“DEGENZA E CONOSCENZA”: I MONUMENTI DI ROMA DIVENTANO TERAPEUTICI

La storia entra nei Servizi psichiatrici di Diagnosi e cura grazie a ai giovani in servizio civile. Intervista con Pierpaola Parrella

di Simone Chiarella

Il primo impatto con un Servizio psichiatrico di diagnosi e cura (Spdc) è tutt’altro che rassicurante. Superato l’impatto iniziale, si palesano persone come me, come voi, però con il peso del disagio mentale. L’occasione della visita è il progetto Degenza e conoscenza: la storia di Roma entra negli ospedali. Il progetto della Sovrintendenza ai beni culturali di Roma Capitale prevede che giovani in servizio civile, opportunamente formati, entrino negli Spdc e parlino della storia dei monumenti di Roma, con il supporto di immagini. Un modo per distrarli, facendoli uscire ”virtualmente” dalla malattia ed entrare in una realtà storica che ha degli aspetti di estrema attualità. Tra le strutture coinvolte c’è anche l’ospedale Santo Spirito in Saxia.
E i pazienti di un reparto di psichiatria come rispondono ad una iniziativa del genere? C’è chi segue con interesse, chi ascolta in silenzio, chi interrompe per porre interrogativi, chi zittisce il vicino perché fa troppe domande e tutti sembrano sentirsi in un altro luogo. Attorno una equipe di medici, infermieri e volontari che con una attenzione amorevole seguono questi pazienti.

Pierpaola Parrella, volontaria Avo Roma (Associazione volontari ospedalieri), da più di vent’anni è vicina ai pazienti del reparto di psichiatria del S.Spirito. Con lei abbiamo parlato del progetto “Degenza e conoscenza”.

Degenza e Conoscenza
L’ospedale Santo Spirito, a Roma

Pierpaola, cos’è il progetto Degenza e Conoscenza?
«Questo progetto nasce con lo scopo di portare la conoscenza all’interno delle strutture ospedaliere. Durante la degenza si cerca di dare ai pazienti l’opportunità di impegnare il tempo in maniera diversa. Soprattutto in un reparto psichiatrico una iniziativa del genere è molto importante. I pazienti si sono molto affezionati a questo progetto e spesso sono proprio loro a chiederci informazioni sui prossimi incontri».

Cos’è un Servizio psichiatrico di diagnosi e cura?
«Potremmo considerarlo come un pronto soccorso della mente. Nella nostra struttura arriva chi è nella fase acuta della malattia ed ha bisogno una terapia adeguata. A volte si tratta anche di casi di Trattamento sanitario obbligatorio (Tso), ovvero quelle situazioni in cui il paziente può arrecare un danno a se stesso o agli altri. Una volta arrivato nella struttura, si cerca di fare una diagnosi e di dargli una terapia adeguata. Di solito la durata della permanenza nel reparto non dovrebbe superare i 7 giorni, ma spesso si protrae anche per molto più tempo. I posti letto a disposizione sono dodici, ma i pazienti superano sempre quel numero perché nella nostra struttura arriva anche chi non può più usufruire dei servizi che venivano erogati dalle strutture che sono state chiuse. Questo è il motivo per cui il nostro bacino d’utenza si è molto ampliato. Dopo una adeguata terapia, si cerca di far tornare il paziente in uno stato di tranquillità, dopodichè viene dimesso e indirizzato verso le comunità riabilitative del disagio mentale o nelle cliniche psichiatriche. Quando è possibile il rientro a casa, i pazienti continuano le terapie nei centri di salute mentale».

Quali pazienti passano attraverso questa struttura?
«Di tutti i tipi. Da diversi anni, purtroppo, abbiamo anche molti casi di doppia diagnosi, ovvero accanto ai casi di disagio mentale i pazienti hanno anche problematiche legate all’abuso di alcool, di droghe. Così come troviamo sempre più casi di disagio sociale, soprattutto nel caso degli extracomunitari che portano sulle proprie spalle un peso aggiuntivo dovuto al loro status. Dal punto di vista psichiatrico, troviamo pazienti con schizofrenia, psicosi, depressione e poi si aggiungono tutti quei pazienti che, in quanto dipendenti da alcol o droghe, sviluppano situazioni di disagio mentale o, viceversa, coloro che a causa di un disagio mentale arrivano all’uso di alcol o di droghe».

La società come vede chi soffre di disagio mentale?
«Purtroppo lo stigma nei confronti di chi soffre di disagio mentale persiste e la società ha un rapporto tutt’altro che sereno con questa realtà. È assurdo pensare che esistano malattie di serie A e malattie si serie B. Il disagio mentale viene quasi sempre considerato come una malattia di serie B. Immaginiamo all’interno di un ufficio un impiegato che va a seguire il proprio parente in ospedale per una malattia qualsiasi. In questi casi l’atteggiamento degli altri è di comprensione, di solidarietà. Se, invece, si segue un parente all’interno di un Servizio psichiatrico, si viene subito additati come la moglie del matto, il padre del matto e così via. Questo è l’atteggiamento prevalente che il modo esterno ha nei confronti di questa realtà. Per non parlare di come il mondo dell’informazione tratta il tema del disagio mentale. Spesso e volentieri il raptus mentale viene identificato con il disagio mentale. Cosa sbagliatissima. Le persone hanno paura. Come se si dovesse avere più paura delle persone che soffrono di disagio mentale che non di tutti coloro che non ne soffrono e che sono protagonisti di violenze, aggressioni. Sono 22 anni che entro in questa struttura e ogni giorno trovo molto amore e molta umanità anche fra gli stessi pazienti che, pur non conoscendosi, se hanno una sola sigaretta non hanno problemi a spezzarla e a dividerla con chi gli è accanto. Durante tutti questi anni ho visto moltissimi episodi di solidarietà e generosità sorprendenti. Questa solidarietà spesso è difficile da trovare nel mondo esterno».

I familiari come vivono il disagio dei loro cari?
«I familiari dei pazienti vivono molto male il disagio mentale dei loro cari. I familiari, a volte, non hanno la forza necessaria per seguirli. Conosco mamme anziane che da sempre dormono con un occhio aperto e uno chiuso, perché non hanno nessun tipo di aiuto. Dall’esterno non c’è supporto. Spesso c’è scarsa conoscenza anche in tema di diritti. A volte, anche i medici di base non sanno dove indirizzare quei pazienti che accusano segni di disagio mentale».

Dal punto di vista normativo quali vuoti devono essere colmati?
«C’è bisogno soprattutto di una legge che eguagli e che non permetta più di distinguere tra malattie di serie A e malattie di serie B. In molti ospedali i Servizi psichiatrici di diagnosi e cura vengono considerati come fanalini di coda. Nell’Spdc dell’ospedale S.Spirito le cose funzionano molto bene. Di questo dobbiamo ringraziare la direzione sanitaria, che ha cercato di valorizzare il nostro reparto. Ma quello accade qui non accade dappertutto. Un ruolo fondamentale, inoltre, spetta all’informazione sui diritti che spettano ai pazienti. Di questo dovrebbe occuparsene lo Stato».

Cosa significa fare volontariato in un Spdc?
«Significa condividere una parte di vita che non ti aspetti. Significa vedere la vita con altri occhi e rendersi conto di quanto dolore, sofferenza e ingiustizia ci siano. Quando si esce fuori da questo luogo si guarda la realtà con occhi diversi».

Cosa ti auguri per il futuro?
«Mi auguro che non ci sia più un approccio di chiusura nei confronti del disagio mentale e che venga considerato come una qualsiasi altra malattia. Mi auguro che le persone non abbiano più paura e che la società smetta di considerare queste persone come dei mostri. Questi pazienti hanno gli stessi bisogni e gli stessi desideri di qualsiasi altra persona. Chi ha un disagio mentale spesso è in grado di condurre una vita simile a quella di qualsiasi altra persona. È il caso di rifletterci sopra. Spero che dopo aver letto questa intervista a qualcuno venga in mente di venire a farci visita e di darci una mano. Non ci sostituiamo alle istituzioni. Noi condividiamo con questi pazienti non solo le parole, ma anche i silenzi. Dare una mano potrebbe essere un’occasione per arricchire la vita di ciascuno di noi».

“DEGENZA E CONOSCENZA”: I MONUMENTI DI ROMA DIVENTANO TERAPEUTICI

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