ZEROCALCARE: LE SOLUZIONI SONO SEMPRE COLLETTIVE. MA A VOLTE NON È COSÌ

Due Spicci, la nuova serie animata di Zerocalcare è una storia amara, dolorosa, pur nello stile strepitoso dell’autore. «Sono cresciuto con una serie di valori forti riguardo alla collettività, ma a volte non è sufficiente a risolvere le situazioni»

di Maurizio Ermisino

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C’erano una volta dei ragazzi che avevano trent’anni. Ma, attenzione, non erano affatto i trentenni degli anni Ottanta, sicuri del posto e della pensione. A un certo punto «qualcuno ha deciso che si veniva pagati in Goleador (le caramelle)» ed è cambiato tutto. Erano gli anni, però, in cui bastava stare insieme, nella banda, e ci si sentiva fortissimi, si risolveva tutto. Come ne I Goonies. Dieci anni dopo, a 40 anni, si capisce che è cambiato qualcosa, che non si può sempre fare come I Goonies. Perché siamo invecchiati, perché ognuno ha i suoi problemi, perché alcune storie sono troppo più grandi di noi. È questo che racconta Due Spicci, la nuova serie animata di Zerocalcare, su Netflix dal 27 maggio. È una storia amara, dolorosa, che ha a che fare con il disincanto, con il tempo che passa, con le amicizie che ci sono ma che non risolvono tutto, con i soldi, con le famiglie e con le tante violenze che abbiamo intorno, a un passo da noi. Due Spicci è una serie crepuscolare. «La serie è crepuscolare perché io stesso sto in un periodo dell’esistenza un po’ crepuscolare e ho difficoltà a scrivere qualcosa di diverso» ha raccontato Zerocalcare al Salone del Libro di Torino. «Io sono cresciuto con una serie di valori molto forti riguardo alla collettività, al fatto che nessuno si salva da solo, che le soluzioni sono sempre collettive. E sono cose in cui credo e che nella vita ho cercato di applicare. E sono anche cose che hanno una dose di retorica al loro interno. La verità è che, arrivato a 40 anni, mi sono accorto che si incontrano delle situazioni in cui quelle cose belle, come il fatto di stare insieme, di essere amici, a volte non è sufficiente a risolvere le situazioni. A volte il lieto fine non ci sta. È come col navigatore, che a volte ti dice ricalcola il tragitto perché la strada è chiusa. Io ho tanto questa sensazione in questo momento della mia vita, ci sono tante che succedono attorno a me che mi danno questa sensazione. E volevo che la serie rispecchiasse questo aspetto».

I millennial, la generazione che ha dovuto ricalcolare tutto

Due Spicci, che si incrocia con le atmosfere della sua graphic novel Scheletri, e con alcune vicende di un altro libro. Macerie prime, parte dal momento in cui Zero e Cinghiale gestiscono un piccolo locale. Ma problemi economici, incomprensioni e vite personali che si complicano più del dovuto mettono entrambi sotto pressione. Il ritorno di una figura dal passato di Zero e responsabilità inattese fanno precipitare una situazione già fragile, costringendo tutti a confrontarsi con scelte difficili. A ricalcolare quel tragitto di cui parla Zerocalcare. Ma è qualcosa che riguarda tipicamente la generazione dei millennial, come Rory Gilmore che non riesce ad andare ad Harvard e quindi cambia strada? «Noi millennial siamo la generazione che ha avuto di più lo scarto tra il mondo che abbiamo conosciuto da bambini, e le aspettative che avevano proiettato, e il mondo che ci siamo trovati, in cui sostanzialmente ci siamo dovuti pagare l’affitto da soli» riflette Zerocalcare. «Mentre quelli che sono venuti dopo si sono trovati nell’età della ragione con la crisi dei subprime già iniziata, e non hanno mai sperato in niente, quelli prima erano dei poverelli e poi hanno trovato la pensione a 45 anni, noi siamo quelli che hanno avuto di più questa esigenza di ricalcolo».

Due Spicci è la chiusura di un cerchio

Due Spicci è una storia drammatica. Perché porta alla luce un mondo di brutture che, in qualche modo, era rimasto fuori dalle serie precedenti. Certo, in Questo mondo non mi renderà cattivo c’erano la xenofobia, le destre, l’ideologia. Ma qui c’è la criminalità, così vicina a noi che incrociarla è un attimo, c’è la violenza domestica, quella di genere. Ci sono le amarezze e le incomprensioni del vivere quotidianamente uno accanto all’altro. C’è una sorta di resa dei conti dei vari protagonisti. «Nella mia testa è la fine di una trilogia» ha spiegato l’autore. «Stappare lungo i bordi era predatata rispetto all’età mia, avevo 37 anni, ma i personaggi hanno un po’ di meno, ma è quell’età in cui iniziavano le prime disillusioni. Questo mondo non mi renderà cattivo fotografava il mondo di qualche anno fa. Adesso mi sembrava il momento di tirare le somme. Siamo arrivati alla chiusura di un cerchio, di temi che erano iniziati con Strappare lungo i bordi. Anche perché non ho nessuna idea di cosa andrò a fare dopo». Due Spicci è commovente in modo diverso da Questo mondo non mi renderà cattivo: lì il tema era politico, qui è intimo. Anche se, come si dice, tutto è politico.

La violenza domestica

È politico e intimo allo stesso tempo anche il suo sguardo sul femminile. La storia di Smeralda, ex fiamma di Zero che ritorna, ed è imprigionata in un amore tossico, ci racconta la serietà di questo problema, e anche quella che spesso è l’impotenza di chi sta vicino a una persona che ha questo problema. Ma Zerocalcare, al solito, guarda anche dentro se stesso e a un maschilismo con cui intere generazioni – anche le nostre – sono state educate. Nel suo consueto dialogo con la sua coscienza (impersonata dall’Armadillo con la voce di Valerio Mastandrea, sempre più centrato nel personaggio) riflette proprio su questo. Ai nostri tempi non c’erano modelli femminili come Undici e quelli di The Handmaid’s Tale. E allora «grande festa alla Corte di Francia?» come ricorda il sempre lucido Armadillo. I modelli di un femminile diverso li avevamo. Forse non li avevamo colti.

Il G8 di Genova non lo archivierò mai

A proposito di politico, Strappare lungo i bordi iniziava con il racconto del G8 di Genova, un momento chiave per una generazione. Questa volta questo tema non c’è. Ma anche qui c’è un senso. «Sono di una generazione che ogni volta che sente Genova pensa al G8» spiega. «Per me è qualcosa che ancora mi scuote molto. Sono passati 25 anni, non esiste nessun prodotto mio, serie o libro, in cui non c’è un riferimento al G8. È stato il primo anno in cui non c’è nessuno che sta rischiando la galera, le guardie sono state tutte promosse. Anche l’ultimo che stavano cercando di arrestare, in Francia, non è stato estradato. Mi sentivo pacificato con me stesso. Proprio qualche giorno fa mi è stato chiesto di disegnare la copertina alternativa per il libro, Nessun rimorso. Genova 2001-2021. E nel momento in cui mi sono messo a lavorare mi è venuto un groppo alla gola e la pelle d’oca. E mi ha fatto capire che probabilmente questa roba non la archivierò mai».

La cecità psichica per gli accolli e la disillusione

Zerocalcare racconta tutto questo immergendosi nella cultura pop, tra Hitchcock e Titanic, Star Wars e Pulp Fiction, i Joy Division e i Cure, con più di un omaggio ad Hayao Miyazaki: guardate come è raffigurato il suo senso di colpa, quello a cui parlano direttamente i suoi amici per mollargli gli accolli. Parlano al suo senso di colpa perché lui ormai ha sviluppato una cecità psichica per le cose che possono essere un accollo. A proposito, tornano i suoi amici, Sara, Cinghiale. E Secco, dopo che è stato atteso ad arte con un alone di mistero. Abbiamo capito qual è il suo ruolo nel mondo. È il game changer. Sono tutti protagonisti di questa storia di disillusione. Ma la disillusione può essere terapeutica? «Non c’è mai niente di terapeutico. È deprimente» risponde. «È un modo per fare il punto sulla vita mia. Mi aiuta e mettere ordine. Dubito che possa essere terapeutico per gli altri. Ma c’è una cosa di cui mi sono reso conto, vedendo i feedback delle altre serie. Effettivamente riuscire a riconoscersi non nella situazione di un momento che uno sta attraversando, sapere che questa cosa riguarda altre persone, per l’orribile meschinità del mal comune mezzo gaudio, un po’ ti rincuora. E, se non ti rincuora, ti fa capire che non sei tu l’unico stronzo rimasto indietro nelle cose della vita, ma che ce ne stanno altri. Non è terapeutico, ma mitiga quella sensazione di solitudine».

Il successo è poter dire: non voglio condividere lo spazio con queste persone 

Zerocalcare è anche noti per dei reportage a fumetti molto riusciti, come Kobane Calling e No Sleep Till Shengal. Potrebbero diventare questi la sua prossima serie, dei reportage animati? «Nelle serie non devo rendere conto a qualcuno» riflette. «I reportage politici sono dei prodotti collettivi. Se parlo dei curdi la storia viene immaginata insieme ai curdi stessi, decidiamo insieme quale è il taglio da dare. Nel rapporto tra me e l’editor di Netflix andrebbe inserita una collettività. Quando era uscita la prima serie in un disegno dentro la porta di casa mia c’era l’adesivo dell’unità di difesa delle donne curde. In Turchia è scoppiato un caso, si è parlato di terrorismo. Mettere in una cosa con quel tipo di visibilità mondiale dei temi che sono iper spinosi sarebbe complicato. Ci metteremmo cinque anni, sarebbero tutti insoddisfatti e finirebbe tutto in tragedia. Mi è stato detto però: se lo vuoi fare parliamone. Ma dovrei ragionarci tanto prima». Zerocalcare ha parlato anche di successo. «Dal punto di vista della professionale mi ha dato la possibilità di prendere delle decisioni anche complicate, come dover dire: qui, se ci sono queste persone, non ci vengo, perché non voglio condividere lo spazio con queste persone». Ed è anche per queste cose che amiamo tanto Zerocalcare.

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