pensionati, poco (o per nulla) indebitati, con un reddito fisso e un costo della vita contenuto.
Questa la situazione economica delle famiglie italiane, presentata in occasione della tavola rotonda “Sovraindebitamento e inclusione sociale: una partita aperta”, svoltasi lo scorso 8 ottobre presso l’Assessorato alle politiche sociali della Regione Lazio e promossa dall’Associazione Pro.Seguo, da anni impegnata nel contrasto dei fenomeni di esclusione sociale. «Le cause dell’indebitamento – afferma Carlo Milani, economista e autore della ricerca – non si riferiscono solo alle banche, ma riguardano anche debiti finanziari, con le imprese o con altre famiglie. Secondo le proiezioni al 2014, 1,2 milioni di famiglie in più si sono sovraindebitate rispetto al 2000. Questo ha generato un alto rischio di povertà o di esclusione sociale che in Italia coinvolge il 28% della popolazione (la media dell’area euro è al 23%)».
Colpa dello Stato, che non riesce a sostenere le famiglie in crisi? Pare di no, visto che il dato italiano di spesa pubblica complessiva in Italia si attesta al 59,2%, cifra decisamente più alta rispetto alla media europea ferma al 49,5%. Ma anche a fronte di un investimento pubblico così elevato perché i fondi destinati a contrastare i fenomeni di esclusione sociale risultano insufficienti? «Il problema – continua Milani – sta nella composizione della spesa. In Italia, infatti, le pensioni assorbono l’80% della spesa per le prestazioni sociali, lasciando poche risorse al contrasto dell’esclusione sociale».

Il problema della disuguaglianza

«Chi, come me, amministra il territorio, sa benissimo quanto questa crisi abbia aumentato l’area della povertà», dice Rita Visini, assessore alle politiche sociali della Regione Lazio. «Non parliamo solo di povertà assoluta, ma soprattutto di povertà relativa: nel Lazio abbiamo il 30% delle famiglie che, se gli si dovesse presentare una spesa improvvisa di 700 euro, non riuscirebbe ad affrontarla, andando in crisi. Lo Stato non è più in grado di diminuire le disuguaglianze. Le regioni e i comuni si trovano a combattere una guerra con bilanci carenti, gravati dai tagli del Governo. Basti pensare che questo Esecutivo per le politiche familiari ha stanziato nel Lazio solo 400.000 euro. C’è una totale assenza di una politica nazionale al contrasto della povertà. Come Regioni ci stiamo impegnando al piano per l’inclusione sociale. Tra le varie azioni stiamo portando avanti c’è il “pacchetto famiglia”, un sistema che permetterebbe di individuare in ogni distretto la nascita di un centro dedicato alle famiglie. Un centro per provincia (più uno per Roma Capitale) dove le famiglie potrebbero recarsi per qualsiasi tipo di fragilità. In più è stata appena finanziata la legge regionale contro il sovraindebitamento e l’usura, che metterà a disposizione dei cittadini in difficoltà 4,8 milioni per due anni.

Una sfida culturale

La lotta al contrasto del debito, però, è anche una sfida culturale a cui debbono partecipare più soggetti pubblici. «Al di là degli strumenti di sostegno che possono intervenire, mi interessa che le stesse famiglie sappiano crescere per non incappare in questi spiacevoli episodi», afferma Donata Monti, presidente di Pro.Seguo. «È necessario fare rete tra i diversi soggetti pubblici che operano in questo campo, dagli assistenti sociali ai delegati sindacali, sino ai magistrati dei tribunali fallimentari, che poi giudicano chi salvare e chi no. L’obiettivo è fondare un Osservatorio sul Sovraindebitamento i cui dati vengano messi a disposizione dei diversi soggetti pubblici, come da anni accade in Germania».
Affrontare il sovraindebitamento non è più solo una questione economica. Come intervenire? «L’educazione finanziaria è un opzione», come spiega l’avvocato Massimo Melpignano. «Nessuno ci ha insegnato come gestire il denaro. È una competenza che non riguarda soltanto il livello di istruzione: può indebitarsi anche il docente universitario. Ma a consigliare e aiutare le famiglie devono essere anche gli “organismi di composizione della crisi”. La legge del 2002 infatti prevede la presenza di specialisti (avvocati, commercialisti, notai e ausiliari) che prendano in carico le questioni delle famiglie sovraindebitate trovando le giuste soluzioni. Bisogna creare una generazione di “gestori della crisi” perché non possiamo affidarci più solo ai giudici fallimentaristi».

Il ruolo della società civile

In questo processo di rivoluzione culturale giocano un ruolo importante anche gli attori della società civile. «Non vogliamo aiutare le famiglie solo col pacco alimentare», dice Don Andrea La Regina, responsabile Caritas, «ma vogliamo ridurre la marginalizzazione. Diritto al lavoro e accesso al credito sono gli elementi di base, ma ci sembra che il legislatore non abbia intenzione di diminuire le disuguaglianze. Da una parte lo Stato spinge i cittadini a giocare d’azzardo e spendere soldi e dall’altra li deve curare con la spesa sociale». Gli fa eco Marco Bentivogli, segretario generale Fim Cisl: «C’è un problema di modelli di consumi. Ormai il nostro sistema è fondato sul debito, basti pensare alle rate per comprare le scarpe. Non si ricorre al debito per mancanza di reddito corrente ma per ottenere dei beni che rispecchino un certo status sociale. Ecco perché nelle aree di crisi i primi a sorgere sono i “compra oro” e le slot machine».
A pagarne le conseguenze è, però, sempre il Terzo settore a cui da un lato si richiede una maggiore presenza ed azione sul territorio, ma dall’altro è il primo a subire tagli di spesa in tempi di spending review. «Si ritiene che il sociale sia una spesa e non un investimento», conclude Visini. «Perché non si considera il fatto di fare politica per rispondere ai bisogni della persona. La persona non è al centro, ecco perché questo sistema non funziona».

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