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“BASTAVA CHIEDERE!”. LA FRASE CHE CONDANNA LE DONNE

“BASTAVA CHIEDERE!”. LA FRASE CHE CONDANNA LE DONNE

In un libro della fumettista Emma dieci storie di femminismo quotidiano. L'ironia salverà le donne?

«È un fumetto femminista, che ogni donna (e ogni uomo) dovrebbe leggere». È un libro importante e divertente, “Bastava chiedere! 10 storie di femminismo quotidiano”, della fumettista francese Emma (Editori Laterza). Dentro questo libro, dalla copertina non a caso tutta rosa, ci troviamo la descrizione di quello che accade spesso nella vita di ogni donna, a cui a volte non si dà molto peso e altre volte si dà per scontato. «Per molte di noi vedersi in questo libro sarà una rivelazione, per altre un dolore, per tutte un’opportunità preziosa», scrive nell’introduzione la scrittrice Michela Murgia. Ad esempio, «la questione dello squilibrio di carico mentale è ancora un fronte poco battuto del dibattito mainstream sul dislivello di genere ed è anche uno dei più rischiosi, perché tocca direttamente la struttura dei rapporti personali».

Il libro, uscito da poco in Italia, accoglie tutte le vignette – ironiche ma non troppo – di Emma, quelle che da anni lei realizza per parlare del “carico mentale”, quel fenomeno in cui tutte le incombenze riguardanti la gestione della casa e della famiglia vengono delegate esclusivamente alle donne, che ogni giorno devono eseguire un difficile numero da equilibriste, in tutti gli ambiti della vita: familiare, sociale e professionale.

Non bastava chiedere!

«Se si chiede alle donne di organizzare tutto e poi anche di svolgere gran parte delle cose da fare, le si carica del 75% del lavoro totale. Le femministe chiamano questo lavoro carico mentale. Il carico mentale consiste nel dover sempre pensare a cosa c’è da fare», si legge nella prima delle 10 storie. «Il carico mentale ricade quasi esclusivamente sulle donne. È un lavoro continuo, sfiancante. Ed è un lavoro invisibile. Quindi, mentre la maggior parte degli uomini eterosessuali che conosco dice di occuparsi al 50% delle faccende domestiche, le loro partner la vedono molto diversamente». Ed i mariti o compagni spesso liquidano il risentimento delle donne per la loro assenza dalle questioni domestiche con un «Se volevi che ti aiutassi bastava chiedere!». «Insomma, quello che i nostri partner stanno davvero dicendo quando ci chiedono di dir loro cosa c’è da fare, è che rifiutano di prendersi la loro parte di carico mentale».

 

Il problema è che siamo stati condizionati sin dall’infanzia a vivere in una società in cui le nostre madri si facevano carico dell’intera gestione domestica, mentre i nostri padri al massimo eseguivano le loro istruzioni e in cui «le donne, nella cultura e nei media, vengono rappresentate essenzialmente come mogli e madri, mentre gli uomini sono gli eroi, protagonisti di avventure appassionanti al di fuori delle mura domestiche». Le donne rimangono le principali responsabili della famiglia e della casa anche ora, nonostante lavorino in numero sempre maggiore.  «Quando diventiamo madri, questa doppia responsabilità cresce a dismisura». Ovviamente, nessuno ci obbliga a fare tutte le cose che facciamo, ma quando ci fermiamo tutta la famiglia ne soffre e a volte bisogna, poi, recuperare il tempo perduto con doppia fatica. «Per questo, la maggior parte di noi si rassegna e si assume tutto il carico mentale, rosicchiando qua e là il tempo di lavoro e il tempo libero per riuscire a gestire tutto».

Manipolazione emotiva e lavoro ri(produttivo)

Le vignette hanno il vantaggio di trattare temi importanti ma in modo semplice, non pesante, scorrevole e strappando a volte mezzo sorriso: sfido qualunque donna a non immedesimarsi in qualcuna di esse. Tra i tanti concetti espressi, quello della manipolazione emotiva, che si verifica «quando si fa credere a una persona ferita che è lei a essere nel torto. E subirla regolarmente tende a farci perdere i nostri punti di riferimento», si legge nel capitolo 2,“Rilassati!”, nel quale si parla anche di due parole: “isterica”, che viene da “utero”, creata appositamente per noi donne, e “megera”, donna del passato che non voleva farsi carico di tutte le faccende di casa.
Dopo il capitolo “Impara a conoscerla”, dedicato al clitoride («possediamo il solo organo completamente dedicato al piacere sessuale e non importa a nessuno!»), nel successivo si parla del lavoro produttivo dell’uomo e di quello riproduttivo della donna. «A prima vista può sembrare un accordo piuttosto equo. A ciascuno il suo, solo che il lavoro produttivo dà diritto a uno stipendio, uno status sociale e una pensione… mentre il lavoro riproduttivo è invisibile e gratuito». Da anni i movimenti femministi fanno luce su questa disuguaglianza e cercano soluzioni per porre fine al lavoro gratuito delle donne.

La cultura dello stupro

«Questo mito è molto presente nella nostra società: gli uomini non sarebbero capaci di controllarsi e, per evitare “problemi”, spetterebbe alle donne mostrarsi meno attraenti. Questa si chiama “cultura dello stupro”. Questo mito comprende come ci si veste, come ci si muove, gli atteggiamenti. Nella vita quotidiana, molte donne hanno vissuto e vivono esperienze riconducibili alla cultura dello stupro, per combatterla bisogna lottare tutti i giorni e “discutere con gli uomini delle nostre vite (…) e insegnare loro a ricercare non il sesso ad ogni costo, ma il sesso liberamente e chiaramente consensuale». L’invito del libro è quello, prima di tutto, di rimetterci in discussione, di interrogarci sui nostri comportamenti sessuali e di passare dalla cultura dello stupro a quella del consenso.

 

Le femministe propongono da molto tempo di avviare questo cambiamento culturale.
È necessario decostruire una serie di miti e di condizionamenti sulla differenza tra aggressione e seduzione, lavorare molto sull’immagine offerta dai media degli uomini e delle donne, educare i bambini sin da piccoli.
Sarebbe da rivedere il mondo del lavoro, valorizzando lo smart working e riducendo le ore passate in ufficio o in altri luoghi professionali. «Ci ritroviamo chiusi in un sistema in cui, da una parte, le donne hanno un ruolo significativo ma sfiancante, sottovalutato e costoso in termini di carriera e stipendio mentre, dall’altra parte, gli omini rimangono intrappolati in un atteggiamento presenzialista privo di senso, ma che dà loro possibilità economiche e professionali».

Questo libro va fatto leggere agli uomini perché «mette bene in chiaro», dice Michela Murgia, «dentro a quale enorme vantaggio sociale si trovino a vivere per il solo fatto di essere figli, compagni o fratelli di donne che sono state cresciute per pensare a loro prima che a se stesse!».

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bastava chiedereEmma
“Bastava chiedere! 10 storie di femminismo quotidiano”
Editori Laterza, 2020
pp.192, 18 €

 

 

 

 

 

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Ilaria Dioguardi
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Laureata in Scienze della Comunicazione, sono una giornalista pubblicista freelance, vivo a Roma. Ho avuto ed ho molte esperienze professionali nel giornalismo, nell’editoria, nel non profit. Le mie passioni: il mio lavoro, la lettura, il nuoto.

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