SALUTE MENTALE: LA RIVOLUZIONE DEL FARE ASSIEME

Secondo il movimento Le Parole ritrovate ci sono 5 nodi da portare all'attenzione durante la Conferenza Nazionale sulla Salute Mentale

di Lucia Aversano

Utenti, familiari, cittadini, operatori e amministratori sono gli attori che animano il movimento Le parole ritrovate che, del “fareassieme”, ovvero della valorizzazione dell’esperienza, fanno il loro approccio nella salute mentale. Il movimento nasce a Trento nel 1993 con lo scopo di “darsi convegno” e, da allora, vede la partecipazione, sempre più numerosa, di operatori provenienti da tutta Italia. Il 12 giugno scorso, con il webinar dal titolo “Le parole ritrovate: la rivoluzione del fareassieme”, gli operatori di tutta Italia, dal Trentino alla Sicilia passando per Roma, hanno cercato di fare il punto sulle buone prassi. Lo scopo del webinar però è stato anche quello di coinvolgere tutte le realtà che si occupano di salute mentale, che ancora non sono state raggiunte dal movimento, per far sentire la propria voce alla Conferenza nazionale sulla Salute mentale, organizzata dal Ministero della salute per il 25 e il 26 giugno, a cui il movimento ha chiesto ufficialmente di portare il proprio approccio.

I 5 nodi da sciogliere

Dopo un cospicuo numero di interventi, Renzo De Stefano, psichiatra, ex direttore del Dipartimento di salute mentale di Trento nonché co-fondatore e referente del movimento Le Parole Ritrovate,  ha indicato i 5 punti fondamentali sul quale il movimento deve far sentire con forza la propria voce.

Il primo nodo fondamentale è relativo alla prima accoglienza: «il buon senso ci dice», chiosa De Stefano, «che la persona che arriva in un centro di salute mentale dovrebbe trovare un’accoglienza calorosa, affettiva, amicale e improntata sulla fiducia. L’esperienza, invece, ci dice che troppo spesso, quando si arriva a un servizio di salute mentale, quel calore e quella fiducia non si trovano; è necessario insistere su questo aspetto perché il primo arrivo condiziona il proseguo di tutto il percorso di cura.»

Un altro tema importante e che va potenziato, secondo il movimento, è il coinvolgimento delle famiglie: «bisogna rimarcare con forza che l’inserimento delle famiglie, dal primo all’ultimo giorno, è la conditio sine qua non per far sì che la famiglia possa avere la risposta migliore. Spiace vedere che, invece, spesso le famiglie si trovano di fronte a una porta chiusa e non hanno accesso al percorso di cura del loro familiare, e quando chiedono di poter partecipare al percorso, la risposta alla loro domanda è quasi sempre no».

Il terzo punto emerso durante il webinar è correlato alla centralità dell’utente: «troppe volte, nelle pratiche dei servizi mentali, il volante del percorso di cura è in mano ai professionisti e gli utenti hanno un ruolo del tutto secondario.» In questo aspetto, gioca un ruolo fondamentale il recovery (modello di approccio nella cura della persona con disagio psichico, multidimensionale, che mira a una vita produttiva e soddisfacente anche con i limiti della disabilità psichica), che è ormai una pratica scientifica a tutti gli effetti.

Il quarto punto riguarda il momento più delicato del percorso di cura, ossia quello che inizia con la crisi, che sfocia nel tso e che porta nel reparto, con provvedimento di contenzione. Il movimento ha espresso grande preoccupazione per la modalità con cui questi interventi integrati vengono eseguiti e sottolinea la possibile gestione alternativa: «una delle prime cose da fare è prendere l’orologio ed eliminarlo», spiega De Stefano. «Troppi operatori gestiscono crisi, tso e contenzioni, con orologio alla mano e praticando tali azioni in 3-5 minuti. È chiaro che questa è una cosa inconcepibile, perché la sofferenza della persona e della sua famiglia cresce a dismisura. Laddove esiste la disponibilità a dare via l’orologio e a impegnarsi 70 volte 7, investendo le risorse adatte e utilizzando gli strumenti giusti si può agire diversamente e si possono evitare queste azioni che poi rimangono nella memoria delle persone che si portano delle ferite nel tempo, difficilmente sanabili. Chiaro che non è facile e ci vuole la formazione giusta» alle spalle, ma si deve lavorare in questa direzione.

L’ultimo, secondo Le Parole Ritrovate,  aspetto evidenziato è quello legato alla mancanza di aree dedicate alla dimensione psicosociale degli utenti: «la maggioranza dei dipartimenti di salute mentale, in Italia, non ha aree dedicate all’abitare, al lavoro e alla socialità. In questi dipartimenti il farmaco la fa da padrone, mentre abbiamo visto che nelle realtà in cui questi tre aspetti della vita, fondamentali per tutti, vengono messi in atto, si sono ottenuti risultati straordinari».

Buona prassi: Spazio baby per madri dipendenti

Dei numerosi interventi fatti da utenti e operatori dei diversi servizi di salute mentale, quello del Ser.D. (ex Ser.T.) di Genova merita una menzione speciale poiché presenta una nuova prassi che potrebbe essere ripetuta per altri servizi per le dipendenze patologiche. Da due anni è infatti attivo presso il Ser.T. del Distretto 9 di Genova, uno spazio dedicato ai più piccoli. Laura Miglio, infermiera presso il Ser.T., ha spiegato che lo spazio bimbi è nato per via dell’aumento delle giovani mamme nell’utenza dei servizi per le tossicodipendenze. «Il Ser.T. è sempre stato un ambiente molto chiuso, dove non entrano i familiari, e dove soprattutto non ci sono bambini, ma negli ultimi tempi è aumentato notevolmente il numero di giovani mamme che portano i loro figli all’interno del servizio. Così abbiamo cercato di migliorare la nostra accoglienza per i più piccoli, allestendo degli spazi a loro dedicati, dove possono stare mentre attendono le loro madri che fanno i colloqui, o ritirano la terapia. Questo cambiamento serve anche ad abbattere lo stigma che grava sui nostri utenti e vede i nostri servizi come servizi di serie B, sebbene siano dei percorsi di cura al pari degli altri. Pensiamo che sia importante coinvolgere i bambini nei percorsi di cura e crediamo che questo coinvolgimento possa essere di sostegno ai genitori nell’affrontare certe dinamiche. Inoltre la presenza dei bambini è visibile a tutta l’utenza, e questo ha fatto sì che si attutissero quelle tensioni che in questo servizio a volte possono presentarsi».

 

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