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87 ore

87 ORE: MORIRE DI CONTENZIONE

87 ORE: MORIRE DI CONTENZIONE

Costanza Quatriglio racconta il suo "87 Ore", in onda il 28 Dicembre su Rai 3

Inizia con delle immagini di estrema tranquillità, “87 ore” di Costanza Quatriglio, quelle di una spiaggia del Cilento. È qui che il 31 luglio del 2009 Francesco Mastrogiovanni è stato raggiunto da uno spiegamento di forze abnorme – carabinieri, polizia municipale, guardia costiera, infermieri – e convinto a sottoporsi a un trattamento sanitario obbligatorio. La sera prima era stato visto guidare ad alta velocità nella zona pedonale del paese. Convinto ad uscire dall’acqua e a farsi sedare, viene portato all’ospedale San Luca, di Vallo della Lucania. Ci rimane 5 giorni, 87 ore, legato per i polsi e le caviglie, senza cibo né acqua, a parte qualche flebo. Il 4 agosto 2009 muore. Le immagini della sua degenza, documentate dalle telecamere a circuito chiuso dell’ospedale, sono diventate un film, “87 ore”, grazie al sapiente tocco di Costanza Quatriglio. Nelle sale dal 23 novembre, il film sarà trasmesso il 28 dicembre su Rai3. «Il progetto è iniziato quando Luigi Manconi e Valentina Calderone, dell’associazione A Buon Diritto, mi hanno fatto conoscere la storia di Francesco Mastrogiovanni», ci racconta Costanza Quatriglio. «Avevano scritto un libro in cui sono raccontate storie di persone morte mentre erano in custodia dallo Stato. La seconda sollecitazione è stata quando le immagini sono state pubblicate sul sito de L’Espresso. Era chiaro che serviva fare qualcosa, che ci fosse un passaggio ulteriore rispetto a una fruizione destinata a perdersi nell’infinito mare di internet». Serviva la mano di un narratore, che prendesse quelle immagini e vi trovasse un senso. «Erano immagini potenti e sorprendenti nella loro capacità di mostrare qualcosa che potrebbe essere sotto gli occhi di tutti, ma che viene sostanzialmente reso invisibile da uno sguardo che paradossalmente ha l’intento di far vedere tutto», ci spiega la regista. «La pretesa del massimo della visibilità aveva prodotto il massimo della invisibilità, un essere umano era diventato completamente invisibile. È stata questa la spinta che mi ha fatto decidere di fare il film».
In “87 ore” il contrasto tra le onde del mare e quello che vediamo dopo, quello tra il fuori e il dentro, tra la normalità e l’oppressione, è impietoso. Le telecamere di sorveglianza ci rimandano immagini piatte, robotiche, movimenti a scatti. Sono il simbolo di una distanza, di una non relazione tra il paziente e chi lo assiste, o dovrebbe. Mastrogiovanni è stato lasciato legato, solo nella stanza. Non occorreva entrare, ha detto poi il personale, tanto c’erano le telecamere. Se inquadratura e contenzione meccanica sono due lati dello stesso identico strumento, la regista prende un materiale oggettivo e lo fa diventare emozionale, con un lavoro di selezione e montaggio, e il racconto fatto dalla voce della nipote di Mastrogiovanni, Sara. «Le telecamere di sorveglianza sono un nuovo punto di vista sul mondo», commenta la regista. «Ci riducono a essere figure bidimensionali e anonime, siamo tutti in un meccanismo di controllo e di anonimato. È un punto di vista che tutto uniforma e tutto cancella». «Mastrogiovanni viene da quelle videocamere di sorveglianza isolato, contenuto dentro un’inquadratura, che invece che avvicinare allontana, priva di qualsiasi volontà di porsi in relazione», continua. «È un’inquadratura algida, il suo corpo è ridotto a una piccola figura schiacciata da un meccanismo che lo vede ininterrottamente soffrire. Con quella inquadratura si compie la volontà di isolare il paziente. Per questo contenzione meccanica e immagine possono diventare le facce della stessa medaglia».

Un meccanismo automatico, strutturale

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La regista Costanza Quatriglio

Non è facile, per un regista, accostarsi a una materia come questa. Ci si pone il problema di cosa e quanto mostrare. E quello della durata, del riproporre cioè allo spettatore immagini apparentemente sempre uguali, oltre che insostenibili. «Una persona che fa cinema si deve porre la questione della narrazione», spiega Costanza Quatriglio. «Ciò che è necessario perché la questione si compia deve essere incluso. La questione della durata in questo film è particolarmente problematica: le immagini sembrano tutte uguali, vanno a scatti, sono robotiche, meccaniche. Il lavoro che ho fatto è basato sul disvelare le azioni che erano interne alle immagini, ma che in quel momento magari potevano sembrare non interessanti. Il montaggio è stata l’individuazione di unità di azioni chiuse in cui ci poteva essere il senso del discorso, un percorso di cura al contrario». «La sopportabilità è un’altra questione» continua. «Entri in un mondo chiuso, con delle regole proprie, e la sopportabilità è quasi una questione superflua. Quello è il mondo con cui dobbiamo fare i conti. Ci si può voltare dall’altra parte. Ma ci sono testimonianze che ci chiedono di non voltarci, perché significa rimuovere». Costanza Quatriglio ha preso questo materiale freddo, impietoso, probatorio e ne ha fatto racconto. «Non ho voluto limitarmi al valore probatorio delle immagini» spiega. «Le ho utilizzate come un veicolo per fare una riflessione più importante. Quelle immagini ci rivelano il meccanismo strutturale in cui è morto Mastrogiovanni, che è un meccanismo di potere, di forza. Quelle immagini hanno la pretesa di certificare come sono andati i fatti. Ma c’è una cosa che va in controtendenza: a dirci come muore Mastrogiovanni non sono le immagini, ma l’occhio umano, è il medico legale, fuori da quel circuito chiuso. Quando il cadavere viene portato fuori dalla vista delle telecamere, l’occhio umano vede il corpo e vede che presenta delle lesioni. E così decide di fare l’autopsia. Il corpo gli parla e gli dice cosa è accaduto. Lui muore per annegamento, i polmoni si riempiono di liquido. E questo non ha niente a vedere con le immagini di sorveglianza».

Una responsabilità frammentata

Quell’uomo, ormai diventato cosa, nel racconto di Costanza Quatriglio torna ad essere uomo. La contenzione meccanica, che fa diventare cose gli esseri umani, è una prassi. Ma perché accade tutto questo? «Probabilmente per carenze di preparazione, per carenze strutturali o culturali, si tendono a sottovalutare le esigenze elementari delle persone», spiega Costanza Quatriglio. «Sottovalutare i bisogni significa sottovalutare i diritti e quindi abusare». Per il caso di Francesco Mastrogiovanni sono stati imputati sei medici e dodici infermieri. Il tribunale ha definito la sua contenzione illecita, impropria e antigiuridica, assimilabile a un sequestro di persona. In primo grado sono stati condannati i medici, mentre sono stati assolti gli infermieri perché stavano obbedendo ad un ordine. Nel marzo di quest’anno è iniziato il processo d’appello, in cui il Procuratore della Repubblica ha chiesto anche la condanna degli infermieri: non erano meri esecutori, ma professionisti in grado di valutare la gravità della situazione. «Nessuno mai può abdicare al ruolo di essere pensante», commenta la regista. «Quando si abdica succede questo. Sostanzialmente la questione dell’automatismo del comportamento è molto ben rappresentata dalle immagini che vanno a scatti, come se fosse un mondo robotico. È un meccanismo che va in automatico nel quale la frammentazione della responsabilità fa sì che nessuno sia responsabile. La banalità del male è tutta lì». Lo scorso 17 dicembre il film è stato presentato al Senato della Repubblica. «La proiezione è stata molto bella», ci racconta la cineasta. «È un luogo che incute un grande senso di serietà e solennità. Sembra un atto dirompente mostrare quell’uomo che non è più un uomo e che è ridotto a cosa in un posto così solenne. È come se si amplificasse la massimo il paradosso dell’umano che c’è un questa storia. Mi è sembrato di amplificare la storia: il Senato è il luogo deputato alla giustizia, all’ordinamento, alle leggi, e il fatto che ospiti una cosa così terribile fa impressione». La speranza è che questo evento abbia smosso le coscienze di chi fa le leggi.«Ci sono questioni che devono essere affrontante» commenta la regista. «La contenzione in questo momento non è stata trattata in modo univoco dal punto di vista normativo. Questa mancanza di chiarezza non aiuta a superare le situazioni. Serve che la politica se ne occupi».

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Maurizio Ermisino
Maurizio Ermisino

Curioso fin da piccolo, è sempre stato attratto da tutto ciò che è immagine in movimento e suono elettrico. In due parole: cinema e rock. In un master ha incontrato le altre due passioni della sua vita: Chiara e il sociale. Oggi si occupa della comunicazione del progetto Well-Fare | Tra mediazione e comunità, costruire il welfare locale. http://www.well-farecomunita.it/

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