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l'esperienza dei corridoi umanitari

L’ESPERIENZA DEI CORRIDOI UMANITARI FUNZIONA. ECCO PERCHÈ

L’ESPERIENZA DEI CORRIDOI UMANITARI FUNZIONA. ECCO PERCHÈ

Legalità, accoglienza, integrazione: grazie alle reti di famiglie, associazioni, parrocchie questa esperienza è un'indicazione per il futuro

C’è chi alla politica dei porti chiusi risponde con soluzioni concrete di accoglienza sicura. È l’esperienza dei Corridoi Umanitari, uno strumento che dal 2016 permette a coloro che hanno diritto alla protezione umanitaria internazionale di arrivare in Italia in modo sicuro e legale.

Il nostro Paese, grazie all’impegno della Comunità di Sant’Egidio, è uno dei primi ad aver sperimentato questo modello di accoglienza alternativa al mare, trasportando in due anni circa 2.500 rifugiati provenienti prevalentemente dal Libano, Etiopia e Siria. L’ultimo volo dall’Etiopia – grazie al protocollo siglato con la Conferenza Episcopale Italiana – è atterrato a Fiumicino lo scorso 26 giugno con 139 persone accolte (di cui oltre 60 bambini); con i prossimi viaggi di ottobre e novembre si arriverà a quota 500 rifugiati arrivati in un anno.

 

L'esperienza dei Corridoi umanitariI VISTI E L’INTEGRAZIONE. Perché l’esperienza dei Corridoi Umanitari sta funzionando e come si sta evolvendo lo abbiamo chiesto a Cecilia Pani, referente del progetto Corridoi Umanitari per la Comunità di Sant’Egidio. «Alla fine di quest’anno, grazie ai Corridoi Umanitari, raggiungeremo la quota di 2.500 persone arrivate in Italia in modo sicuro e legale. È un modello che altri Paesi europei ci stanno copiando: quest’anno la Francia accoglierà circa 500 profughi, mentre in Belgio ne sono attesi 150. È stato anche perfezionato un protocollo con Andorra, che si è resa disponibile ad ospitare 25 rifugiati siriani».

Un progetto che non sarebbe decollato senza il coinvolgimento di una grande quantità di reti, associazioni, famiglie e singoli cittadini che si sono resi disponibili ad ospitare i rifugiati. «Il corridoio umanitario», spiega Cecilia, «funziona perché comprende due fasi importanti: la prima è quella del viaggio che avviene solo dopo l’autorizzazione delle autorità consolari italiane sul posto e il via libera del Ministero degli interni (ogni Paese ha una sua procedura). La seconda è altrettanto importante e comprende dei percorsi di integrazione che permettano ai rifugiati di apprendere la lingua italiana, cercare un lavoro e raggiungere l’autonomia grazie ai mediatori linguistici e interculturali che li accompagnano».

 

l'esperienza dei corridoi umanitariL’ACCOGLIENZA DIFFUSA. Grazie al primo protocollo siglato nel 2016 tra la Comunità Sant’Egidio, Tavola Valdese, Federazione delle Chiese Evangeliche e lo Stato Italiano sono arrivati in Italia 1000 profughi (di cui il 38% minori) accolti da singole famiglie in 80 comuni diversi collocati in 18 regioni. Tra le regioni con maggiore presenza spiccano il Piemonte (200 rifugiati accolti), il Lazio (187) e la Lombardia (109). Che il percorso di integrazione abbia funzionato lo dimostrano alcuni dati: il 73,7% degli accolti ha già ottenuta la propria residenza presso il proprio domicilio. L’inserimento sociale, poi, si traduce in accesso ai servizi pubblici: il 99,2% è già iscritto al Servizio Sanitario Nazionale.

«Che questo modello sia stato voluto dalla società civile insieme alle diverse confessioni religiose è un punto importante», continua Cecilia. «C’è una spinta di umanità che purtroppo manca in Europa, un continente che non riuscendo ad affrontare i problemi dei rifugiati (come l’accordo di Dublino) preferisce chiudersi. Questa politica non può che essere fallimentare, miope e dannosa: l’Europa sta morendo da un punto di vista demografico, si sta precludendo delle possibilità di investimenti e sviluppo economico chiudendo la porta a nuove forze giovani, competenti e preparate, che potrebbero dare una spinta alle nostre imprese. Se l’Europa ha una eredità da tramandare è quella dell’umanesimo e in questo modo la stiamo rinnegando».

 

IL VALORE DELLA RETE. L’esperienza dei Corridoi Umanitari potrebbe essere incentivata anche da questo Governo? «Il nostro è un progetto pilota», conclude Cecilia Pani. «Se poi l’Italia vuole seguire il modello e creare dei corridoi umanitari che abbiano le stesse attenzioni della società civile, non c’è che auspicarselo. Il sostituire questi modelli con altri finanziati dallo Stato sarebbe, invece, un errore. Il valore aggiunto di questo modello è la stessa rete fatta di cittadini, famiglie, associazioni, parrocchie eccetera. Il coinvolgimento di diversi attori ha suscitato molte risorse, che poi sono state moltiplicate e prolungate nel tempo. Ciò ha sviluppato anche un’attività di contrasto alle fake news, alla paura, e a tutto questo spargimento di cattive notizie che viene messo in atto attraverso la stampa».

 

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Ermanno Giuca
Ermanno Giuca

27 anni, laureato in scienze della comunicazione sociale. Ho collaborato come redattore e video-maker con diverse realtà non-profit tra cui la FIDAS (Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue) e "Salesiani per il sociale" in cui attualmente curo la comunicazione web

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