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NON CHIAMATELI GRETINI. PIUTTOSTO ASCOLTATELI

NON CHIAMATELI GRETINI. PIUTTOSTO ASCOLTATELI

I ragazzi dei Fridays for Future non sono strumentalizzati, anzi: sono il miglior esempio di peer education che si può vedere in giro.

Alla manifestazione Fridays for future di venerdì, a Roma, c’era una marea di gente, in larga maggioranza giovani e giovanissimi (molti di loro sono camuffati da corpi che celano un’età appena prepuberale). «Siamo 200.000 almeno», corre la voce. Convocati da un’organizzazione e da un movimento che, se non sei stato dentro una scuola o non hai un figlio di quell’età, si fa fatica a immaginare come sia potuto nascere e crescere in così poco tempo.

Quando mi viene indicato un ragazzo come uno dei principali organizzatori della manifestazione di oggi, approfitto per chiederglielo:  «quanto tempo vi ci è voluto per organizzare tutto questo?».

Risponde sospirando, Tommaso Berardi, studente dell’istituto artistico Enzo Rossi di Roma: «diverse riunioni ed appuntamenti: è più di un mese che ci lavoriamo».  Oltre un mese! Niente, per la mia metrica; un tempo incredibilmente lungo, a quanto pare, per lui, soddisfattissimo del risultato. Non è solo una questione di numeri, «sono contento di vedere tanti giovani fomentatissimi, dal poter partecipare».

 

fridays for futureNON SOLO GRETA. Ma chi ha convocato tutti questi giovani, oggi? Greta, ok. L’iconica ragazzina con l’impermeabile giallo e l’espressione severa, che in pochi mesi ha infuocato gli animi di una nuova e subitanea coscienza ambientalista. Ma, venerdì, Greta non si vede; non tanto perché ha scelto di essere fisicamente in Canada per questo appuntamento mondiale, ma anche perché non si vedono sue immagini o foto. Le frasi tratte dai suoi discorsi, compaiono sui cartelloni senza che ci sia un esplicito riferimento a lei: i ragazzi che oggi sfilano, se ne sono impossessati in pieno; le hanno fatte proprie.

Il più grande e riuscito caso di peer education che mi sia mai capitato di osservare!

Non scorgo le prove di una regia unica e riconoscibile; almeno niente di quello a cui siamo abituati noi, della vecchia generazione. Gli slogan sono scritti su cartoni rimediati; la testa del corteo non è segnata dal classico striscione di apertura e i cartelloni gridano frasi inconsuete, come ci fa notare il collega Claudio Tosi: «irrompe il corpo, il sesso, la ciclicità nelle rivendicazioni», a difesa di una natura che è giustamente associata al corpo («il clima è più irregolare del mio ciclo», si legge scritto da qualche parte).

In questa particolare (forse inedita) versione di leadership, la stessa portavoce del movimento italiano, Federica Gasbarro, cammina, pochi passi più avanti alla testa del corteo, con un cartone ripiegato che apre, all’occorrenza, a beneficio dei fotografi che riescono a identificarla.

Federica è di Avezzano, ma vive a Roma per studiare Scienze biologiche. Le chiedo come e perché sia stata  individuata come portavoce. Mi risponde di aver collaborato fin dall’inizio con Fridays for future; quando poi è partita l’organizzazione del Summit, ha presentato la sua candidatura, che è stata scelta tra altre. Semplice.

 

fridays for futureCOSA CHIEDONO.  Continuo con le domande, andando dritto al punto: cosa stanno chiedendo con i Fridays for future?. La risposta colpisce: vogliono che la politica ascolti, subito, ciò che dice la scienza. Ovvero, che serve un cambio di direzione repentino negli stili di vita, se non vogliamo vedere il nostro “pianeta in fiamme”. Decisioni politiche ed interessi devono partire da questo semplice assunto.

«Noi, non siamo dei tecnici, non possiamo entrare nei dettagli, ma scorgiamo e capiamo quale sarebbe la strada giusta da intraprendere». Mi basta sentire questo, per dissuadermi dal proporre a Federica la questione della giustizia sociale, che dovrebbe accompagnarsi ai temi ambientali perché non rimangano le rivendicazioni di pochi fortunati.

 

fridays for futureSENZA FRATTURE GENERAZIONALI. Torno, allora, a questa alleanza inaspettata: giovani e scienza, chiedendomi quale sia la controparte. È sufficiente dire “il mondo degli adulti”, quello responsabile dell’imminente catastrofe? Ho rivolto la domanda a tutti quelli che ho avvicinato. E tutti, in modi diversi, mi hanno dato una risposta che sa di mediazione: sì, è vero che gli adulti hanno maggiori responsabilità dei giovani, ma è altrettanto vero che in diversi stanno dando una mano a far crescere questo movimento, dagli insegnanti che parlano in classe dei temi ambientali, ai genitori che approvano (qualcuno è presente e fra questi, orgogliosa, Federica Gasbarro mi indica il padre). Non è molto, ma è abbastanza per non percepire in questi giovani quella rabbia e quella cesura generazionale che ha caratterizzato altri movimenti in passato.

Forse, è solo che sono ancora troppo giovani per un atto di emancipazione e di frattura totale, sta di fatto che da molti sento proporre la stessa considerazione: «siamo tutti coinvolti, a partire proprio da noi ragazzi, perché, in fondo, saremo noi ad abitare la Terra del futuro». Sarà quello che volete, ma a me suona come semplicemente saggio. Alla faccia del “bamboccionismo da divano” tanto paventato.

Cerco allora tra la folla del Fridays for Future qualcuno che sia presente nella veste di alleato di questi ragazzi. Lo trovo facilmente: una giovane donna che sfila accanto ad un piccolo gruppo di poco più che bambini. Sono studenti delle medie di un istituto comprensivo di Roma, l’Elsa Morante, e lei è Cecilia Caccamo, insegnante di sostegno presso il medesimo istituto. Le chiedo qualche impressione e Cecilia mi risponde come un fiume in piena: è una grande manifestazione, mi dice; una risposta epocale da parte di questa “nuova umanità”, che, senza colori politici, è scesa in tutte le piazze del mondo, per dimostrare la voglia di cambiamento.

È un’emozione grande, assistere a questa giornata, per Cecilia che, nel suo ruolo di insegnante, fa di tutto per portare questi temi a scuola. Perché, ne è convinta, la scuola deve giocare, e gioca, il ruolo di un presidio educativo tra i primi a dover essere schierato nella costruzione di una coscienza comune e diffusa. In questo senso, secondo lei, tutto ciò che va in questa direzione, va bene e va accolto. Mi parla di associazioni con cui collabora e di sensibilizzazione alla cittadinanza attiva. Mi parla di educazione civica, ma intesa come costruzione di cittadini consapevoli e responsabili.

Insomma, ci scambiamo i numeri di telefono e la promessa di tornare a risentirci presto per fare, anche noi, qualcosa insieme.

Se avete correzioni o suggerimenti da proporci, scrivete a comunicazionecsv@csvlazio.org

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Francesca Amadori
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Lavora da oltre 15 anni prima presso SPES e poi presso CSV Lazio, occupandosi, in particolare, di promozione del volontariato

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