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politiche contro la povertà

NON SI POSSONO PIÙ RIMANDARE LE POLITICHE CONTRO LA POVERTÀ

NON SI POSSONO PIÙ RIMANDARE LE POLITICHE CONTRO LA POVERTÀ

Serve un sistema di protezione sociale inclusivo e il Sia (Sostegno per l'inclusione attiva) va aggiornato. La posizione del Cilap

Nelle scorse settimane, il dibattito acceso intorno all’elezione di Donald Trump si è concentrato spesso sul tema della povertà. Intellettuali, politici e giornalisti hanno individuato, nell’ampio divario tra ricchi e poveri, uno dei fattori che in America ha portato all’affermazione di spinte politiche anti-sistema. Il problema della disuguaglianza sociale, però, va ben oltre i confini americani e coinvolge da vicino anche l’Italia.

Gli ultimi dati Eurostat infatti, riferiti al 2015, descrivono il nostro come il Paese con più poveri d’Europa. Si parla di un totale di 6,982 milioni di persone. Per l’Ufficio Statistico, si tratta di individui che non possono affrontare una spesa inaspettata, permettersi un pasto a base di carne ogni due giorni, mantenere una casa. In Europa, invece, i poveri sono 41,092 milioni.

Qual è, allora, la situazione della povertà oggi, in Europa e in Italia? Per capirlo ci siamo rivolti a Nicoletta Teodosi, la presidente del Cilap-Collegamento Italiano Lotta alla Povertà, espressione nazionale della rete europea EAPN-European Anti Poverty Network.

Cosa è cambiato negli ultimi anni in Europa, riguardo il tema delle politiche contro la povertà?
«In Europa, sono più di 120 milioni le persone a rischio di povertà. Negli ultimi anni sono cambiate molte cose, ma purtroppo non in meglio: nonostante la Strategia Europa 2020 abbia fissato un target quantitativo di persone da far uscire dalla povertà, siamo ben lontani dal raggiungere quell’obiettivo.

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Il Cilap coordina realtà locali che si occupano di povertà ed esclusione sociale

Entro il 2020 sarebbero dovute uscire dalla condizione di povertà 20 milioni di persone nella UE e 2 milioni e 200 mila in Italia. La crisi finanziaria del 2007/2008, però, si è trascinata via le speranze di tutti coloro (inclusi noi del Cilap) che credevano nel rafforzamento del modello sociale europeo. Da quando è nata la rete europea di cui facciamo parte, la EAPN, abbiamo lavorato alla possibilità di un sistema di protezione sociale inclusivo per tutti. Oggi, però, ci ritroviamo a fare i conti con nuovi muri, non solo materiali, soprattutto mentali e, peggio ancora, politici. Per l’Europa è un momentaccio».

Qual è la situazione in Italia?
«Nel nostro Paese, da qualche anno, noi del Cilap non ci sentiamo più gli unici a parlare di povertà. Mi spiego meglio: sono molte le realtà che in Italia si occupano di persone povere, la solidarietà laica o religiosa non è mai mancata. Da alcuni anni, però, la parola “povertà” si incontra sempre più spesso anche nel confronto istituzionale e politico. La condizione di indigenza è esplosa così tanto, è diventata talmente visibile, che non nominarla sarebbe negare la realtà».

Nell’ambito delle politiche contro la povertà, a settembre di quest’anno il nostro governo ha introdotto il SIA-Sostegno per l’Inclusione Attiva, una misura che intende anticipare il Reddito di inclusione. Pensa che sia un provvedimento adeguato?
 «No, e le spiego perché. La misura prevede che le famiglie in condizioni economiche disagiate possano ricevere da un minimo di 240,00 euro mensili, fino ad un massimo di 400,00, per almeno un anno. Il provvedimento si rivolge alle famiglie che abbiano un ISEE inferiore o uguale a 3 mila euro e che contengano almeno un componente minorenne. Nei fatti, però, la misura arriva a coinvolgere solo le famiglie che abbiano più di 2 figli minori a carico. Chi ha un solo figlio rimane tagliato fuori, anche in presenza di un ISEE inferiore a 3 mila euro, perché non riesce a raggiungere il punteggio necessario.

delega sulla povertà
L’Italia è il Paese europeo con più poveri

Diverso, invece, il discorso per i nuclei composti da almeno 3 persone, di cui 2 minori: in questo caso il beneficio economico li riguarda. A non avere diritto al SIA sono invece le persone povere sole. Nemmeno chi abbia in casa un parente che percepisce l’assegno di accompagnamento ha diritto al SIA. Questi sono gli aspetti per cui il Cilap vorrebbe chiedere una revisione della misura.
Il provvedimento, poi, prevede che le famiglie beneficiarie del contributo economico aderiscano ad un percorso di inclusione sociale e lavorativa, attivato insieme ad una rete composta dai servizi sociali, le scuole, i centri per l’impiego, le ASL. Su questo terreno sarà possibile verificare la capacità delle istituzioni locali di rispondere ai bisogni (spesso complessi) delle famiglie. Ma di questo potremo parlarne dopo il mese di gennaio 2017, ora è troppo presto».

I potenziali beneficiari del SIA stanno incontrando difficoltà ad accedere al servizio?
«Le difficoltà le incontrano principalmente i Comuni, che attraverso i servizi sociali devono inserire le domande per il SIA in una piattaforma gestita dall’INPS. In alcuni casi, ci sono voluti oltre 30 giorni perché l’assistente sociale ottenesse il pin necessario ad avviare l’operazione. In generale, c’è poca interazione tra l’utente della piattaforma (assistente sociale) e il gestore (INPS). Non c’è stata la formazione adeguata per gli operatori che devono gestire il SIA. Inoltre, vengono respinte moltissime domande, senza che le famiglie “rifiutate” vengano a conoscenza delle motivazioni».

Durante l’ultima assemblea del Cilap, avete deciso di rinnovare l’associazione. Come cambierà la vostra struttura?
«Fino ad oggi, nell’organizzazione del Cilap ha prevalso il rapporto tra le associate locali e il livello nazionale. Nella nostra ultima assemblea, invece, abbiamo deciso di rafforzare il lavoro sul territorio, creando reti regionali o zonali, che possano fare pressione sulle Regioni e sulle Amministrazioni locali, più di quanto faccia una rete nazionale. Vogliamo avvicinarci di più alle istituzioni locali e agli stakeholder, per sensibilizzarli e spingerli ad agire con politiche in favore delle persone in povertà».

In che modo avete consentito e consentirete la partecipazione delle persone con esperienza di povertà nelle attività del Cilap e dell’EAPN?
«La partecipazione delle persone che versano in condizione di povertà è uno dei nostri punti di forza. Dal 2001, abbiamo coinvolto nei nostri incontri almeno 3mila persone. Abbiamo cercato di dar voce a chi non avrebbe mai espresso un bisogno, come ad esempio le donne Rom.

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L’Incontro europeo delle persone in povertà

Il 15 e 16 novembre, a Bruxelles, si è svolto l’Incontro europeo delle persone in povertà, un appuntamento che si ripete ogni anno e che rappresenta l’unica occasione, a livello europeo, in cui le persone in povertà e quanti lavorano sul territorio per sconfiggerla possono interloquire direttamente con i rappresentanti delle istituzioni europee che lavorano alle politiche contro la povertà. Mi riferisco alla Commissione, il Parlamento, il Comitato Economico e Sociale, la Direzione Generale per l’Occupazione, gli Affari Sociali e le Pari Opportunità, oltre ai rappresentanti dei governi nazionali. Molti temi trattati durante questo appuntamento sono poi diventati politiche europee. Per fare qualche esempio, possiamo citare gli obiettivi sociali della Strategia Europa 2020, il programma Housing first per i senza dimora, l’impegno contro la povertà energetica, l’inclusione attiva».

Di cosa ha parlato il Cilap quest’anno, durante l’Incontro europeo?
«Abbiamo deciso di aprire una discussione sul tema del caporalato e del lavoro sommerso, per far diventare il caporalato un tema europeo. La povertà, infatti, non accompagna solamente la mancanza di lavoro. La povertà esiste anche laddove c’è lo sfruttamento».

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La povertà non è legata solo alla mancanza di lavoro, ma anche allo sfruttamento

Il Cilap punta a rafforzare la sua presenza nella rete europea EAPN. In che modo?
«Noi siamo tra i fondatori della rete europea, siamo presenti nel Comitato esecutivo, abbiamo avuto la presidenza e la vicepresidenza per molti anni. Anche la nostra rappresentanza sta cambiando, stiamo coinvolgendo persone giovani, che non hanno esperienza del funzionamento del complesso sistema europeo, ma che sono preparate nelle tematiche dell’inclusione sociale, della migrazione e della domanda d’asilo. Lavorare in Europa, oggi, significa avere forti competenze, ma soprattutto credere in una Unione che sta garantendoci, nonostante tutto, libertà di parola, di movimento, di studio, uno spazio di pace lungo oltre 70 anni. Certo, questa è solo una faccia della medaglia. Noi scegliamo di vedere il bicchiere mezzo pieno, nonostante tutto».

(La foto in copertina è di Massimo Sculli)

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Isadora Casadonte
Isadora Casadonte

Mentre studia giornalismo all'università, conosce il mondo del non profit e dell'attivismo civico. Si specializza in comunicazione alla Sole 24 Ore Business School e inizia a lavorare nel settore dei media digitali. Oggi si occupa di crowdfunding: sviluppa strategie di engagement per le aziende e affianca le ONP nelle campagne di raccolta fondi online.

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