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LA COSTITUZIONE CI CHIEDE PIÙ PARTECIPAZIONE

LA COSTITUZIONE CI CHIEDE PIÙ PARTECIPAZIONE

"Romanzo popolare" è il libro di Cotturri sul rapporto tra costituzione e cittadini. Un rapporto che chiede nuove forme di partecipazione

Benigni la definì la Costituzione “più bella del mondo”. Forse esagerava, ma certo è una delle più belle. Tanto da essere un romanzo popolare, la storia del rapporto tra costituzione e cittadini, perché è entrata nel cuore del popolo italiano e nelle sue forme espressive migliori: associazioni, movimenti, luoghi di partecipazione. E proprio loro le hanno dato forza e ne hanno sviluppato i valori.

Si è discusso del libro di Giuseppe Cotturri, “Romanzo popolare. Costituzione e cittadini nell’Italia repubblicana” durante la presentazione organizzata da CSV Lazio martedì 10 dicembre.  Perché proprio il mondo della cittadinanza attiva è il fronte sul quale oggi si riscopre la costituzione, «non solo perché è la sola difesa che abbiamo, ma perché è l’occasione per ritrovare un senso e orientare la ripresa politica», ha detto l’autore, convinto che «una cultura politica diversa avanza sulle gambe di quel che si chiama cittadinanza attiva».

 

LA PARTECIPAZIONE. La nostra Costituzione è bella, ha ricordato Guido Memo, perché è aperta ai diritti sociali, e perché apre la partecipazione non solo ai partiti, mettendo a disposizione altri strumenti, come i referendum, le leggi di iniziativa popolare e la possibilità che anche un singolo cittadino possa presentare un’interpellanza alla Camera». E questo  è importante oggi, che i partiti sono in crisi anche forma di rappresentanza e di partecipazione, ma lo è stato sempre, nella storia sociale del nostro Paese, tanto è vero che «le grandi riforme, in genere, non sono nate su proposta dei partiti, dalla riforma sanitaria in poi». E oggi esistono una pluralità di soggetti che si impegnano non per gli interessi di un gruppo o di una parte, ma per l’interesse generale, e che trovano proprio nella Costituzione – e nel cambiamento del 2001, che con l’art. 118 ha introdotto il principio di sussidiarietà – il loro punto di appoggio.

 

costituzione e cittadiniUNA DEMOCRAZIA PROGRESSIVA. La nostra Costituzione è bella anche perché disegna una democrazia progressiva: lo scrive Cotturri e l’ha ripreso Francesco Marsico, responsabile dell’area nazionale di Caritas Italiana, ricordando che è attraverso l’impegno sociale che si è realizzata una partecipazione più generale, rispetto a quella passata attraverso i partiti: «i soggetti sociali non si limitano a dare voce ai diritti negati, ma avanzano proposte e quindi partecipano al governo del Paese. Non si limitano a bussare alla porta, ma ne sono parte». Dagli anni settanta in poi hanno valorizzato le competenze del cittadino comune e hanno formato élite. In movimenti popolari come l’Azione Cattolica, le Acli e pi anche la Caritas si sono formate persone «che hanno vissuto e superato il dramma del collateralismo ai partiti e hanno saputo immaginare processi di partecipazione alternativi a quelli vigenti». Il riferimento è a persone come  Maria Eletta Martini, Luciano Tavazza, monsignor Luigi Nervo, monsignor Giuseppe Pasini. Oggi servono «élite diffuse e radicate, capaci di stare dentro i movimenti popolari e costruire culture diffuse». Servono «codici della partecipazione, che si imparano ed elaborano dentro luoghi di partecipazione, come erano un tempo i partiti stessi, i sindacati, le parrocchie…». E servono «spazi di elaborazione che siano in grado di avviare processi, come sono L’Alleanza contro la povertà  o il Forum Disuguaglianze Diversità».

 

IL BENE COMUNE. La nostra costituzione è bella perché è aperta e inclusiva. Ad esempio il già citato articolo 118, riconoscendo il ruolo dei cittadini singoli e associati, «introduce un elemento innovativo nella democrazia liberale», perché la partecipazione politica non è più limitata ai rappresentanti del popolo. Ma, ha fatto notare il presidente di CSV Lazio Renzo Razzano, «questo meccanismo può essere anche conflittuale e contradditorio. Tanto più che la definizione di “bene comune” e di “interesse generale” non sono affatto scontati e che abbiamo visto come i processi partecipativi spesso mettono in campo interessi particolari o spinte contrastanti». Su questo, i CSV, secondo Razzano, possono giocare un ruolo importante, perché «sia per il loro ruolo, sia per il rapporto diretto con il volontariato, possono essere una presenza formativa, che abitui  persone e associazioni a considerare i problemi non solo dal loro punto di vista».

 

crisi della partecipazioneA OGNUNO IL PROPRIO RUOLO. La nostra costituzione è bella perché responsabilizza tutti.  È nel mondo della cittadinanza attiva, che bisogna cercare i nuovi modelli di partecipazione che rispondano a quella che Emiliano Monteverde, assessore alle Politiche sociali del Municipio 1 a Roma,  ha definito «crisi di questo sistema democratico e dei suoi modelli di partecipazione». Prima, infatti, «c’era da parte dei partiti una specie di supponenza (“noi governiamo, voi distribuite le coperte”, “io sono la politica e tu l’ancella”), oggi c’è una specie di sovrapposizione di ruoli, per cui anche le sedi di partito “distribuiscono le coperte” per dimostrare il loro radicamento». Una confusone che, decisamente, non aiuta. Per questo «la politica deve riconoscere il proprio limite, senza fare quello che i cittadini devono fare autonomamente, e nello steso tempo deve riconoscere la politicità del sociale».  Ognuno, quindi, deve prendersi le proprie responsabilità, anche sapendo che i problemi non si risolvono con la bacchetta magica, e anzi richiedono fatica e soprattutto tempo, «per costruire percorsi e relazioni, nei quali tutti siano parte della macchina decisionale. L’alternativa è lasciar vincere il tentaivo di scaricare sugli altri le responsabilità».

 

PER UNA NUOVA PARTECIPAZIONE. Anche secondo Cotturri «le forze sociali devono prendere coscienza delle propria responsabilità politica», tanto più che negli anni abbiamo dovuto assistere «ad un progressivo svuotamento delle istituzioni politiche, praticato anche se non detto», mentre le forze politiche tradizionali «non solo non riescono a dare una definizione di “interesse generale”, ma a volte sono nemiche di questo concetto». E sono diventate incapaci di stare dentro ad un dibattito, che pure sarebbe fondamentale perché «il dibattito è un processo di apprendimento». In questo contesto «i cittadini si autoorganizano e costruiscono bene comune. Ed è la prassi diffusa che nasce da questo impegno che indirizza le istituzioni di governo, locale e non. Compito delle istituzioni e sostenere queste prassi ed evitare di fare politiche contrarie».

Proprio perché il romanzo popolare non è concluso, e la nostra è una democrazia progressiva, è necessario prendere atto «che i partiti non bastano più e che è necessario mettere a punto nuove procedure di coinvolgimento che, invece di escludere, allarghino la partecipazione a diversi soggetti sociali», ha concluso Cotturri. Che, nel libro, propone, fra gli altri interventi sulla Costituzione, anche una riscrittura dell’articolo 49, introducendo, accanto al diritto dei cittadini di associarsi in partiti, nuove forme di referendum, petizioni al Parlamento, proposte di legge di iniziativa popolare, autonome attività civiche per la realizzazione di interessi generali.

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cittadini e costituzioneGiuseppe Cotturri
Romanzo popolare. Costituzione e cittadini nell’Italia repubblicana
Castelvecchi 2019
pp. 268, € 20,00

 

 

 

 

 

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