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EMERGENZA CORONAVIRUS. COSÌ LA CARITAS DI GAETA RESISTE

EMERGENZA CORONAVIRUS. COSÌ LA CARITAS DI GAETA RESISTE

Servizi riorganizzati, un nuovo numero di ascolto, volontari attivi anche da casa... Ma il vero problema è l'onda lunga, quando l'emergenza finirà

Il territorio del Sud Pontino è uno di quelli in cui l’emergenza colpisce duro, mostrando le conseguenze sociali ed economiche che avrà nel tempo, ancor più che quelle sanitarie visibili ora (anche se, come è noto Fondi è zona rossa). Il volontariato dunque si confronta sì, con l’emergenza, ma guardando al futuro, e a quello che succederà dopo. Ne abbiamo parlato con il direttore della Caritas di Gaeta, Don Alfredo Micalusi.

Innanzitutto, l’emergenza Coronavirus ha costretto ad abbandonare alcuni servizi e a riorganizzarne altri. Caritas di Gaeta  ha due centri dove accoglie senza fissa dimora: il Centro Monsignor Fiore a Fondi e il Centro San Vincenzo Pallotti a Formia. «Ora però non possiamo più usare i Centri al massimo della capienza: nelle stanze ci sono i letti a castello, ma adesso facciamo in modo che ogni ospite abbia una stanza con il bagno. In sostanza, evitiamo di mettere più persone nella stessa stanza. Di conseguenza il Centro di Formia, che ha 24 posti, adesso può metterne a disposizione solo 9 e non possiamo prendere altre persone, che pure bussano alla nostra porta. Una seconda limitazione deriva dal fatto che il nostro personale è molto ridotto, perché molti volontari sono anziani, oppure a casa hanno nipotini e altre persone e vogliono giustamente proteggersi e proteggerle. Di conseguenza hanno scelto di rimanere a casa. Rimangono quindi alcuni ragazzi e qualche volontario, che con generosità rimangono sul campo».

La distribuzione dei pasti

A Fondi e a Gaeta ci sono anche le mense, «ma non possiamo più servire pasti caldi al tavolino, perché non potremmo garantire le distanze, e inoltre prima, grazie al Comune, per i pasti ci servivamo del catering che serve anche le scuole, ma che ora ha sospeso il servizio. Perciò continuiamo a distribuire pasti, ma da asporto. In questo è fondamentale l’aiuto dei volontari, da casa: cucinano in porzioni singole. C’è quindi una rete di solidarietà anche tra i volontari, anche se fisicamente non vengono».

 

I volontari che cucinano da casa sono tanto più preziosi, dal momento che il dormitorio di Formia è diventato struttura residenziale, in cui gli ospiti restano tutto il giorno. «Abbiamo fatto questa scelta per ottemperare alle misure restrittive», spiega Don Alfredo. «Chi sta da noi, deve rimanerci tutto il giorno: purtroppo  non possiamo accettare persone che di giorno vanno in giro e la sera si presentano per entrare al centro. Non siamo attrezzati per il triage, né per le distanze di sicurezza: è un edificio vecchio, che non lascia scelta in questo senso. Quindi gli ospiti che abbiamo in casa sono da ormai da quasi 15 giorni fissi qui e non escono, se non per una boccata d’aria sulla porta del centro. E quando un ospite è fisso tutti i giorni per 24 ore al giorno, non puoi dargli solo panini: a volte cuciniamo a noi, a volte ci aiutano i volontari da casa».

Restare vicini

Molti altri servizi hanno dovuto essere sospesi. Ad esempio le scuole di italiano, frequentate soprattutto dai braccianti agricoli che lavorano nella zona. «Erano molto frequentate», racconta don Alfredo: «solo a Salto di Fondi c’erano 57 studenti tra indiani, pakistani e bengalesi e così via. Abbiamo preparato un messaggio di solidarietà, insieme all’Ufficio Migrantes della diocesi, da mandare a questi nostri amici che continuano a lavorare per far arrivare frutta e verdura fresche sulle nostre tavole, e stiamo cercando di procurare loro anche delle mascherine, perché sul lavoro non è facile mantenere le distanze di sicurezza».

Purtroppo, come ben sanno le associazioni, procurarsi le mascherine non è facile, e allora aiuta il fai-da-te: «La delegazione regionale della Caritas ce ne ha fatto arrivare un po’, e le abbiamo distribuite. Ma poi abbiamo anche un’altra filiera di mascherine fatte in casa, con tre strati di cotone, che speriamo riescano a proteggere, anche se non hanno la certificazione».

Un nuovo servizio di ascolto

Secondo don Alfredo,  «La categoria che soffre di più in questo momento è quella dei lavoratori irregolari, che lavoravano in nero e quindi non hanno garanzie previdenziali, neanche quelle previste dal decreto Cura Italia: non potendo lavorare sono esposti a un periodo di estremo disagio».

caritas di gaetaPer questo abbiamo attivato un servizio di ascolto telefonico a cui arrivano le richieste più diverse: chi non può attivare la bombola del gas, chi non può comperare da mangiare… I volontari rispondono da casa e sono qualificati: c’è uno psicologo e c’è un assistente sociale, «quindi hanno anche la professionalità per assistere psicologicamente le persone che chiamano. Se ci sono necessità materiali, invece, ci attiviamo con le Caritas parrocchiali, per evitare troppi spostamenti. E chiaramente le sosteniamo anche con un aiuto economico, se è necessario per poter intervenire in favore delle famiglie nel bisogno».

Fare rete per l’onda lunga

Il problema, però, non è solo affrontare l’emergenza. Il direttore della Caritas di Gaeta è preoccupato per l’onda lunga: «Caritas Italiana ha già messo in campo risorse per questa prima emergenza, ma nei prossimi mesi, quando l’epidemia – speriamo – si calmerà, gli effetti su queste famiglie si faranno sentire:  sarà un’onda davvero grande e devastante. Uno tsunami».
Per affrontarla è importante la collaborazione con le istituzioni e per fortuna «fino ad ora  c’è stata un’ottima collaborazione con i Comuni di Formia e di Fondi e ci aspettiamo che continui e anzi si intensifichi. Ci conforta anche il fatto che il vescovo, Monsignor Luigi Vari, ci sta molto vicino: è venuto a distribuire ai pasti alla mensa Di Liegro, ha telefonato a tutti gli operatori, ci sostiene…».

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