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un'Italia meno diseguale

PER UNA SANITÀ PIÙ EFFICACE IN UN’ITALIA MENO DISUGUALE

PER UNA SANITÀ PIÙ EFFICACE IN UN’ITALIA MENO DISUGUALE

Si discuterà de "Il Servizio Sanitario nazionale e gli Squilibri Regionali" con Gianfranco Viesti, il 26 febbraio. Per ridiventare un Paese unito

Si svolgerà venerdì 26 febbraio alle 18.00, in collaborazione con l’Associazione “Etica ed Economia”, l’incontro con Gianfranco Viesti su “Il SSN e gli squilibri regionali“. Per partecipare all’incontro on line, che si svolge all’interno del progetto “Futuro Prossimo” di CSV Lazio, basta registrarsi a questo link.

Il nostro Servizio Sanitario Nazionale, nato nel 1978 (Ministro della Sanità Tina Anselmi e Governo Andreotti con appoggio esterno del Pci), è riconosciuto come uno dei migliori del mondo, nonostante una spesa pro capite significativamente più contenuta che in altri Paesi europei, ma negli ultimi anni ha subìto una riduzione dei finanziamenti. Inoltre ha anche visto un accrescersi degli squilibri tra le regioni.

I tagli e gli squilibri regionali

Già nel 2010 la spesa sanitaria pubblica in Italia era il 6,5% del Pil, il 9,5% in Germania e il 9,3% in Francia: una differenza più contenuta per il sistema ospedaliero, mentre era marcata per i servizi sociosanitari, per i quali in Italia si spendeva l’1,2% del Pil, meno della metà di quanto avveniva nei Paesi europei più avanzati. Successivamente queste disparità si sono ampliate, tra 2012 e 2018 i medici sono diminuiti del 3,3%, gli infermieri del 3%, nell’insieme meno 26.000, una differenza marcata soprattutto per quanto riguarda gli infermieri, che in proporzione alla popolazione erano la metà sempre di Germania e Francia.

GianFranco Viesti.

Tutto ciò ha portato per tutti a un’intensa crescita della spesa privata delle famiglie per la sanità, mentre nelle Regioni con un piano di rientro in sanità, come il Lazio, tra 2006 e 2018 si è avuta una diminuzione della spesa in sanità del 13,7%, a fronte di un aumento della tassazione di scopo in queste regioni.

Anche per questo si sono accentuate le differenze tra regioni italiane, sia dal punto di vista della cura, che della prevenzione, mentre la pandemia di Covid19 ha mostrato come è arduo far fronte a epidemie, se si è sguarniti dal punto di vista della medicina territoriale. Come è successo a noi, sia per i tagli alla spesa pubblica in sanità in Italia, che per le scelte che hanno portato a investire di più nel sistema ospedaliero, in particolare in quello privato, come nel “modello lombardo”, che nella medicina territoriale e preventiva.

I pericoli dell’autonomia differenziata

L’allarme che Gianfranco Viesti lancia sul sistema sanitario pubblico – nell’ambito di una riflessione più generale nel suo libro di imminente pubblicazione (“Centri e periferie. Europa, Italia e Mezzogiorno dal XX al XXI secolo”, Laterza), fa seguito ad una serie di sue pubblicazioni negli ultimi vent’anni dedicate alla disuguale realtà italiana, tra Nord, Centro e Sud. In particolare qui si ricorda un recente e allarmato libricino: “Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale” (Laterza 2019), diffuso gratuitamente dall’editore e (il testo si può scaricare a questo link).

Il libro di Viesti si può scaricare gratuitamente

In questo sintetico saggio Viesti segnala i pericoli per il nostro Paese dell’Autonomia differenziata avviata prima della pandemia, da Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. In un quadro già storicamente segnato dalla Questione meridionale, e cioè da uno sviluppo diseguale del nostro Paese, da tempo sono venute meno politiche nazionali di riequilibrio rispetto al Mezzogiorno e alle aree in difficoltà, contrariamente a quel che prevede la costituzione dal 1948[1].

Oggi i trasferimenti verso le regioni a minor reddito fanno parte di quell’intervento redistributivo che comunque lo Stato italiano continua a realizzare e che ha contenuto la crescita delle disuguaglianze negli ultimi trent’anni, soprattutto attraverso le pensioni e altri interventi pubblici, come abbiamo visto nell’incontro con Maurizio Franzini del 26 ottobre scorso.

La rivendicazione del “residuo fiscale” (cioè di quanto delle tasse pagate da un territorio non ritorna allo stesso territorio), soprattutto da parte di chi governa Regione Veneto e Lombardia, contesta di fatto che le tasse e i servizi pubblici siano pagate di più da chi ha redditi più alti, come se le regioni con un reddito più basso non appartengono al nostro Paese.

Un’identità nazionale fragile

Io non penso che la storia e le caratteristiche dell’Italia siano paragonabili a quelle della Jugoslavia, l’area balcanica divisa nei secoli recenti – quelli della formazione degli stati nazionali in Europa – tra gli imperi plurinazionali Asburgico e Turco. Ma l’Italia è giunta in ritardo, dopo la prima guerra mondiale, alla formazione di una propria fragile cultura e identità nazionale e lo Stato nazionale su quelle basi non ha retto. Noi siamo giunti allo Stato nazionale solo 57 anni prima della Jugoslavia, ma abbiamo culturalmente una unità culturale e linguistica, che – sia pure nella parte più colta della popolazione – ha la storia più lunga di Europa. Sembra spesso che ci divideremo, ma questo non avviene.

Non dimentico però che la divisione della Jugoslavia è partita proprio da una rivendicazione economica delle regioni più ricche.

Per un’Italia meno diseguale

Se si vuole veramente una maggiore responsabilità delle articolazioni locali dello Stato, all’interno di un’Italia meno diseguale, come sottolinea Viesti bisognerebbe:

  • innanzitutto approvare i Lep (i Livelli essenziali delle prestazioni in sanità, servizi sociali, servizi pubblici), inseriti in costituzione del 2001 e mai determinati con legge ordinaria, in modo che in un impianto e funzionamento più articolato dello Stato a tutti siano garantiti i livelli essenziali delle prestazioni indipendentemente dalla residenza di ciascuno di noi;
  • inoltre, già la regionalizzazione della sanità ha evidenziato problemi rilevanti nel corso di questa pandemia, figuriamoci cosa avverrebbe con la regionalizzazione della scuola, delle grandi reti di trasporto e dell’energia, insieme alla restituzione a chi ha un Pil più alto del “residuo fiscale”:
  • infine è da sperare che si riprenda questa discussione in un pubblico dibattito che coinvolga tutti e il Parlamento, non solo il Governi nazionali e delle Regioni Veneto, Lombardia ed Emilia, come stava avvenendo prima della pandemia.

L’occasione dell’incontro con Viesti, tra l’altro in questa fase di emergenza nazionale che richiede l’unità del Paese, forse ci può permettere di fare il punto anche su questa vicenda.

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I prossimi appuntamenti di “Futuro Prossimo”

 

 

 

 

 

 

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[1] Art. 119: “Per provvedere a scopi determinati, e particolarmente per valorizzare il Mezzogiorno e le Isole, lo Stato assegna per legge a singole Regioni contributi speciali”. Articolo ampliano nel 2001 e che ora stabilisce: “Per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona, o per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni”.

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