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nicola guaglianone

NICOLA GUAGLIANONE: MI PIACE RIBALTARE STEREOTIPI E CLICHÈ

NICOLA GUAGLIANONE: MI PIACE RIBALTARE STEREOTIPI E CLICHÈ

Lo sceneggiatore di “Lo chiamavano Jeeg Robot” e “Indivisibili” racconta come dal servizio civile sia arrivata l'ispirazione per molti suoi lavori. Ma anche il suo sguardo verso stigma e diversità

A un certo punto, lo scorso settembre, Nicola Guaglianone ha rischiato di vedere uno dei suoi film proposti dall’Italia per la corsa all’Oscar come miglior film straniero. Sia “Lo chiamavano Jeeg Robot” (regia di Gabriele Mainetti) che “Indivisibili” (regia di Edoardo De Angelis) erano stati proposti dai loro produttori alla commissione che poi avrebbe scelto il candidato italiano (che poi è risultato “Fuocoammare”).

In quel momento ho capito che i due film italiani che ho amato di più nella scorsa stagione, quelli che mi avevano divertito, incollato allo schermo, lasciato qualcosa (anzi, molte cose) dentro erano stati scritti dalla stessa persona, Nicola Guaglianone. Tutti i suoi lavori hanno in comune una scrittura non banale, che lavora per immagini forti, e un’attenzione ai diversi, agli ultimi, agli emarginati. Che non sono guardati mai dall’alto verso il basso, mai da lontano, ma sempre da vicino.

Sono persone con le loro fragilità e una loro forza, come Enzo Ceccotti, supereroe di borgata di “Lo chiamavano Jeeg Robot”, e Dasy e Viola, le gemelle siamesi di “Indivisibili”. Ultimi che saranno primi, che possono diventare eroi per un giorno, come cantava David Bowie.

nicola guaglianone
Lo sceneggiatore Nicola Guaglianone

Come è stata la tua esperienza di servizio civile a Tor Bella Monaca?
«È stata una bella esperienza. Sono molto pigro, e ogni volta che mi scontro con la burocrazia perdo, non so neanche compilare un modulo. Non ho mai preso in considerazione l’idea di fare il servizio militare. Così nel 1996 presi un libro delle edizioni Mille Lire, in cui c’era la lettera da mandare al Ministero. Stavo studiando Giurisprudenza, mi chiamarono nel 1997 e, tramite Capodarco, andai a Tor Bella Monaca, al Centro di Integrazione sociale, dove mi fecero lavorare con i minori sotto custodia penale, a cui il magistrato dava un programma sostitutivo della pena: facevamo attività di scolarizzazione e socializzazione, facevamo vedere film, facevamo dibattiti, cercavamo di farli raccontare. Accanto c’era un centro diurno per disabili mentali e anche là ho raccolto un sacco di materiale per le mie storie».

Come sono entrati quell’esperienza, e quei personaggi, al momento di scrivere “Lo chiamavano Jeeg Robot”?
«Anche nei corti “Basette” e “Tiger Boy” si parla di Tor Bella Monaca, e degli ultimi della società. Mi colpiva il fatto che i ragazzi che venivano qui a 14-15 anni avevano tutti un destino già segnato, e la cosa mi faceva stare male: o finivi in galera o ti ammazzavi, o ti ammazzavano, i ragazzi arrivavano alla mattina con la bocca impastata di Roipnol. Enzo Ceccotti nasce proprio da quelle storie lì. Una volta perso il cuore, al posto del quale aveva un sampietrino, ha deciso di rinchiudersi. Tra il dolore e il nulla sceglie il nulla. Grazie all’amore si apre agli altri. Mi interessava l’idea della svolta. “Svoltare” era una parola che avevo sentito sempre, da quando ero ragazzo a Villa Bonelli, alla Magliana: c’era sempre l’idea della svolta, che equivaleva sempre a fare soldi, con il Totocalcio, o con una rapina. “Svoltamo”. Anche Enzo Ceccotti vorrebbe svoltare, e nel momento in cui ha i superpoteri sradica un bancomat, credendo che quella sia la vera svolta. Invece accade quando inciampa nell’amore».

Gabriele Mainetti dice che uno dei segreti per raccontare quel luogo è stata l’empatia con i personaggi. Come si è creata?
«L’empatia si è creata perché abbiamo dato loro delle fragilità e dei desideri assolutamente umani, credibili. Quando lavori sui personaggi a livello cinematografico lavori sulla simpatia e sull’empatia. E l’empatia è l’adesione totale ai desideri, alle paure: legarsi a qualcuno, la paura di perderlo, l’idea di difendere gli altri. Abbiamo lavorato tanto sugli archetipi, con emozioni e fragilità dell’animo umano che sono di facile empatia».

Da dove arriva la storia di “Indivisibili”, e come hai scelto di raccontare la diversità?
«Mi piace lavorare sulla diversità, cercare di ribaltare quelli che sono gli stereotipi e i cliché, come ho fato con il corto “Due piedi sinistri”. Avevo letto un articolo del New York Times su due gemelle siamesi: mi aveva colpito come queste due ragazze di 18 anni avevano organizzato la loro vita, per tre giorni comandava una e per gli altri tre l’altra. Una era fidanzata, e per non disturbarla la sorella si metteva le cuffie. Ma la cosa che mi aveva colpito di più era l’dea che due persone nate attaccate non fossero abituate a dire “io”, ma “noi”. Allora ho pensato: se uno dicesse “vi potete separare”, come verrebbe fuori quell’io che era soffocato dal noi? Una delle prima immagini che mi erano venute in mente erano due water attaccati. Ho pensato subito di ambientare la storia in Campania, di farne due cantanti neomelodiche, con la famiglia che vive grazie a loro. Quando creo delle storie così atipiche, dall’altra parte cerco di calarle con un universo iperrealista, per me è fondamentale dare un’identità al mondo. E usare dei riferimenti pop all’interno. Mi sono formato con la cultura pop e non posso non raccontarla».

Come hai costruito il mondo in cui si muovono? La religione si mescola con la superstizione, la bellezza con l’ignoranza, l’affetto con l’opportunismo…
«Edoardo De Angelis ha un grande pregio, si trasferisce anima e corpo nei luoghi dove gira, vive, annusa, scruta, conosce tutti. Per quanto sembri assurdo, Castelvolturno è così. I fuochi che ci sono all’inizio del film sono cuccioli di bufalo che vengono incendiati perché non producono latte. L’idea era quella di mettere queste due gemelle in un mondo che appiattiva la loro bellezza, la voleva far diventare qualcos’altro. In questo film più di altri sentivo una voce che mi diceva: queste ragazze sfidano la morale comune, vanno contro tutti e tutte, devono vincere, non possono morire».

L’originalità del film è che è vista in modo diverso a seconda di chi guarda: handicap, santità, business o oggetto del desiderio. Come sei arrivato a questa riflessione?
«In un certo senso bisognava abbattere lo stigma: si ha paura della diversità perché si ha paura di chi non si conosce. A Tor Bella Monaca c’era un ragazzo con gravissime disabilità, aveva una testa enorme, le stampelle ed era seduto su una panchina. A un certo punto è passato un obiettore, gli ha preso bonariamente a calci le stampelle e gli ha detto: “A str.., avete perso, laziali..”. Lo aveva trattato come se fosse un suo amico che si era fatto male sciando. Questo è il modo di trattare le persone, non con le pacche sulle spalle. Quella delle gemelle, parlando di archetipi, è un po’ la favola di “Pinocchio”. Mi piaceva il fatto di contrapporre la mostruosità fisica a quella dell’anima delle persone che incontrava. Un po’ come ne  “La donna scimmia” di Marco Ferreri».

Sembri avere un modo tutto particolare per raccontare gli ultimi, gli emarginati. Come ti avvicini a questi personaggi?
«Prima di tutto bisogna entrare in relazione con l’altra persona: lavoro molto sulle fragilità dei personaggi, sulle loro paure, per creare un personaggio combattuto. In “Indivisibili” Viola è la più remissiva, Dasy è più sveglia, più tenace. Proprio a metà del film Viola tira fuori la sua paura più grande: non vuole dire “dividere”, non vuole farlo per non perdere la sorella. Il personaggio più debole tira fuori la sua fragilità e diventa più forte. Prendo i personaggi da un punto e li porto altrove. Così Enzo Ceccotti deve perdere Alessia per capire che da grandi poteri derivano grandi responsabilità».

I tuoi film hanno un forte messaggio sociale pur senza essere i classici film “sociali” o impegnati. Credi che sia questa la strada perché il messaggio sia più forte, e arrivi a tutti?
«Io non sono uno di quegli autori che scrive per se stesso, scrivo per il pubblico, mi considero uno spettatore medio, non posso fare quelle scene che mi annoierebbero solo a pensarle. Devo fare una cosa che piace a me, e la fortuna è che ho visto che quello che piace a me piace anche a tanta altra gente. Tutte le mie esperienze vengono fuori in quello che scrivo. Ho sempre osservato il mondo da un punto di vista leggero, evitando di prendermi sul serio. Per me l’ironia è una grande dote. Cerco sempre un racconto che mi stupisca, anche visivamente. Si dice che i registi ragionino per immagini e gli sceneggiatori per concetti. Io sono un po’ atipico, passo dalle immagini: il corto “Tiger Boy” nasce dall’immagine di un bambino che non vuole levarsi la maschera. Mi sono chiesto: perché non se la leva? Ed è venuta fuori la storia dell’abuso. Una tematica che mi interessa in quasi tutte le cose che faccio è il rapporto con il mito, un mito con cui a un certo punto devi fare i conti, e dal quale ti devi separare».

Cosa hai pensato nel momento in cui due tuoi film hanno rischiato di essere lanciati verso la corsa all’Oscar?
«Quella lista dei sette film non aveva subito una selezione, erano i produttori che li avevano proposti. Ma la cosa più bella è quando mi scrivono ragazzi e ragazze che vogliono fare questo lavoro, che hanno amato le mie storie, e hanno visto un nuovo modo di raccontare la realtà. Vedere queste persone ogni volta mi commuove, sono la speranza di un cinema italiano diverso».

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Maurizio Ermisino
Maurizio Ermisino

Curioso fin da piccolo, è sempre stato attratto da tutto ciò che è immagine in movimento e suono elettrico. In due parole: cinema e rock. In un master ha incontrato le altre due passioni della sua vita: Chiara e il sociale. Oggi si occupa della comunicazione del progetto Well-Fare | Tra mediazione e comunità, costruire il welfare locale. http://www.well-farecomunita.it/

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