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razzismo nel calcio

IL RAZZISMO NEL CALCIO: UN MALE A CUI NON SAPPIAMO REAGIRE

IL RAZZISMO NEL CALCIO: UN MALE A CUI NON SAPPIAMO REAGIRE

Si intitola "Che razza di calcio" il libro di Lamberto Gherpelli che ricostruisce come violenza e intolleranza hanno avvelenato lo sport più popolare

Anche durante i mondiali 2018 il razzismo nel calcio s’è fatto sentire: più che sul campo, attorno agli stadi, sui social… Gli ululati razzisti non mancano mai, laddove va in scena lo sport più popolare, ma anche più ricco del mondo (e in fondo, nato come sport per bianchi benestanti).

Si intitola “Che razza di calcio” il libro di Lamberto Ghempelli pubblicato recentemente dalle edizioni GruppoAbele. È una lettura interessante, un catalogo di storie e di cronache che ricostruisce una specie di storia del razzismo nel calcio in Italia e in Europa, soprattutto, a partire dai primi tre giocatori di colore che giocarono in Gran Bretagna tra la fine dell’ottocento e l’inizio del nuovo secolo, per arrivare ai giorni nostri.

 

razzismo nel calcio
Roberto Luis La Paz

UN PAESE DIFFICILE. Il nostro è sempre stato un Paese difficile per i calciatori stranieri, o almeno per quelli di colore. Il primo  fu l’attaccante uruguaiano Roberto Luis La Paz, nel secondo dopoguerra, ma bisogna aspettare il 2001 per trovarne uno con la maglia della nazionale, e aveva un cognome italiano: Fabio Liverani (25 aprile 2001, Italia Sudafrica 1-0)

Anche quando, negli anni settanta, si moltiplicarono in Europa le squadre multietniche, l’Italia rimase chiusa: nel 1967 era entrato in vigore il blocco degli stranieri, dopo che la nostra nazionale era stata eliminata dai mondiali dalla Corea del Nord. È comunque da quel periodo, gli anni settanta, che si diffonde il razzismo nel calcio professionistico, un po’ in tutta Europa. I nostri tifosi per un po’ continuarono a prendersela con i meridionali, soprattutto, e con gli ebrei, nei confronti dei quali le manifestazioni di odio e intolleranza si sono moltiplicate negli ultimi anni.

 

L’ESTREMISMO DI DESTRA. Le storie che Gherpelli racconta mostrano come troppo spesso lo stadio diventi il palcoscenico ideale sul quale si esibisce il razzismo nel calcio e la violenza che lo accompagna. Razzismo e violenza che nascono fuori dallo stadio, ma qui si esprimono, conquistano visibilità e facendo proseliti.

Il tifo intollerante e violento, tra l’altro, ha sempre avuto legami strutturali con le frange estremiste fasciste o neo naziste. Basti ricordare il fenomeno degli hooligans nel Regno Unito negli anni ottanta, o la politicizzazione in Spagna del tifo radicale , che negli stessi anni, nello stadio di Barcellona esponeva bandiere del KuKlux Klan o fasciste.

Razzismo nel calcio
Adesivi razzisti a Roma

Anche in Italia, fra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta, ultrà e neofascisti vanno troppo speso a coincidere:  come ricorda Gherpelli, il ribellismo degli ultrà si incanala nelle istanze antisistema delle frange più estremiste, con le quali condivide anche  la “cultura” della violenza. Diventa normale che i tifosi «mettano in atto un neorazzismo di tipo persecutorio, basato su denigrazioni e insulti», che punta a rendere difficile la vita in campo al giocatore di volta in volta preso di mira.

Nel libro troviamo anche un excursus tra le forme e le manifestazioni di tutto questo in varie città d’Italia: a Verona (“Dirceu ora non sei più straniero, Napoli ti ha accolto nel continente nero”), a Roma soprattutto con la Lazio (nel 2006 Di Canio festeggiò una vittoria sotto la curva Nord con il saluto romano) ma anche con la Roma (“laziale ebreo”, Anna Franck tifa Lazio”), a Treviso,  messina, Napoli, Milano e così via.

 

LE (DEBOLI) REAZIONI. Eppure, come tutti gli sport, anche il calcio potrebbe portare un messaggio di lealtà e fratellanza. Nelson Mandela in Sudafrica lo promosse per questo, perché intuiva che «nello sport c’era qualcosa d’altro genere, oltre alle gare. Cicatrizzava, guariva dai traumi, favoriva la ripresa del movimento.»

È piuttosto scoraggiante verificare l’incapacità di reagire a tutto questo, da parte delle istituzioni e del mondo dello sport nelle sue varie componenti. Gherpelli ricostruisce infatti il dibattito sulle sanzioni, le (scarse) iniziative contro il razzismo e la violenza, le proposte di legge… Tutto piuttosto inconcludente. Tanto da fargli parlare di «…deriva del calcio italiano, che dietro il dito di norme tolleranti, di alibi preconfezionati e di scorciatoie giuridiche continua a nascondere l’incapacità di punire chi offende un avversario per il colore della pelle».

Il clou dell’inefficacia e delle contraddizioni è stato raggiunto il primo dicembre 2013, quando, dopo i soliti episodi di razzismo, le curve dello stadio della Juventus si riempie di 12.500 bambini. I quali, invece di testimoniare la bellezza dello sport contro la bruttezza dell’intolleranza, «offesero, ripetutamente, un giocatore della squadra avversaria, il portiere dell’Udinese, Ẑeljko Brcić….

Tutto questo rende il razzismo da stadio tanto più pericoloso, perché tollerato, considerato non sradicabile. E lo dimostra il forte aumento di episodi di discriminazione razziale nei tornei giovanili.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              _________________________________________________

razzismo nel calcioLamberto Gherpelli
“Che razza di calcio”
Edizioni gruppo Abele 2018
pp. 240, € 15,00

 

 

 

 

 

Se avete correzioni o suggerimenti da proporci, scrivete a comunicazione@cesv.org

 

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Paola Springhetti

Giornalista. Coordina l’area comunicazione e promozione del Cesv.

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