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AUDIARD: DIAMO UN VOLTO AI MIGRANTI

AUDIARD: DIAMO UN VOLTO AI MIGRANTI

Intervista a Jacques Audiard che con “Dheepan – Una nuova vita” continua il suo racconto degli ultimi

Dopo un prologo ambientato nella guerra dello Sri Lanka, “Dheepan – Una nuova vita”, il nuovo film di Jacques Audiard, si apre con una dissolvenza. Dal buio appaiono delle luci blu. Poi capiamo che sono dei copricapi luminosi a forma di farfalla, quelli che molti venditori ambulanti provenienti dall’Asia ci propongono avvicinandoci quando ci troviamo  in un bar, o al ristorante. Non li guardiamo mai in faccia. Eppure, se provassimo a guardarli, a dare loro un nome, a chiederci qual è la loro storia, li guarderemmo con altri occhi. È da questa riflessione che è nato “Dheepan – Una nuova vita”, il film di Jacques Audiard (“Il profeta”, “Un sapore di ruggine ed ossa”) che racconta la storia di un rifugiato dello Sri Lanka, un ex guerriero Tamil, che per scappare dalla propria terra si unisce a una donna e una bambina: insieme si fingono una famiglia e prendono le identità di altre persone. Dheepan è la nuova identità dell’uomo, che prende il posto di qualcuno che non c’è più. Accolti come rifugiati in Francia, i tre vanno ad abitare in una banlieue dove, in qualche modo, si ritrovano invischiati nelle dinamiche di violenza da cui sono fuggiti.
Il cinema di Audiard è sempre stato attento agli ultimi, agli emarginati e agli outsider. Persone raccontate con empatia e mai con pietismo. I suoi personaggi sono a tutti gli effetti i protagonisti delle proprie vite, prendono in mano con forza il proprio destino per ricominciare una nuova esistenza. La stessa forza con cui li raffigura Audiard, autore di un cinema potente e intenso. L’incontro con il regista francese, a Roma per presentare il film, è stata l’occasione di parlare di questo, e anche della realtà di oggi, con il problema dei rifugiati che rende il suo cinema, e questo film, tremendamente attuale

ermisino audiard 2 internaCome nasce l’idea di “Dheepan – Una nuova vita”?
«Stavo terminando le riprese de “Il profeta” quando, alle quattro del mattino, mi sono detto: “E se facessimo un remake di “Cane di paglia” di Peckinpah?” E a questo punto, da dove verrebbero quelle persone? Volevo un luogo dove non si parlasse francese. Lo sceneggiatore ha avuto l’idea dello Sri Lanka. Così ho iniziato a studiare questo conflitto che in Francia non conoscevamo, e via via sono state elaborate varie versioni della sceneggiatura, che non mi convincevano perché troppo vicine a “Il profeta”. Poi ho avuto l’idea della falsa famiglia».

Il suo film sembra un “sequel” di quello che sta accadendo con i profughi della guerra in Siria. Sembra mostrare quello che attende le persone in fuga dalla guerra al loro arrivo in Europa…
«Il cinema spesso è in anticipo sulla Storia e sull’attualità. La mia in realtà è una storia di integrazione più che di migrazione. L’ondata migratoria, con la gente che sbarca sulle spiagge della Grecia e dell’Italia, nasce da una questione di sopravvivenza, di cercare di non morire. Non posso negare che il punto di partenza sia stato quello di chiedermi: “E se un giorno provassimo a guardare in faccia queste persone che ci avvicinano per venderci delle rose o degli accendini? E se dessimo una storia a queste persone e la girassimo in Cinemascope?” Da lì è partita l’idea del film. Dare un nome e un volto a queste persone».

Ha lavorato molto sull’esperienza di vita dell’attore protagonista del film. Come è andata?
«Anthony non è un attore, è uno scrittore, vive in Francia da quindici anni. Un giorno, tramite l’interprete con cui lavoravamo per tradurre dal tamil al francese, gli abbiamo chiesto se avrebbe provato imbarazzo a girare una certa scena. E lui ci ha detto: “No, assolutamente, quel personaggio sono io, questa sceneggiatura è la mia storia”. E a me sono balzati gli occhi fuori dalle orbite. Ci ha raccontato di essere stato un bambino soldato».

Nei suoi film c’è sempre un interesse per gli ultimi, gli emarginati, gli outsider. Cosa le interessa di queste persone e come trova la chiave per raccontarli?
«Quello che dice è vero. Ma mi rendo conto che dovrei conoscere di più me stesso per capire che cosa sono diventato. Forse quello che mi interessa di più sono le ferite, le spaccature negli individui. C’è un tema che mi interessa particolarmente e che ricorre nei miei film, ed è la possibilità di ricominciare la vita. A quante vite abbiamo diritto noi esseri umani? E quanto ci costa cambiare vita? Questa è una tematica piuttosto ottimista».

ermisino audiard 3 internaNel suo film vediamo le periferie delle città descritte come una giungla. Quando è che sono diventate così le nostre città?
«Probabilmente la violenza nelle nostre città è iniziata quando abbiamo cominciato ad escludere le persone. Le nostre società non hanno saputo integrarle nel nostro tessuto sociale. Ho voluto costruire il film cambiando continuamente genere, via via che i personaggi evolvevano. All’inizio è un film di guerra, poi diventa un film sociale, poi è un film sulle banlieue e poi diventa un film sui vigilantes. Volevo che parallelamente alla metamorfosi del personaggio ci fosse quella del film stesso. Ma la banlieue che ho creato non esiste nella realtà, è puro cinema: non esiste nessun luogo che si trasforma dal giorno alla notte. Non c’era alcun intento sociologico. È pura drammaturgia, come accade nelle produzioni americane».

Qual è la posizione dei politici e dell’opinione pubblica in Francia sull’emergenza dei rifugiati?
«La vorrei conoscere anch’io la posizione dei politici francesi… È un dibattito puramente quantitativo. Ci chiediamo come definirli, come chiamarli, quanti ne dobbiamo accogliere, quali sono i veri rifugiati e quali sono quelli falsi. Se sono rifugiati politici vanno bene, se sono migranti economici no, pare che ci siano migranti buoni e migranti cattivi…. C’è in atto una semplificazione spaventosa. Allora propongo di chiamarli rifugiati climatici: almeno saremmo in anticipo di dieci anni, visto che stiamo andando in quella direzione…»

Pensa che il cinema francese racconti nel modo giusto la realtà?
«Sono a disagio con un certo tipo di cinema, io che ho la debolezza di pensare che il cinema possa produrre forme contemporanee che in qualche modo ci diano la chiave di lettura del presente che ci circonda. La società francese ama guardarsi attraverso il suo cinema, che è un cinema che amo molto, ma verso il quale ho un atteggiamento critico».

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Maurizio Ermisino
Maurizio Ermisino

Curioso fin da piccolo, è sempre stato attratto da tutto ciò che è immagine in movimento e suono elettrico. In due parole: cinema e rock. In un master ha incontrato le altre due passioni della sua vita: Chiara e il sociale. Oggi si occupa della comunicazione del progetto Well-Fare | Tra mediazione e comunità, costruire il welfare locale. http://www.well-farecomunita.it/

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