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chiusura dei manicomi

“AVEVO SOLO LE MIE TASCHE”: FINIRE IN MANICOMIO A 16 ANNI

“AVEVO SOLO LE MIE TASCHE”: FINIRE IN MANICOMIO A 16 ANNI

Alberto Paolini racconta la sua storia, da quando fu internato alla chiusura dei manicomi: 42 anni di vita sospesa

Ci sono primati di cui, passati un po’ di anni, non ci si può più vantare. Nel 1939 l’Italia è stato il primo paese a sperimentare l’elettroshock: a Roma, sui maiali del Mattatoio. Quella nuova tecnica venne salutata e considerata con un vanto, un segno di progresso, e quindi poi applicata abitualmente sulle persone internate nei manicomi. Anche se non necessariamente erano matte.

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Alberto Paolini durante la presentazione del libro

Alberto Paolini in manicomio – il Santa Maria della Pietà a Roma – c’è finito nel 1948: aveva 16 anni ed era, in fondo, solo un ragazzino abbandonato. Era nato in una famiglia povera e cresciuto in collegio, nel quale si era trovato male anche a causa del bullismo e dal quale ad un certo punto sembrava potersi liberare grazie ad una famiglia “benefattrice”. La quale però l’aveva trovato strano, quel ragazzo così taciturno e timido. E poi si avvicinava il Giubileo del 1950, e bisognava liberare le strade dagli sciuscià –  i bambini orfani di guerra che vivevano di espedienti – e quindi servivano posti nei collegi… insomma, una serie di coincidenze e superficialità lo fecero approdare al Santa Maria della Pietà.

La chiusura dei manicomi

Ci restò per 42 anni, subì vari elettroshock, venne dimenticato dal mondo e si dimenticò del mondo. Tanto che, quando venne la legge Basaglia e iniziarono le pratiche per la chiusura dei manicomi, per lui fu un trauma: aveva imparato a vivere dentro l’istituzione chiusa, qualche amico tra gli altri ricoverati se l’era fatto, fuori non sapeva cosa avrebbe trovato e come lo avrebbe affrontato. Lo aspettava una casa famiglia, e alla fine ce l’ha fatta.

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La presentazione di “Avevo solo le mie tasche”, il 2 febbraio 2016

Alberto Paolini ha raccontato la sua storia in un bel libro che si intitola Avevo solo le mie tasche. Manoscritti dal manicomio. Agli internati, infatti, non era consentito tenere nulla, se non quello che poteva stare nelle tasche. Paolini raccoglieva i foglietti che trovava in giro e li riempiva di appunti, con caratteri piccoli per risparmiare spazio. Alcuni di quei foglietti è riuscito a conservarli negli anni e sono finiti nel libro, la cui prima prima parte è la sua autobiografia, mentre la seconda raccoglie poesie, racconti, testi sopravvissuti al tempo.

L’inferno dentro e fuori

«Ho avuto due problemi», ha spiegato Paolini intervenendo alla presentazione del libro organizzata da Avo e da Cesv, «uno è di essere entrato in manicomio, ma prima c’è stato quello di avere avuto una mamma cattiva. Non mi voleva: mi picchiava senza ragione, mi chiudeva solo dentro casa per ore e non potevo accendere la luce, mi proibiva di parlare con le persone. Ho avuto difficoltà a imparare a parlare, perché in casa non parlavo con nessuno».

È difficile, oggi, capire e accettare le ragioni che hanno reso possibile a un adolescente, che non aveva una diagnosi di malattia mentale, di essere chiuso in un’istituzione totale per tanti anni – una vita. La chiusura dei manicomi l’ha liberato, ma non gli ha restituito ciò che gli era stato tolto. Come ha detto durante la presentazione libro Pier Paola Parrella, di Avo Roma, indignarci dopo tanto tempo può aiutarci a sostenere molte famiglie oggi, sostenendone i diritti”.

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chiusura dei manicomiAntonio Paolini

Avevo solo le mie tasche. Manoscritti dal manicomio
Ed. Sensibili alle Foglie 2016
pp. 144 € 15.00

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Un commento su ““AVEVO SOLO LE MIE TASCHE”: FINIRE IN MANICOMIO A 16 ANNI

  1. Una persona splendida, ricca di affetto e voglia di essere come tutti. Io l’ho conosciuto, e non era posto per lui quello. aveva una scrittura di una perfezione incredibile; una calligrafia che si poteva conforndere con lo stampato, e in ogni stile.
    Una persona colta, che amava confrontarsi ma aveva paura di essere allontanato dalla gente.
    Io l’ho conosciuto. Mai lo dimenticherò.
    L’ho sentito anche qualche tempo fa.
    Alberto, ti ricordo con grande affetto,
    Serena

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