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nuova idea di Roma

E SE LA NUOVA IDEA DI ROMA NASCESSE NEL III MUNICIPIO?

E SE LA NUOVA IDEA DI ROMA NASCESSE NEL III MUNICIPIO?

La storia del TMB Salario, la sfiducia nelle istituzioni, la sensazione di abbandono. Ma anche tante idee per far ripartire la città. A cominciare dai rifiuti

Martedì 15 settembre a Parco Labia a Roma, si è svolto il primo appuntamento di “Una sfida per Roma”, organizzato dal quotidiano “La Repubblica” con i Lettori (ma più giusto sarebbe dire con gli elettori).

Si tratta, infatti, di una sorta di percorso a tappe di avvicinamento alle prossime elezioni, previste a Roma tra poco più di un anno; per ascoltare e raccogliere richieste e proposte dei cittadini da “portare ai candidati a sindaco”, come informa lo stesso Molinari, il nuovo direttore della testata, ad una platea di circa 200 persone.

 

nuova idea di Roma
Il direttore di “Repubblica”, Maurizio Molinari, interviene al dibattito “Una sfida per Roma”

Già, perché a rappresentare il ben noto giornale c’è lui in persona, insieme  al capo della redazione romana. Sede – rigorosamente all’aperto – dell’incontro è Parco Labia; un luogo strappato al nulla, accanto al capolinea di autobus che infilano i quartieri di questo quadrante di Roma (Nord, ma solo per onestà geografica) per tenerli insieme come farebbe un ago, con un filo di perline: Fidene, Colle Salario, Parco delle Sabine, Val Melaina, Vigne Nuove, Castel Giubileo. Tutti quartieri – un tempo si sarebbe potuto dire borgate, per lo più – contigui, limitrofi, ma venuti su disgiunti, con storie e anime diverse.

«Ma non chiamatela periferia. Fidene è un quartiere centrale in una realtà, il III Municipio, che con i suoi 250.000 abitanti è paragonabile ad una città medio-grande italiana», dice Christian Raimo, il visionario Assessore alla Cultura dell’attuale giunta, che invita a guardare a questo posto come ad un pezzo di Roma che «sembra voler imitare Berlino».

La storia del TMB salario

Ed è così che prende avvio questo incontro, con un occhio alla storia ed uno al futuro possibile di questa parte di città. La storia è, soprattutto, quella abbastanza nota del TMB Salario, l’impianto per il Trattamento Meccanico-biologico dei rifiuti, che fino all’11 dicembre del 2018 ha trattato quasi un terzo dell’immondizia romana.

È la storia di un mostro partito, zitto zitto, nel 2011, a dispetto dei pochi metri che lo separavano dalle prime case, da un asilo, e poi ancora da condomini, scuole, quartieri per arrivare, infine, ad investire un intero quadrante della città, messo sotto scacco dall’odore nauseabondo e sempre crescente di miasmi, frutto della lavorazione – parziale e insufficiente – dei rifiuti che avrebbero dovuto essere separati, differenziati, stabilizzati e, poi, portati fuori, giorno per giorno, per l’ultima lavorazione prima del riciclo o del definitivo smaltimento.

È la storia di 9 anni di sofferenza, fisica e psichica, “il nostro pre-Covid”, come lo ha definito Adriano Travaglia, bandiera e memoria storica di tante battaglie, ricordando così, con una parola, la costrizione del dover stare chiusi in casa, con le finestre perennemente sprangate, nella speranza di riuscire a sfuggire alla puzza, che puzza solo non era, tali erano gli effetti che produceva sulle persone.

Del tutto ignorate, per anni, le denunce della gente che raccontava di nausea, vomito, mal di testa, occhi irritati, e, ancora, negozi chiusi, asili senza più aree gioco esterne, alunni costretti a far lezione con le finestre sempre chiuse, campi sportivi impraticabili, balconi senza fiori, terrazzi vuoti. Ininfluente che a portar avanti la denuncia fossero migliaia di cittadini, tra residenti e commercianti, ma anche parroci, insegnanti, presidi, farmacisti, medici di base, pediatri e, loro, gli stessi lavoratori dell’AMA, impiegati all’interno dell’impianto. Tutti affetti da dispercezione olfattiva, tutta gente colta da un attacco di isteria collettiva. Almeno stando alle risposte – spesso testuali – di molti degli interlocutori che negli anni si sono avvicendati ad occuparsi della questione per conto di AMA, Comune e Regione.

L’evaporazione della fiducia

È così che il TMB Salario ha rappresentato, in particolare, la storia del lento dissiparsi di un bene prezioso: la fiducia. E, più precisamente, quella dei cittadini verso le proprie istituzioni.

Non è piccola cosa. È come essere affetti da una malattia autoimmune: sei aggredito o rigetti una parte di te. La prima conseguenza, ce la ricorda un rappresentante dei sindacati che cercò, come tanti, di tenere insieme la doppia battaglia, dei lavoratori, dentro, e dei cittadini, fuori: nessuna di queste persone si potrà mai più convincere del fatto che è possibile un’impiantistica simile, a impatto zero.  A niente varranno le prove che altrove funziona. È così; ha ragione. Tutti, qui, si sono fatti una promessa: mai più e a nessuna condizione!

Ma il TMB è anche la storia dell’Osservatorio permanente NO TMB Ama Salario, nato con l’obiettivo di chiudere l’impianto, prima, e di assicurare l’area ad un nuovo e rinnovato corso, poi.

 

Da sinistra: Maurizio Molinari, Giovanni Caudo, Luisa Melara

A ripercorrerla è Giovanni Caudo, presidente del III Municipio, che di quella storia è stato il principale artefice, volendo il Municipio formalmente al fianco dei cittadini, a prescindere da appartenenze e opportunità politiche. È così che la rivendicazione al “diritto a respirare” compie il salto di qualità, fino alla chiusura del TMB. Sì, perché a spegnere l’impianto non è stato solo l’incendio. A mettere la parola fine è stato il documento ufficiale dell’ARPA che, per la prima volta dopo anni (ndr. tanto è servito a prendere coraggio, con una crescente protesta che copriva le spalle), descriveva l’impianto per quello che era: una macchina che ammassava rifiuti per un po’ (settimane, mesi) per poi farli uscire “tali e quali”.

In altre parole, i cittadini non avevano mai mentito, le istituzioni sì, e con tutta la loro protervia.

Per chiudere la ferita

Oggi, di quel conflitto ambientale rimangono le ferite ancora aperte e la voglia, anzi il diritto, tuona Caudo, di vedere quel luogo restituito ai cittadini, come il bene pubblico e comune che avrebbe dovuto essere.  Le idee non mancano e a farsene portavoce anche su questo palco è niente meno che Luisa Melara, una delle poche figure luminose che ha ricoperto, con la velocità di una meteora, il ruolo di Amministratore delegato di Ama, poco dopo l’incendio. Un asilo internazionale, una facoltà di economia Green in accordo con l’università Link Campus, un laboratorio permanente di educazione ambientale rivolta agli studenti delle scuole, la possibilità data ai cittadini dell’altro lato della Salaria di affacciarsi sul Tevere, che scorre a pochi metri dall’area. Questa l’idea rimasta sulla carta su cui avevano puntato, il Municipio di Caudo e l’AMA di Melara.  Un progetto che avrebbe il compito del filo di sutura: chiudere la ferita; “chiedere scusa”.

È a questo progetto, o ad una qualche altra declinazione accettabile, che continua a lavorare, oggi, l’Osservatorio permanente, non dimentico dei conflitti ancora aperti simili al proprio, Rocca Cencia e Colleferro, in particolare. Perché quello dei rifiuti a Roma non è solo uno dei tanti problemi con cui si dovrà misurare il prossimo sindaco, ma è uno dei nodi principali su cui si gioca il futuro della città. Nessuna ricetta che si preoccupi solo di aver strade pulite ha alcuna chance di rivelarsi efficace. Ne è convinto Caudo che, da tempo, sostiene che il tema dell’immondizia vada affrontato con un approccio industriale capace di guardare ai rifiuti come ad un bene da cui estrarre ricchezza per tutti.

Niente che possa riguardare la taglia di un Municipio, o la stessa città di Roma, ancora troppo piccola per confinare al suo interno una qualche soluzione permanente. Servono economie di scala, serve una dimensione almeno interregionale.

È vero, quello che è successo in questo Municipio ha un significato emblematico per tutta la città: la parte si è misurata con il tutto. Ma il focus, per stasera, torna sul territorio: il punto Biblio Point che aprirà a breve nella scuola di Fidene; la richiesta di una riforestazione dell’area verde di Parco delle Sabine (un’area per ampiezza seconda sola a Villa Pamphili e Villa Ada); l’idea di riqualificare tutta la via Salaria, dove insistono 4000 lavoratori di una filiera produttiva fatta anche di eccellenze (dalla Zecca dello Stato al Centro aerospaziale de La Sapienza dove si progetta micro componentistica che va nello spazio).

Sono le attese e le proposte che Molinari intende portare ai futuri candidati al governo comunale, insieme all’impressione di una partecipazione vibrante, autentica, capace di “dar vita ai rendering”, come dice Raimo. Molinari sfodera la carta dell’empowerment: voi siete la Civitas, rivolgendosi alla platea, la cittadinanza coniata dai Romani, di cui siete gli eredi; siete voi, i cittadini, la vera risorsa di questa città. Qui, l’esperienza del singolo è stata capace di sommarsi a quella della collettività e da qui si deve partire.

È vero, direttore, questi cittadini sono stati capaci di trasformare la debolezza in forza, di trasformare un pezzo di società, con le sue contraddizioni prevaricanti l’individuo, in una comunità capace di affrontarle. Io l’ho visto succedere.

Se avete correzioni o suggerimenti da proporci, scrivete a comunicazionecsv@csvlazio.org

 

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Francesca Amadori
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Lavora da oltre 15 anni prima presso SPES e poi presso CSV Lazio, occupandosi, in particolare, di promozione del volontariato

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