IL VOLONTARIATO COME SCUOLA DI PARTECIPAZIONE

Nel pre elezioni cresce la sfiducia nella politica. Sarubbi: «Non possiamo fare a meno dell'impegno dal basso»

di Giorgio Marota

In vista delle elezioni del 4 marzo c’è un dato che sconvolge: il primo partito del Paese, al momento, è quello degli astensionisti. Secondo diverse ricerche 15 milioni di persone (il 34% dell’elettorato) se si votasse oggi non si recherebbero alle urne. Tanti, troppi, per non pensare che questo dato statistico escluda totalmente gli oltre 6 milioni di volontari presenti nel nostro Paese.

volontariato e partecipazioneChiunque ha sotto gli occhi la fotografia di un’Italia in cui le disuguaglianze aumentano, in cui la forbice tra ricchi e poveri è sempre più ampia, in cui la rabbia contro le minoranze monta non solo sui social network, ma anche in episodi di violenza reale. In questo contesto la disaffezione alla politica cresce in maniera trasversale e ci siamo chiesti se almeno il volontariato è immune al contagio.

Associazioni, movimenti, organizzazioni, riescono ancora a essere un humus fertile di partecipazione alla cosa pubblica? Ne abbiamo parlato con Andrea Sarubbi, giornalista e conduttore di “Today”, su TV 2000.

 

VOLONTARIATO E PARTECIPAZIONE. Alla professione Sarubbi ha sempre affiancato un’anima da volontario (per Caritas, Centro Astalli e Jesuit Refugee Service), in luoghi dove ha imparato «a stare con gli altri, ad aiutare e a cercare soluzioni ai problemi». Dal 2008 al 2013 è stato parlamentare Pd e si è occupato in prevalenza di immigrazione, povertà, diritti umani e cooperazione internazionale.

«Il volontariato è una scuola di democrazia» ha spiegato «anche se oggi iniziano a crederci sempre di meno anche quelli che lo vivono quotidianamente. Respiro una sfiducia collettiva. Il volontario è deluso dalla politica e chi ha già provato a farla si sente usato come un fazzoletto di carta. Conosco tanti colleghi sfruttati per la loro immagine, utili solo a prendere voti e poi abbandonati. Il nodo non è come il volontariato si rapporta alla politica, ma come i partiti usano a proprio vantaggio le qualità delle persone».

Nonostante questo, il giornalista ha il dovere di invitare alla responsabilità. «Credo che la partecipazione di quei 6 milioni di persone sia importantissima per il nostro Paese, perché altrimenti lasciamo la politica ai politici di professione, a quelli che in vita loro non hanno mai lavorato, mai vissuto in mezzo ai problemi della gente».

 

IL RUOLO DELL’INFORMAZIONE. Il  volume “Volontari e attività volontarie in Italia. Antecedenti, impatti, esplorazioni” (2017, edizione il Mulino) traccia un identikit del volontario: attivo nella politica, in maniera “visibile” (partecipa a cortei o a comizi, alle riunioni e/o alle attività di un partito) o “latente” (si informa sulla politica, sulle leggi e sui dibattiti) soprattutto nelle classi sociali più svantaggiate, con una maggiore fiducia nel prossimo (35,8%) rispetto al resto della popolazione italiana (20,6%). Un mondo solidale che l’informazione, molto spesso, fa fatica a raccontare. Marco Binotto, ricercatore presso la Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia, Comunicazione dell’Università La Sapienza, ne ha dato un esempio nel corso di un convegno svoltosi a Roma.

volontariato e partecipazione
Andrea Sarubbi, giornalista e conduttore di “Today”, su TV 2000

Il volontariato, il terzo settore e la società civile hanno occupato solamente lo 0,8% del tempo nei tg italiani andati in onda nel 2017. Circa 10 minuti al mese, sommando i telegiornali delle reti Rai e Mediaset. Il conduttore di “Today” ha provato a dare delle motivazioni: «Viviamo in un momento di rabbia diffusa, dobbiamo sempre prendercela con qualcuno e l’informazione ci fornisce carne da macello. Quando si parla di immigrazione, ad esempio, lo si fa collegandola a episodi di violenza, a furti o reati. Non si raccontano mai storie di inclusione o di integrazione, a meno che non siano emozionanti o strappalacrime. La crisi economica, le difficoltà, l’invidia in un paese in cui l’ascensore sociale non funziona portano la gente a essere negativa. C’è un problema di richiesta della platea, certo, ma anche di racconto perché come giornalisti abbiamo la responsabilità di approfondire e di raccontare tutta la realtà, non solo quella che fa audience. Ci sono dei colleghi che si sono arricchiti urlando e puntando il dito contro gli altri».

 

LA PARTECIPAZIONE GIOVANILE. Tornando al tema delle elezioni politiche, tutti i sondaggi danno in testa il Movimento 5 Stelle, una forza che nasce come “antisistema”. È ancora così? «Molti votano M5S perché lo considerano il meno peggio tra i partiti. Gli danno fiducia sulla base di una scommessa. Non bisogna allarmarsi, ma i partiti tradizionali dovrebbero fare autocritica. Fino ad ora i grillini hanno fatto la parte facile, cioè mettersi all’opposizione e dire tutto quello che non va. Ora mi aspetto responsabilità». Chi si occupa di sondaggi non è molto ottimista sulla partecipazione dei giovani alle urne. Tra i 18enni, secondo La Stampa, si asterrà il 70%. «Se fosse così sarebbe disastroso» ha dichiarato Sarubbi. «Tutti abbiamo delle colpe se un ragazzo non sente dentro il fuoco dentro la prima volta che va a votare. Istituzioni? Famiglia? Informazione? Non so chi è più colpevole, ma responsabilizziamo anche i giovani stessi però. Lasciatemelo dire: sono dei cretini se non vanno a votare. Qualcun altro voterà al posto loro. Io non voglio lasciare il futuro del mio Paese nelle mani del mio vicino di casa, ma magari costruirlo insieme a lui». Il volontariato, ancora una volta, fa scuola: «L’impegno che viene dal basso è una ricchezza di cui non si può fare a meno».

 

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