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ELIMINARE LA POVERTÀ È UNA PRIORITÀ. SOPRATTUTTO DOPO IL COVID

ELIMINARE LA POVERTÀ È UNA PRIORITÀ. SOPRATTUTTO DOPO IL COVID

Se ne discuterà in un incontro on line organizzato dal Cilap. Intanto, ecco i dati dell'impatto dell'emergenza sulla povertà

Il Covid-19 ha avuto un impatto fortissimo sulla povertà. Proponiamo qui un’analisi delle conseguenze economiche e sociali dell’emergenza, tratta dal “Poverty Watch 2020. L’abc della povertà in Europa e in Italia” curato da Giulia Segna (EUISG Group).
Se discuterà sabato 24 ottobre dalle ore 11:00 alle 13:00 nel corso dell’evento online, dal titolo “Eliminare la povertà deve essere una priorità, non una semplice scelta“, organizzato dal Cilap. Interverranno: Cesare Moreno, presidente dell’Associazione Maestri di Strada; Irene Turturo, responsabile Area Welfare e Politiche Attive del Lavoro del Patto Territoriale del Nord Barese Ofantino; PierVirgilio Dastoli, presidente del Movimento Europeo; Giulia Segna, curatrice del Poverty Watch 2019 e 2020; Vito Telesca, Comitato Esecutivo di Eapn; Oksana Bybliv, Presidente Associazione Ucraini Irpini, Delegata Pep 2005; Ahmed Ejaz, giornalista e mediatore Interculturale; Ciro Naturale, Educatore professionale, delegato PeP 2019; Nicola Caprio, Presidente CSV Napoli, Delegato PeP 2017; Angelo Moretti, Presidente Consorzio “Sale della terra”. Modera Sirio di Capua, Coordinatore nazionale delegazione PeP.
 Per partecipare all’evento è sufficiente collegarsi a questo link.

L’impatto della pandemia sulla vita dei più vulnerabili

Nel primo trimestre del 2020, il blocco parziale delle attività e della vita sociale causato dalla pandemia ha determinato effetti diffusi e profondi sia nell’offerta che nella domanda. I settori più colpiti sono quelli delle costruzioni, del commercio, dei trasporti, del turismo e della ristorazione. L’aumento dell’incertezza e il considerevole peggioramento delle aspettative sull’attività economica hanno determinato un brusco calo degli investimenti.
eliminare la povertàIl sistema produttivo italiano è stato investito dall’emergenza sanitaria con tempi e modalità tali da impedire qualsiasi contromisura immediata, così che le imprese hanno reagito con comportamenti differenziati. Nella prima fase dell’emergenza sanitaria (conclusasi il 4 maggio), il 45% delle imprese ha sospeso l’attività. In quella stessa fase, il 22,5% delle unità produttive sono riuscite a riaprire dopo un’iniziale chiusura. Le imprese rimaste sempre attive sono meno di un terzo in termini di numerosità, ma costituiscono la componente più rilevante quanto a peso sull’occupazione e sull’economia: il 62,7% degli addetti e il 68,6% del fatturato nazionale. Le misure di contenimento dell’epidemia hanno provocato una significativa riduzione dell’attività economica per una larga parte del sistema produttivo: oltre il 70% delle imprese ha dichiarato una riduzione del fatturato nel bimestre marzo-aprile 2020,  rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Alcuni dati sul mercato del lavoro

Il sopraggiungere dell’epidemia ha colpito duramente il mercato del lavoro, causando una riduzione di 124.000 occupati a marzo, più che raddoppiata ad aprile (- 274.000, ovvero -1,2%). Il calo dell’ultimo mese è il più ampio dal 2004. Il tasso di occupazione della fascia 15-64 anni, al 58,9% nei primi due mesi dell’anno, scende al 58,6% a marzo e al 57,9% ad aprile. In marzo, la diminuzione degli occupati ha riguardato soprattutto i dipendenti a termine e in parte gli indipendenti, mentre ad aprile ha coinvolto tutte le componenti. La riduzione è più accentuata per le donne (-0,8% a marzo e -1,5% ad aprile), a motivo della loro maggiore concentrazione nel terziario.
I risultati della rilevazione qualitativa condotta da Istat a maggio 2020 indicano che per le piccole e medie imprese l’aspetto più critico riguarda il rischio di una liquidità insufficiente per affrontare le prossime spese, con la conseguente possibilità di licenziamento dei dipendenti.

Quarantena forzata e violenza domestica

Sebbene in generale si osservi un clima familiare sereno e positivo, non va sottovalutata la fragilità di alcune situazioni di fronte alle restrizioni imposte dal lockdown. Per il 9,1% della popolazione italiana, pari a circa 3 milioni di persone, il clima familiare è difficile, al punto da generare paura di dire o di fare qualcosa. Nel corso della quarantena, l’isolamento fisico e sociale, le difficoltà economiche, le tensioni intra-familiari, nonché la minore accessibilità ai servizi di prevenzione e protezione, hanno aumentato il rischio che la violenza crescesse all’interno delle mura domestiche.
I dati evidenziano un forte incremento nella richiesta di aiuto, frutto anche della intensificazione della campagna del Ministero Pari Opportunità, e una diminuzione di denunce e omicidi. Non necessariamente ciò deve essere letto come incremento di violenza contro le donne durante il lockdown. In Italia, le informazioni raccolte dal numero verde contro la violenza e lo stalking, messo a disposizione dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, forniscono alcune evidenze interessanti: a partire dal 22 marzo la crescita delle chiamate ha mostrato un incremento esponenziale per poi decrescere in coincidenza con la Fase 2 (maggio 2020). Un numero consistente di utenti si è rivolto a questo servizio anche per chiedere supporto di tipo sociale e psicologico (il 19,3% del totale).

“Restate a casa”. Ma chi una casa non ce l’ha?

Secondo le stime della Fondazione Abbé Pierre e FEANTSA11, sono circa 700.000 i senza dimora nell’Unione Europea, con un aumento del 70% negli ultimi dieci anni.
Tuttavia, durante la recente crisi sanitaria, questo numero è fortemente diminuito grazie alle misure di emergenza finalizzate a fornire un riparo ai più vulnerabili. Il fatto ha dimostrato che è possibile risolvere il problema delle persone senza dimora se lo si vuole davvero e se si hanno i mezzi per farlo.
eliminare la povertàNella sua quinta pubblicazione sul tema, la Fondazione Abbé Pierre e FEANTSA hanno nuovamente unito le forze ed evidenziato che, mobilitando meno del 3% delle sovvenzioni previste nel bilancio del piano di recupero post-Covid (Recovery Fund), l’Unione Europea e gli Stati membri sono in grado di alloggiare immediatamente tutti i senzatetto, in tutta Europa, in condizioni dignitose per un anno intero.
Sebbene il quadro generale europeo dia segnali positivi, la Federazione italiana Fio.PSD12 afferma che, in questo periodo, in Italia, la situazione all’interno dei servizi rivolti alle persone senza dimora si presenta problematica e densa di difficoltà: mancano indicazioni omogenee rispetto alla gestione del rischio contagio o, peggio ancora, della positività al Covid-19; sono scarse le quantità di dispositivi di protezione sia per gli operatori che per gli utenti; sono esigue le risorse economiche per allestire nuove strutture emergenziali o dotare quelle esistenti di attrezzature adeguate.
Nonostante le difficoltà, le organizzazioni di Terzo settore hanno messo in campo il massimo dell’impegno, lavorando h24 e adottando misure straordinarie per affrontare quella che è “un’emergenza nell’emergenza”. In Italia si calcolano oltre 55.000 persone senza dimora, per le quali “stare a casa” non è opzione plausibile. Si tratta di persone con problemi di salute e disturbi mentali, fragilità relazionali, barriere linguistiche e condizioni di vita assai precarie che richiedono un approccio di intervento complesso e coordinato tra le diverse realtà territoriali.

Scuola: il 12,3% degli studenti non possiede pc o tablet

In Italia vivono 9,6 milioni di minori. Durante il lungo lockdown 8 milioni e mezzo di bambini e ragazzi sono rimasti a casa. Uno scenario che ha acuito una serie di disagi preesistenti. Dal recente report della Fondazione Con i Bambini, si apprende che il 41,9% dei minori vive in una abitazione sovraffollata e il 7% affronta anche un disagio abitativo (problemi strutturali). La povertà cresce al diminuire dell’età (la fascia 0-17 anni è quella dove l’incidenza della povertà assoluta resta maggiore) e, parallelamente, cresce all’aumentare del numero di figli: più una famiglia è numerosa (3+ figli), più è probabile che si trovi in povertà assoluta.
disuguaglianze digitaliAi già noti fattori di disuguaglianza, si devono sommare quelli legati al divario digitale: il 12,3% dei ragazzi tra i 6 e i 17 anni non possiede un pc o tablet a casa, quota che aumenta considerevole al Sud (20%). Questi numeri attestano dunque che non tutti gli studenti hanno avuto la possibilità di partecipare virtualmente alla didattica. Mentre l’Europa si prepara alla sfida della gigabit society, partendo non a caso proprio dai luoghi dove si formano le conoscenze di bambini e ragazzi per realizzare una società sempre più interconnessa, l’Italia è agli ultimi posti delle classifiche europee. Siamo al 25esimo posto su 28 nella classifica DESI 2020 (Indice di digitalizzazione dell’economia e della società) seguiti solo da Romania, Grecia e Bulgaria. Il nostro Paese è al 22esimo posto su 28 nella quota di famiglie con accesso a internet da casa nel 2019, mentre il 2% delle famiglie con figli non ha internet a casa per motivi legati al costo. Il doppio della media Ue.
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