NON SOLO BISOGNI, MA SOLUZIONI. COSÌ LE ASSOCIAZIONI “SALVANO” LE CITTÀ

Il rapporto tra associazioni e pubbliche amministrazioni è cambiato negli anni, aprendosi ad una maggiore collaborazione

di Marco Accorinti

Uno sguardo storico su volontariato e pubbliche amministrazioni, tratto dall’ultimo numero di VDossier, dedicato alla partecipazione.

Molte organizzazioni di volontariato sono nate grazie all’impegno di un insieme di persone che spontaneamente (o inserite in altre grandi organizzazioni) e sulla base di una condivisione di valori si sono attivate per rispondere a un bisogno.

La legge n. 266 “Legge-quadro sul volontariato” dell’ 11 agosto 1991, che regolava i rapporti tra volontariato e pubbliche amministrazioni, ne ha storicamente favorito lo sviluppo, avviando nel Paese una stagione di diffusione della partecipazione dei cittadini e di stimolo alle pubbliche amministrazioni a compiere le proprie funzioni in modo efficiente. Una legge che ha riconosciuto la ricchezza del volontariato e ha previsto azioni di sostegno per favorire e sviluppare questo prezioso contributo all’interesse generale.

Ma altre variabili sono poi intervenute nelle dinamiche sociali degli anni Novanta e in particolare un mutamento del modo di concepire il volontariato da parte dei policy makers c’è stato a seguito degli effetti della crisi economica, che ha imposto una revisione dei conti pubblici e ha avviato processi di riorganizzazione degli assetti dei sistemi di welfare. Sono stati gli stessi anni che hanno portato alla definizione di un’altra legge nazionale, la n. 328 “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali” dell’ 8 novembre 2000, che ha cercato (dopo la “Legge Crispi” del 1890) di promuovere un sistema nazionale di interventi sociali, assistenziali e sociosanitari, che tenesse conto dei fenomeni di frammentazione nati dal consolidamento delle pratiche di intervento nelle Regioni e nelle città.

 

volontariato e pubbliche amministrazioni
La copertina del numero di VDossier dedicato alla partecipazione

Volontariato e pubbliche amministrazioni. Nel contesto normativo del 2000 il volontariato è stato chiamato ad assumere un altro ruolo: è diventato un partner degli enti locali nel cercare di “governare” i fenomeni sociali e nel rivedere l’assetto del welfare locale.

Per quanto diffuse in molti settori di attività, il maggior numero di organizzazioni di volontariato hanno operato (e operano) nei campi della sanità e dell’assistenza sociale: ambiti in cui si possono determinare sia situazioni di emergenza, sia azioni di prevenzione e di intervento “leggero” e semi-professionale estremamente utili nel quadro locale degli interventi. Il legislatore ha preso atto di tali evidenze e proprio con la legge 328 del 2000 (come pure previsto dall’articolo 188 della Costituzione nella versione riformata dalla Legge costituzionale numero 3 del 2001), ha affermato la pari dignità delle organizzazioni di volontariato rispetto alle Istituzioni pubbliche, chiamandole a interagire nella cabina di regia delle politiche sociali e ribadendo in più punti l’importanza dell’azione volontaria nella gestione del welfare locale e nel perseguimento dell’«interesse generale».

 

volontariato e pubbliche amministrazione
La collaborazione tra volontariato e pubbliche amministrazioni non è sempre stata facile

Piani di zona, Terzo settore protagonista. L’impegno pubblico nel riconoscere e promuovere la sfera di autonomia delle realtà organizzative dei cittadini, però, non è stato sempre facile né scevro da difficoltà, sia all’interno del mondo del volontariato sia nell’amministrazione locale. Il campo di azione è stato generalmente quello della definizione dei Piani sociali di zona, i documenti  di programmazione territoriale, attraverso i quali, in ciascun ambito territoriale, le municipalità e le aziende sanitarie insieme sono chiamate a mettere a punto le politiche rivolte ai bisogni della popolazione.
Inizialmente il volontariato forniva indicazioni utili per approfondire i bisogni del territorio, ma è stato chiamato anche a riflettere sull’organizzazione dei servizi, sull’elaborazione di nuove forme di intervento, sulla destinazione delle risorse.

Si è trattato di forme di collaborazione tra più soggetti, in aree in cui si richiede una forte sinergia tra servizi sociali e sanitari e nelle quali l’ente pubblico aveva un ruolo di promozione, governo e direzione del processo di realizzazione operativa. Il politico che guidava la redazione del Piano di zona, era chiamato a promuovere la programmazione partecipata, attivare gruppi di lavoro, stabilire procedure tecnico-organizzative, avendo di fronte a sé competenti dell’assistenza ma anche il proprio elettorato, per la costruzione di un welfare mix a responsabilità diffusa e calato in uno specifico territorio.

Nelle differenti situazioni nazionali le organizzazioni di volontariato sono risultate essere fondamentali, in fase di programmazione, per identificare i bisogni, far emergere i disagi sommersi e concentrare l’attenzione sulle aree di maggior fragilità. Sul fronte attuativo sono anche diventate una risorsa preziosa per la gestione di alcuni progetti e in fase di valutazione dei risultati.

 

associazioni e pubbliche amministrazioni
Negli anni, il volontariato ha acquistato competenze che lo hanno reso ancora più indispensabile

Tempo di bilancio con vista sul futuro. Difficile dar conto del ruolo del volontariato organizzato in Italia negli ultimi 18 anni. Sicuramente ha sviluppato una propria competenza nella comprensione dei fenomeni sociali, ha dovuto anche acquisire conoscenze legislative e delle dinamiche di concertazione e negoziare le politiche sociali.

Tuttavia non dappertutto i Piani di zona sono riusciti a raggiungere l’obiettivo. Solo laddove la partecipazione del volontariato abbia prodotto percorsi ed esperienze di pluralismo nella programmazione e gestione degli interventi e di ampliamento delle capacità di ascolto dei bisogni, la comunità locale è riuscita a ottenere due effetti: ha promosso il protagonismo dei cittadini nella partecipazione diretta e informata circa l’«interesse generale», e ha assunto una responsabilità specifica nel welfare in termini di compartecipazione alle decisioni della politica sociale (in altri termini ha operato nel policy making).

Questi due elementi richiamano funzioni specifiche del volontariato: quella educativa, come attore capace di promuovere la cultura e la pratica della solidarietà per la partecipazione responsabile, e quella politica e delle forme della rappresentanza nella programmazione, concertazione, progettazione, nonché valutazione delle politiche sociali del territorio.

Gli ultimi decenni rappresentano dunque un percorso formativo importante per le organizzazioni di volontariato, perché hanno chiarito quanto non basti solo affermare alcuni obiettivi per renderli di per sé legittimi, senza che si faccia nulla per realizzarli. Il volontariato, i Centri di servizio e anche i volontari sono chiamati a esprimere rappresentanze e non possono sottrarsi a un ruolo di partecipazione diretta nella gestione del welfare, lavorando per un cambiamento che, per molti aspetti, i processi di riforma fanno rimanere opaco.

Se avete correzioni o suggerimenti da proporci, scrivete a comunicazione@cesv.org

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