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DECRETO SICUREZZA. GIRO DI VITE SUI PERMESSI UMANITARI

DECRETO SICUREZZA. GIRO DI VITE SUI PERMESSI UMANITARI

Al Senato il decreto bandiera di Salvini. Si chiude con la protezione umanitaria, ci saranno più irregolari e meno sicurezza

Approda oggi in aula al Senato il decreto sicurezza e immigrazione (qui il testo in discussione), provvedimento-bandiera di Matteo Salvini, Capitan-segretario della Lega, vicepremier e Ministro dell’Interno: una stretta secca sui permessi di soggiorno relativi ai migranti “non economici”, un ridimensionamento verticale dello Sprar, il sistema di accoglienza a cui aderiscono oltre 1.200 Comuni, quel che rimane dell’integrazione sottoposto a una occhiuta vigilanza, a cominciare dalle norme relative all’acquisizione della cittadinanza per matrimonio. Per Salvini la questione è sempre stata una delle conditio sine qua non per l’avvio del governo e adesso che l’esecutivo giallo-verde naviga – fra dispetti, sospetti e manine – verso il mezzo anno di esistenza, con la Lega che vola al 34%, lo porta all’incasso. Realisticamente lo incasserà senza grosse concessioni alla dissidenza pentastellata.

Per il momento sono solo quattro i senatori Cinque Stelle che hanno annunciato pubblicamente un no a geometria variabile (uscita dall’aula, voto contrario, non voto): Elena Fattori, Paola Nugnes, Gregorio De Falco, Matteo Mantero. Quest’ultimo pronto anche a dire no anche alla di fiducia, che il leader della Lega non sarebbe però orientato a porre. Perché alla fine i numeri non mancheranno.

 

LE FORZE IN CAMPO. Se infatti sulla carta le forze di governo al Senato hanno solo sei voti più della maggioranza assoluta (167 su 161), a questi vanno aggiunti 4 del Gruppo Misto e qualcosa delle Autonomie. Non solo. Se è vero che il dissenso grillino è dato in espansione, Salvini può contare sul soccorso sovranista di Giorgia Meloni: Fratelli d’Italia – 18 senatori – ha già detto che dirà sì. E probabilmente su quello azzurro di Forza Italia, che critica (da destra: Gasparri dice che ci sono pochi soldi per incrementare l’organico della forze dell’ordine), ma nicchia. E visto che sono previsti oltre 70 voti segreti, c’è da scommettere che molti azzurri voteranno a favore. Tutto fieno in cascina che neutralizza i maldipancia 5 Stelle e che, per lo meno su alcuni temi, dimostra una certa autonomia della Lega rispetto a una controparte in affanno che sconta un travaso di consensi proprio verso il Carroccio.
Proprio per questo, invece, Di Maio sta pensando di metterla. O meglio: preferirebbe usare il voto sul decreto sicurezza come ‘ritorsione’ per il no leghista sulla prescrizione. Ma senza fiducia, il decreto finirebbe per passare con i voti della destra (e con molte più defezioni grilline di quelle ufficiali), facendo apparire il Movimento troppo diviso come una costola della destra stessa. Quindi domani in Senato il voto di fiducia potrebbe essere posto – Di Maio lo ha annunciato. Un segnale di debolezza dei pentastellati
Dunque entro la settimana il provvedimento dovrebbe passare al Senato per poi essere esaminato alla Camera, dove la maggioranza è blindata e la strada in discesa.

 

MENO PERMESSI, PIÙ IRREGOLARI. E così, con ogni probabilità entro la fine dell’anno diventerà legge un provvedimento scritto all’insegna del leit motiv  salvinano: “È finita la pacchia”, rivolto ai migranti. Ma che di per sé non blocca i flussi, non riesce a intervenire con efficacia sulle espulsioni – è stato lo stesso Salvini ad ammetterlo – e che, stringendo le maglie del riconoscimento dei permessi di soggiorno, rischia invece di far crescere il numero degli irregolari Italia, attualmente stimati, a seconda degli studi, in un range fra i 250 e 500mila. Riducendo poi i margini di integrazione per i regolari e dunque socchiudendo le porte allo scivolamento verso criminalità e sfruttamento lavorativo di chi si colloca nella zona grigia dell’attesa o, appunto, dell’ irregolarità. Di seguito i punti dirimenti del testo relativi all’immigrazione, al netto delle eventuali modifiche d’aula.

 

SI CHIUDE IL CAPITOLO DELLA PROTEZIONE UMANITARIA che non sarà più contemplata. E c’è da chiedersi che cosa ne sarà di coloro a cui a cui sta scadendo o è scaduta, al netto delle disposizioni transitorie, visto che il sistema delle espulsioni non funziona. Si  prevedono invece permessi speciali per specifiche categorie di migranti: vittime di grave sfruttamento, motivi di salute, violenza domestica, calamità nel paese d’origine, cure mediche e atti di particolare valore civile. Solo i titolari di questi permessi, i minori stranieri non accompagnati e coloro ai quali le Commissioni territoriali hanno già riconosciuto la protezione internazionale potranno entrare nel sistema Sprar, dove fino a oggi approdavano anche i richiedenti asilo. Tradotto: drastico contenimento delle forme di integrazione messe in campo dai Comuni a cui si riduce l’accesso. Coloro che hanno presentato domanda di asilo finiranno in blocco nei Centri di accoglienza secondaria (Cas) o nei Cara (Centri di accoglienza per richiedenti asilo), in attesa che si pronuncino le Commissioni territoriali. Chi rientra nello Sprar non potrà comunque essere iscritto all’anagrafe anche se questo non pregiudicherà l’accesso al servizio sanitario, al lavoro, l’iscrizione scolastica dei figli, le misure di accoglienza.

 

CAMBIANO ANCHE I TEMPI DI PERMANENZA NELLE STRUTTURE che fanno capo alle prefetture. Negli hot spot (i primi punti di approdo), dove oggi non si dovrebbe sostare più di 48 ore, si potrà arrivare fino a 30 giorni. Nei centri di permanenza per il rimpatrio fino a 180 giorni (oggi 90) in modo da aver tempo per organizzare l’esecuzione del rimpatrio. Faccenda non semplice visto che, secondo dati del Viminale, l’anno scorso sono stati rimpatriati 6.340 migranti, molti di più dell’anno precedente, ma sempre una goccia nel mare degli irregolari, destinati ad aumentare. Fra le difficoltà legate ai rimpatri non ci sono solo i costi per persona – decisamente onerosi – ma anche la mancanza di accordi di riammissione con molti dei paesi di provenienza. Stando così le cose, il rischio è che i tempi di permanenza nei Cpr si prolunghino configurando forme di detenzione amministrativa e potenziali detonatori sociali. Il decreto prevede inoltre la costruzione di nuovi centri data la cronica carenza di posti in quelli attualmente esistenti.

 

I CASI DI REVOCA ED ESPULSIONE. È prevista la revoca della cittadinanza acquisita e l’espulsione immediata per chi viene condannato in via definitiva per reati di terrorismo. Nel caso in cui  un richiedente asilo venga sottoposto a un procedimento penale o condannato «anche con sentenza non definitiva», per un reato di particolare allarme sociale (terrorismo, violenza sessuale, sfruttamento sessuale dei minori, rapina, produzione, detenzione e traffico di sostanze stupefacenti, rapina ed estorsione, furto, furto in appartamento, minaccia o violenza a pubblico ufficiale) «il questore ne dà tempestiva comunicazione» alla commissione territoriale deputata a decidere sulla domanda di asilo «che provvede nell’immediatezza all’audizione dell’interessato e adotta contestuale decisione». Solo in caso di rigetto «il richiedente ha l’obbligo di lasciare il territorio nazionale, in pendenza di ricorso avverso la decisione della commissione».
È possibile chiedere la riapertura del procedimento entro dodici mesi dalla sentenza definitiva di assoluzione. Scaduti i termini, la Commissione competente chiude il procedimento. Una prima versione del testo prevedeva l’allontanamento dal territorio nazionale tout court, e anche per alcune fattispecie scivolose (come la resistenza a pubblico ufficiale). Modificata per non incappare nei rilievi del Quirinale e prima ancora nell’incostituzionalità.

Il decreto prevede infine alcune modifiche rispetto all’acquisizione della cittadinanza. Diversamente da quanto è accaduto finora, la domanda potrà essere rigettata anche se è stata presentata da chi ha sposato un cittadino o una cittadina italiana e il termine per la concessione, sia per residenza, sia per matrimonio, è prolungato da 24 a 48 mesi. È inoltre introdotta la possibilità di revocare o negare la cittadinanza a chi viene condannato in via definitiva per reati legati al terrorismo.

 

Se avete correzioni o suggerimenti da proporci, scrivete a comunicazione@cesv.org

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Fabrizia Bagozzi
Fabrizia Bagozzi

Fabrizia Bagozzi, giornalista. Classe 1967, pesce d'aprile.

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